ULTIMA - 25/5/19 - IL BASSANO 1903 BATTE IL MONTORIO ED E' CAMPIONE REGIONALE

E' stata una bella partita, quella giocata ieri sera a Montecchio Maggiore, fra il Bassano e il Montorio, calcio valida per il titolo Regionale di Prima categoria. I giallorossi di mister Francesco Maino partono subito forte e passano in vantaggio dopo soli 5 minuti con Cosma, che, su invito di Garbuio, mette in rete con un tiro da sotto
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INCONTRI VIP'S

21/11/09 - INCONTRI RAVVICINATI: ANGELO DOMENGHINI

UN ANGELO...PESTIFERO

Un altro esponente della Generazione Panini è Angelo Domenghini, (Lallio, Bg, 25 agosto 1941).

Partito dal nulla, ha fatto successo e tendenza nel calcio, consacrandosi una tra le più forti ale destre italiane di tutti i tempi.

Partito dall'Atalanta, con la quale vince la Coppa Italia (1962-63), battendo lui solo (tripletta) il Torino, disputa 5 campionati nell'Internazionale del cav. Angelo Moratti, vincendo due scudetti, una Coppa dei Campioni, due Coppe Intercontinentali.

In tutte le stagioni in nerazzurro si laurea vice-capocannoniere, ma di questo importante particolare l'Inter non ne tiene assolutamente conto, cedendo “Domingo” al Cagliari (stagione 1969-70).

E, al vecchio “Amsicora” sardo è subito scudetto, il primo (e finora ultimo) di tutta la regione Sardegna.

In nazionale colleziona 33 presenze (7 reti), e fa parte degli azzurri che a Mexico '70 perdono la finalissima contro il Brasile di Pelè e Rivelinho.

Prima, nel giugno 1968, si laurea campione europeo sotto la guida di Ferruccio Valcareggi.

Poi, è la volta della Roma (1973-74), del Verona (1974-76), del Foggia, dell'Olbia e del Trento (1979).

In totale in serie A, Domenghini tocca il traguardo delle 349 partite, realizzando 93 reti.

Dopo aver smesso col calcio, intraprende la carriera di allenatore (mai però in A) e lo fa per 14 anni.
“Domingo” vive ancora nella sua Lallio.

Qual è stato il tuo gol più bello?

“Eh, per me sono stati tutti belli. Ne ricordo 3 o 4, però, non so se ce ne sia uno di più belli”.

Il primo che ti viene in mente: di solito è quello che ti è rimasto più impresso.

“Adesso che mi fai pensare, bé, le 3 reti che ho fatto in Coppa Italia contro il Torino quando giocavo nell'Atalanta, stagione 1962-63. E' stata la più bella emozione, perché partivo da ragazzo e vincere una Coppa Italia per una squadra di provincia è stata una bella soddisfazione”.

L'emozione, invece, più forte, non è stato lo scudetto col Cagliari o la prima Coppa dei Campioni con l'Inter del “mago” Herrera?

“L'emozione più forte è sta la finale dei campionati del mondo in Mexico, nel 1970, quando abbiamo perso col Brasile. Penso che quella sia stata davvero l'emozione più grande. Poi, nel contesto, potrebbe essere stata la più grande delusione, perché abbiamo perso (4-1). In Italia, poi, bisogna vincere a tutti i costi; quando si perde ci si attacca ai bottoni della camicia”.

E, lo scudetto del Cagliari?

“Di scudetti con l'Inter ne avevo già vinti due. E' stata la mia grande rivincita perché mi ero sentito declassato da Fraizzoli, e non trovavo giusto che uno con le mie caratteristiche da un giorno all'altro mi ritrovassi a Cagliari. Abituato a vivere a Milano e a Bergamo, sbarcare a Cagliari, per me, è stato non dico un trauma, però, non sicuramente la scelta più giusta che fosse toccata nei miei confronti. Però, bisognava accettare, allora; se rifiutavi, poi, non c'era più niente da fare e sono andato a Cagliari. Poi, a Cagliari, non dico di aver cambiato idea, ma mi sono trovato con una grande squadra, con un grande allenatore come Manlio Scopigno, con grandi amici, potendo lavorare in un grande ambiente, lontano dalle esasperazioni o dalla vittoria a tutti i costi, un ambiente che non ti metteva sotto esame tutte le domeniche come succedeva a “San Siro”. Nell'isola ho trovato la tranquillità, e in quei 4 anni a Cagliari non dico che sono maturato – anche perché un giocatore matura dai 27-28 anni ai 32-33 anni, perché trova la massima sicurezza, la massima fiducia nei suoi mezzi, la grande esperienza dopo tante partite in campo nazionale ed internazionale -. La scelta che ha fatto l'Inter mi ha dato l'opportunità di sferrare la mia rivincita: e questo per me è stata una grande emozione personale, vincendo subito lo scudetto”.

Qual è stato il giocatore che ti ha messo più in difficoltà nel tuo ruolo di ala destra, la tua bestia nera?

“Diciamo che il nostro calcio non s'improntava su quell'aggressività e pressing su cui insiste quello odierno. Era fatto di duelli: io contro il mio terzino. Io facevo l'ala destra, oppure, se facevo il centravanti, mi toccava misurarmi con lo stopper. Di cattivi ne ho trovati tantissimi: ne ho trovati anche di quelli che ti sputavano prima della partita durante il sotto passaggio. Ma, non faccio nomi. Un giocatore, al quale io ogni volta volevo dimostrargli di metterlo in difficoltà, era Giacinto Facchetti”.

Cos'è che oggi ti dà più fastidio e cos'è invece che ti commuove di più?
Nel calcio o, se preferisci, nella vita?

“Nel calcio non mi commuove più niente. Il divertimento migliore per me adesso è la caccia e andare a funghi in Sardegna. Il calcio di oggigiorno mi sta stufando, perché è assurdo giocare a questo calcio qua, e poi, se il calcio di oggigiorno è questo, va bé, bisogna accettarlo. Adesso circolano soldi a tutto spiano, però, ci sono società che sono in crisi, che non pagano gli stipendi, e ce ne sono due o tre che rispettano i contratti. Mi dà fastidio uno che ammazza una persona, che ammazza un bambino, uno che va a rubare: ci sono tante cose che ti danno fastidio, che ti danno delle emozioni sicuramente negative. Sono notizie incredibili, di quelle che ti stroncano il fiato: la mamma che ammazza il proprio figlio, o il marito”.

Tu sei un tipo piuttosto chiuso, piuttosto orso, cos'è che riesce ancora a scioglierti?

“Il fatto che io sia dipinto come un chiuso, bé, questo è dovuto esclusivamente alle invenzioni di tanti giornalisti. No, no, non è vero che sono un chiuso o un duro: io mi sciolgo facilmente, col gruppo sono uno che faccio, non dico casino, ma che ama stare agli scherzi di qualsiasi persona. Li faccio, li ricevo, però, sono sempre stato dell'idea che nel calcio esistono le prime donne, che vanno sui giornali, e poi vengono le mezze figure che vengono trattate a pesci in faccia, come sono stato trattato io. Nel calcio ecco un'altra cosa che mi dà fastidio: si parla sempre dei personaggi grandi del calcio, e non si parla delle mezze figure. Faccio un paragone: se io vinco uno scudetto nell'Inter e poi prima di me arriva Suarez, Corso, Facchetti, Sarti, Burnich, poi, arriva Jair, Mazzola, Corso e poi arriva finalmente Domenghini, a me questo dà veramente fastidio. Però, io nell'Inter sono sempre stato il miglior secondo capocannoniere in 5 anni che ho fatto. Nel Cagliari altrettanto: Gigi Riva poi c'ero io in fatto di gol realizzati. In tante altre squadre sono sempre invece stato il capocannoniere: a Foggia, quando ho giocato l'ultimo anno in serie A, a Roma, a Bergamo con l'Atalanta, a Verona. Però, sono rospi che io ho sempre mandato giù: si parla sempre delle solite due, tre persone, mentre degli altri non se ne parla mai, mai, mai!”

Secondo me, tu sei davvero un grande personaggio, e non invece una mezza figura come ti sei definito tu adesso.

“Prima non ero il grande personaggio; lo sono diventato dopo, perché poi guardando che Domenghini ha fatto più di 100 gol in serie A, compiendo quello che ho fatto. E, allora, uno si chiede ma perché allora esistevano queste differenze e io passavo per l'ultima carretta? Pensa che sul giornale mi sono trovato questo titolo:
“Meglio cinque minuti di Corso che un'ora di Domenghini”. Queste sono cose che ti danno fastidio, o no?”

Ma, nemmeno sotto Natale ti sciogli “Domingo”?

“No, io mi sciolgo tutti i momenti, tutti i giorni”.

Cos'è che ti scioglie di più?

“Il tipo di vita che faccio. Poi, ci sono dei momenti positivi e di quelli negativi: nella vita succede di tutto. Ho due figli, ho fatto un matrimonio, e il mio matrimonio è andato a male: per cui non posso sentirmi felice o esaltato. Sono cose, segni che nella vita ti rimangono, ti porti dietro. E, queste sono cose negative, che lasciano il segno”.

Ma tu ci credi in Dio, “Domingo”? Hai perso la moglie ed anche la fede?

“No, no, no: ho sempre creduto in Dio. Sempre”.

E, allora come te l'immagini l'Aldilà?
Cosa c'è, secondo te, dopo la morte?

“Ma, io sono convintissimo che dopo la morte non c'è niente. Sei dentro una cassa da morto e non esci più, eh. Cosa posso pensare, che all'Aldilà esiste un'altra vita? Ma, è assurdo questo. Almeno io la penso così”.

Sì, ma l'Aldilà, la vera Vita ce la dobbiamo conquistare qui, o no?

“Sì, lo so, lo so, ma penso anche che quando uno entra lì, non l'ho mai visto uscire. E, allora uno deve credere all'Aldilà? Bé, mi sembra un po'...Non è il fatto perché io non possa credere in Dio: credo in Dio, però, a queste cose non ci posso credere. Sono molto, ma molto dubbioso”.

Chi era il tuo idolo da ragazzino?

“Io ho sempre ricevuto insegnamenti da un mio compagno, che era Suarez. Mi bastava guardarlo che imparavo. Era un mio idolo, un grande giocatore, un grande uomo, un grande personaggio, che ti stimolava a imparare. Per quello che faceva, per l'esempio che dava in campo, durante gli allenamenti, che era la cosa che era più importante per un giovane, il quale aveva così la possibilità di maturare. E migliorare. Non solo da
giovane, ma anche da vecchio. Si migliora sempre nel calcio. Bisogna avere la consapevolezza e la voglia di migliorare. Uno migliora anche quando ha 30 anni, quando sta per finire la sua carriera”.

Se ti faccio tre nomi (Cassano, Baggio e Del Piero), chi sceglieresti?

“Mah, Cassano mai. Poi, Del Piero e Baggio sicuramente”.

Chi prima tra i due?

“Prima Baggio e poi Del Piero”.

Il più forte calciatore che ha avuto l'Italia chi è stato?

“Io penso che sia Rivera. Lo dico perché lo penso”.

E il più forte nel tuo ruolo?

“Ce ne sono stati parecchi. Però, io penso di essere stato il migliore di tutti nel mio ruolo. Per quello che ho fatto. Le statistiche parlano chiaro”.

Come mai non hai mai fatto l'allenatore?

“No, no, l'ho fatto per 14 anni l'allenatore io”.

Sì, d'accordo, ma non sei mai stato in serie A...

“In A mai, ma in serie B sono stato due anni a San Benedetto del Tronto. Non sono stato famoso da allenatore come da calciatore – come dici tu – perché non mi hanno mai dato la possibilità di poter diventare un allenatore come pensavo io. Io pensavo di essere un buon allenatore, ma poi ho fatto delle scelte sbagliate che poi ho pagato. Però, piuttosto di stare a casa o fermo, ho accettato anche delle squadre che poi nell'arco del campionato rischiavi di essere esonerato. E questo è successo. Ma, potevo allenare anche la serie A e di più la serie B, solo che bisognava avere il manico giusto”.

Quello che oggi si chiama sponsor giusto, o no?

“No, lo sponsor non esisteva. Bisognava avere il personaggio giusto”.

Il tuo motto, qual è? Vivi e lascia vivere, forse?

“Abbé, certo: vivi e lascia vivere. Certo è una bella massima!”
Grazie Domingo!
“Grazie a te!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 19 novembre 2009
seguiranno foto...

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