ULTIMA - 26/3/19 - IL PUNTO SULLE NOSTRE SQUADRE GIOVANILI ELITE E REGIONALI

Facciamo il punto sulle squadre giovanili veronesi dei tornei Elite e Regionali delle categorie Juniores, Allievi e Giovanissimi, quando mancano poche gare alla fine dei campionati. Nella categoria Juniores Elite, girone A, comanda ora il Camisano che con 50 punti precede il San Giovanni Lupatoto di mister Matteo a 46 punti dopo la sconfitta 1 a 0 contro il
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INCONTRI VIP'S

22/11/09 - INCONTRI RAVVICINATI: GIOVANNI LODETTI

UN “BASLETA” DA 10 E LODETTI...

Giovanni Lodetti, conosciuto anche col soprannome di “Basleta” per sottilineare il suo mento sporgente, nasce a Caselle Lurani (Mi) il 10 agosto 1942.

Di famiglia povera, il futuro “angelo custode” di Gianni Rivera parte dall'oratorio per approdare giovanissimo nella squadra del cuore, il Milan.

E' uno dei principali artefici e protagonisti delle grandi vittorie rosso-nere negli anni Sessanta, quando il “Diavolo” di Nereo Rocco è la prima squadra italiana a portare a casa la Coppa dei Campioni.

Dotato di buona tecnica e di grande movimento, Lodetti sarà la spalla e il gregario – come abbiamo già detto – di Gianni Rivera, dotato di un fiato incredibile e sempre pronto a rincorrere i palloni anche per l'”Abatino”.

Nel Milan colleziona un totale di 288 presenze, firmando 28 reti, e conquista due scudetti, due Coppe Campioni, una Coppa Intercontinentale (nella notte da brividi nella “Bombonera” degli argentini dell'Ustudiantes: quelli che si vendicarono su Nestor Combin, massacrandolo di botte), una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe.

In serie A ha totalizzato 350 partite (di cui 117 di fila) e ha militato anche nella Sampdoria, 1970-74, nel Foggia, 1974-76 e nel Novara, 1976-78.

Una dedizione massima la sua, al sacrifico, tipica di una generazione non certo abbiente, e che offriva alla vita e al calcio solo le proprie forze, le proprie energie, il proprio sudore e basta.

In Nazionale, 17 i gettoni di presenza, due gol solo (doppietta il 1° maggio al “Comunale” di Firenze nel 4-1 rifilato al Galles) e la grande amarezza per la clamorosa esclusione dalla pattuglia che volò in Messico a disputare i Mondiali del 1970. Quelli che laurearono l'Italia vice-campione del Mondo, alle spalle del Brasile di Pelè.

Lodetti, avrà anche lei imparato a giocare a calcio all'oratorio, immaginiamo.

“Sì, sì, la trafila in quel periodo era uguale per tutti. L'oratorio era la seconda famiglia. Il parroco,poi, attraverso la conoscenza del signor Trapanelli, qui al Milan, decise di farmi provare a 14 anni. Difatti, poi, sono diventato uno dei ragazzi del Milan, facendo tutta la trafila fino ad esordire e a giocare per dieci anni qua”.

Il parroco, si ricorda come si chiamava?

“Don Giovanni delle Donne. Trapanelli era invece il direttore del settore giovanile, non il direttore tecnico rosso-nero; era quello che organizzava un po' tutto tramite l'ufficio della sede. Mentre, per quanto riguarda la maestrìa di quel momento nel ruolo di allenatore delle giovani speranze milaniste è stato Mario Malatesta”.

E' nato centrocampista?

“Sì, io sono nato centrocampista, anche se in serie A col Milan ho debuttato come ala destra, perché i ruoli di centrocampo erano coperti da grandi campioni, quali Giovanni Trapattoni, Pelagalli, Rivera, Gino Pivatelli, Dino Sani: tutta gente, questa, cui era quasi impossibile soffiargli il posto in quel momento, ma l'occasione l'occasione era capitata come ala destra, a “San Siro”, proprio in occasione di un derby e del mio debutto in massima serie. Si fece male Dino Sani, io giocai ala destra e Pivatelli mezzo destro. Però, non c'era il problema che spesso avverto nei ragazzi di adesso, che vogliono giocare solo in quella parte del campo: importante, per me, era giocare”.

Quante presenze ha collezionato in Nazionale?

“Mah, io ho disputato 17 partite in Nazionale, vincendo gli Europei a Roma nel 1968. E, poi, ci fu l'esclusione dal Messico...”.

Ci fu Anastasi che si fece male a un testicolo...

“Sì, in seguito a quell'episodio, ne convocarono due – Boninsegna e Prati -, ne cresceva uno, e chi hanno mandato a casa? Il più bravo, Lodetti. Da quella volta, è cambiato anche il valore del giocatore, perché poi venni trasferito alla Sampdoria, due mesi dopo”.

Può essere stato questa amara esclusione la sua più grande amarezza, il suo “autogol” involontario?

“Credo proprio di sì, anche perché, a mio avviso, non fu una scelta tecnica, ma, fu una scelta che, neanche adesso a 40 anni di distanza, sono riuscito a capirla, a conoscerne la verità. Anche perché assieme a Boninsegna arrivò anche Pierino Prati, e non era in grado di giocare. Però, la vita spesso ci riserva episodi stranissimi, dei quali non si riesce mai a dare una spiegazione. Però, per la mia carriera, segnò l'inizio del declino immeritato”.

Il suo idolo e il giocatore che oggi le piace di più?

“Il mio idolo da bambino era Niels Liedholm; però, ce n'era più di uno. Ricordo il Nyers dell'Inter, l'Amadei del Napoli, giocatori che in quel momento davano al calcio qualcosa di particolare, di spettacolare, di proprio. Quello che più ha impressionato noi ragazzi è stato Pepe Schiaffino”.

Il gol più bello e l'emozione più grande di Lodetti calciatore?

“Il gol che più mi ha dato soddisfazione è stato sicuramente il primo gol nel derby Inter-Milan del 1964. Quel 15 di novembre 1964 io feci il primo e secondo gol e vincemmo 3-0. Però, l'emozione più grande dal punto di vista del ragazzo, dello sportivo, è stata la volta che provai per il Milan e per la prima volta ho indossato la maglia rosso-nera”.

La sua squadra del cuore...

“Esatto. In quelle occasioni, in cui la maglia non è sempre rosso-nera, ma esistono anche le maglie di prova di color bianco, viola, arancione e di altri colori, a me toccò proprio quella rosso e nera, e devo dire che i brividi li sento ancora adesso”.

Ha avuto paura in quel retourn match di Coppa Intercontinentale, in Argentina, alla “Bombonera” dell'Estudiantes?

“Paura più che altro fisica, non paura del gioco, perché prima della gara c'erano state delle intimidazioni piuttosto violente. Ricordo che nel sottopasso, come noi siamo usciti, arrivarono delle tazze di caffè bollente addosso e la “Bombonera” era proprio una cosa terribile, una polveriera che stava per accendersi. Ecco, in quell'occasione, abbiamo avuto paura quando è successo quel fallaccio commesso ai danni di Combin; non tanto per noi, ma per lui, perché l'avevano portato via, e, a qual punto lì, ci siamo un attimo spaventati. Combin ricevette una ginocchiata sul viso, l'hanno spaccato proprio. Infatti, dicevo continuamente a Nestor “non venire in area perché questi ti mettono a posto”. Ma, quella volta, si è peccato, secondo me, di leggerezza da parte della società e forse anche da parte sua, di Combin cioè, di voler venire per forza in Argentina, quando la stampa argentina aveva avvisato e promesso che si sarebbero vendicati. Lui aveva addirittura rinunciato al servizio militare, è venuto lo stesso, però, gliel'hanno fatta pagare”.

Qual è stato il giocatore più forte con cui o contro cui ha giocato?

“Sicuramente, Luisito Suarez. Quello che mi dato più fastidio nel gioco è stato Colaussi, che giocava nel L.R. Vicenza. Giocava ala destra e poi è andato alla Roma, ed era molto appiccicoso, non ti lasciava giocare mai, ed è stato forse il giocatore che dal punto di vista del gioco m'ha dato più fastidio. Siamo stati anche ottimi compagni, avendo fatto il militare assieme, ma, in campo era una roba tremenda. Il fuori classe è stato, ripeto, Luisito Suarez, assieme a Bobby Charlton, che ho incontrato”.

Con Bobby, pallone d'oro e “colonna” del Manchester United e della Nazionale inglese, come finì?

“A Milano giocai una delle mie più belle partite nel Milan: vincemmo noi per 2-0 e disputai una partita assolutamente straordinaria. Là, in Inghilterra, perdemmo 1-0 con gol di Bobby Charlton, ma passammo noi il turno per la miglior differenza reti, ma debbo dire che è stato un grandissimo giocatore. Era la semifinale, che ci schiuse le porte per la finalissima a Madrid, battendo per 4-1 l'Ajax”.

Il giocatore italiano più forte?

“E' stato Giacomo Bulgarelli, l'ex centrocampista del Bologna e della Nazionale. Io ovviamente non parlo dei miei compagni, eh, perché dovrei dire che dal punto di vista della classe, dell'intelligenza, della bravura e di ogni cosa, è stato Gianni Rivera. Con il quale ho avuto la fortuna di giocare assieme dieci anni. Però, Rivera giocava con me ed era molto facile. Invece, il calciatore italiano più forte, oltre a Gianni Rivera, è stato Giacomo Bulgarelli”.

Non le è pesato essere il gregario, l'ombra di Rivera, mentre lui era la stella, il numero uno del Milan?

“No, assolutamente no, perché poi i valori si sono sempre espressi anche da parte nostra. Io invece credo che chi ha la fortuna di avere in squadra giocatori come è stato Rivera, o come è Kakà, Del Piero, Totti, credo che debba sentirsi fortunato, perché non a tutti capita questo. Poi, devo dire che in quel periodo, nel mio periodo, l'umiltà e la generosità di noi calciatori era un pochino diversa da quella che alberga nei calciatori moderni: non c'erano gelosie, confronti, non si declamava od osannava Rivera. Valeva la pena sì riconoscerlo, perché era il giocatore più forte, ma credo che l'umiltà di quel periodo abbia contribuito a questo”.

Perché si usa sempre dire che il tal giocatore è forte come Rivera e non invece come Mazzola?

“Sono due giocatori diversi: Mazzola è stato un giocatore anche lui fortissimo, ma ritengo che Rivera avesse qualcosa in più. E' stato, forse, Gianni, il giocatore italiano più forte, più tecnico e più intuitivo. Senza fare paragoni, per amor di Dio, sono stati enormi entrambi; però, Gianni a 17 anni era già un fuori classe”.

Dei “palloni d'oro” incontrati, chi è stato il più forte?

“Chi mi ha impressionato di più è stato Alfredo Di Stefano: però, devo anche ammettere che l'ho incontrato quando lui oramai era alla fine. Ma, a Madrid, dove noi perdemmo 4-1 nel 1963-64 e io feci il gol della bandiera rossonera e vincemmo 2-0 a “San Siro” marcando lui, devo dire che è stato il giocatore che m'ha maggiormente impressionato in quel periodo. Ripeto: il “pallone d'oro” che ho incontrato è stato Luisito Suarez”.

Lei, Giovanni, cosa fa oggi, oltre all'opinionista tivù; e perché non ha mai intrapreso la carriera di allenatore?

“Non ho mai fatto l'allenatore perché non mi è mai stata data l'occasione. Nel senso che quando giocavo nella Sampdoria, io avevo conseguito il patentino con Giovanni Ferrari, che era il direttore tecnico di quel Corso ed era stato vincitore dei Mondiali del 1934 e 1938. Arrivai primo su un centinaio circa di candidati. Poi, alla fine della carriera, ho cercato di prestare servizio in qualche squadra, ma non mi è stato possibile ed allora ho deciso di intraprendere tutt'altra attività: quella di rappresentante di una ditta di ceramiche per edilizia. L'ho fatto per 20-22 anni, mi trovai molto bene perché riuscivo a mantenere ancora il contatto con la gente, le persone. Avevo perso l'entusiasmo per il calcio, e trovavo giusto dare una mano a chi mi aveva cercato ed offerto un lavoro. Dissi di no anche quando mi fu prospettata l'occasione per rientrare nuovamente nel circo del pallone”.

Altro rimpianto...

“Mi è spiaciuto tanto, perché io la mia missione, la mia vera professione sarebbe stata quella di allenare i ragazzi e non quella di allenare le Prime squadre. Ma, la passione per loro sarebbe stata tantissima, perché, lo ripeto, io ho avuto Mario Malatesta che mi ha veramente insegnato tutto, un grandissimo maestro dei ragazzi come Niels Liedholm. Avrei trasmesso ai giovani un'esperienza lunga e vantaggiosa”.

Ritorniamo al suo gol più bello, a quel 15 novembre 1964...

“Racconto anche un episodio: in settimana, il mercoledì, l'Inter giocava in Coppa dei Campioni contro la Dinamo di Bucarest a Milano. Io, Trapattoni e Pelagalli, che eravamo i tre compagni di squadra in quel momento, andammo a vedere l'Inter, quella sera a “San Siro”. Loro vinsero 6-1, e devo dire di averli visti giocare in maniera straordinaria. Mi scappò una battuta: dissi al Trap:

“Senti, Giovanni, io domenica non vengo a “San Siro” contro questi qua: questi ci massacrano! Invece, poi, è andato tutto al contrario. La domenica trovammo noi una giornata felicissima, primo e secondo gol sono stati miei; il terzo di Amarildo e vincemmo 3-0”.

Lodetti, lei crede in Dio?

“Sì. Pensa che sono 50 anni che io e mia moglie Rita non perdiamo una messa. Ci credo, ci credo tantissimo”.

E come se l'immagina l'Aldilà?

“Devo essere sincero? Mi piacerebbe che qualche volta ci fosse qualche situazione che mi desse la possibilità di vedere cosa c'è nell'Aldilà. Credo che c'è un altro mondo, un'altra vita, che chi si comporta bene, riceverà qualche cosa di più, però, devo dire che come i misteri del rosario e della Chiesa, anche questi possono essere un mistero. Anche se la Fede che ho ricevuto da piccolo e ho consolidato poi da grande, frequentando un gruppo di genitori per educare i ragazzi, mi ha confortato e mi ha aiutato a mantenere la Fede. Quando ho bisogno, chiedo a Dio di darmi una mano.
Qualche volta Lui me la dà, qualche volta un po' di meno; certo, penso che sia giusto quello che decide Lui, perché, altrimenti, ogni volta che chiediamo qualcosa che ci aiuta, non riserva più sorprese”.

Lodetti e la scaramanzia in campo...

“Non ero scaramantico: solo in qualche occasione. Ho sempre chiesto prima di andare in campo di non farmi male. No, niente cornetti né amuleti o riti vari. E' un mistero, poi, anche questo: che quelli che non credono in Dio, in qualche occasione ci credono in queste cose. Quindi, vuol dire che qualcosa di superiore a noi c'è. E, quando ho bisogno di queste cose, mi affido a Dio. E Lui mi ha finora sempre aiutato nella salute, nella famiglia, nel lavoro, in tutto”.

La tua doppietta in azzurro a Firenze contro il Galles?

“E' certo che non posso dimenticarla tanto facilmente! E' stata una soddisfazione straordinaria. Ma, feci gol anche nella pre-olimpica, con la Nazionale B, ho vinto gli Europei del '68, ho vinto nel '63 anche i Giochi del Mediterraneo. E' stata una bellissima esperienza. Quando uno fa gol in nazionale sono date che vengono impresse nella memoria di chiunque, e non si cancellano più. Vincemmo 4-1 e segnarono Barison ed anche Nocera. Era il 1° maggio 1965, e devo dire che quella domenica, quella ricorrenza rispecchia proprio il mio modo di giocare: il 1° maggio è la giornata dei lavoratori”. E, giù una gran bella risata. “A me fanno ridere i giocatori d'oggi, quando dicono che sono stanchi. Perché tutti vorrebbero giocare a calcio, e il calcio è un divertimento: non esiste stanchezza nel calcio. Si può magari esagerare, giocando troppo, ma la stanchezza non deve mai subentrare. Quando sento queste lamentele, mi fanno ridere. Perché, ripeto, chi non vorrebbe andare al campo e stare due ore al giorno ad allenarsi e a divertirsi, perché è un divertimento, non è un lavoro”.

Nell'Aldilà, chi vorrebbe rivedere, riabbracciare subito?

“Certamente, vorrei riabbracciare i miei genitori".

Cos'è che le fa più rabbia oggi, e cos'è che la continua a commuovere?

“Mi fa rabbia il disinteresse della gente nei confronti di chi ha più bisogno. Al giorno d'oggi, ognuno pensa troppo a sé stesso e poco agli altri: l'importante è che vada bene a me, degli altri me ne frego. E' un'indifferenza che mi spaventa; e poi questo dilagare di violenza così feroce. Che ti fa paura; quando si è in macchina, non si sa mai se si è sicuri o meno. Quand'ero ragazzo, questi omicidi, questa violenza non esisteva”.

La nominiamo cittì della Nazionale degli ultimi pontefici. Può ritagliare in mezzo al campo un ruolo per questi ultimi papi?

“La maglia di attaccante la darei a Voytila per l'umanità e l'entusiasmo con cui ha saputo gestire i giovani. Non ho mia visto una partecipazione così grande e le folle di persone al suo seguito”.

Diamo a papa Giovanni Paolo II un nove – in senso non di voto ma di numero della maglia – o un dieci?

“Gli do un dieci e...Lodetti. No, perché, ho fatto la battuta, no?”

A papa Ratzinger, che maglia (e non che voto) gli diamo?

“Gli affiderei un ruolo da centrocampista, anche a lui, perché, ripeto, quando si arriva temporalmente parlando, a un personaggio che ha conquistato e incantato il mondo come Giovanni Paolo II, non è facile godere della stessa ammirazione per chi subentra a lui. Faccio un esempio calcistico: sostituire Rivera, sostituire Platini, sostituire Totti, sostituire Del Piero non è facile. Ci vuole un po' più di tempo; però, credo che l'immagine di questa persona, che è tranquilla, che è serena, gli darei un bel 9”.

Ma, parliamo di maglie...

“Ora come ora, gli affiderei una maglia da centrocampista un po' più difensivo. La maglia numero 8? No, gli affiderei quella numero 6, perché si sta districando molto bene in un mondo molto difficile. Si sta muovendo come un centrocampista arretrato”.

Il papa buono e Montini?

“Montini? E' stato un papa molto bravo, però, ripeto, quando abbiamo un'immagine forte di un pontefice forte per tanti anni – poi, c'è stato per breve tempo Roncalli -, gli altri rischiano di godere di minor fama”.

La maglia numero sette?

“A Montini”.

Quella di portiere?

“A Roncalli, che ha indetto il Concilio Vaticano II, gli do la maglia numero uno, quella del portiere”.

E, a papa Luciani?

“Gli do la numero due, quella del terzino. Non ha potuto attaccare e ha avuto solo il tempo di difendersi”.

Come il 2 che aveva il tuo compagno Anquilletti?

“Gli dica, se lo sente ancora, che non è vero che non ha mai subito un rosso in 13 anni di Milan. Comunque, un giocatore meraviglioso, Angelo, eh”.

Qual è il motto della sua vita, Lodetti?

“Il mio motto è quello di essere il più sereno possibile, di essere a disposizione del prossimo, ma, soprattutto, a disposizione della mia famiglia. E di cercare di comportarmi sempre nel migliore dei modi, con la Fede e con la credibilità che la Fede ti dà e che i miei genitori mi hanno sempre trasmesso”.

Insomma: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, o no?

“Esatto: questa è una frase del Vangelo. Spesso capita che noi diciamo delle cose, che ci comportiamo in una maniera, e, invece, capita l'esatto incontrario. Dare l'esempio o cercare di fare capire agli altri nel modo migliore quelle che sono le cose giuste, ebbene, ritengo che questo sia la cosa migliore. Certamente, tutti abbiamo dei difetti, ma perlomeno cercare di sbagliare senza la volontà di farlo. Sono convinto che chi fa del male, poi, sta peggio di noi. Quando arrivo a casa alla sera e chiudo la porta, non voglio avere problemi con nessuno, perché sto bene”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 22 novembre 2009
seguiranno foto...

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