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INCONTRI VIP'S

23/11/09 - INCONTRI RAVVICINATI: PIETRO ANASTASI

Uno dei più grandi attaccanti espressi dal calcio italiano negli anni Settanta è stato sicuramente Pietro Anastasi (Catania, 7 aprile 1948).

Fin da piccolo si era ritagliato quel ruolo che piace sicuramente a tutti i bambini che coltivano questo sport, perché sono loro gli autori della quinta essenza del football, ovvero il gol.

Pietruzzo esordisce giovanissimo in serie D nella Massimiliana di Catania, subito promossa in C, poi, si trova catapultato al Nord, più precisamente a Varese, dove nel 1966 debutta in serie B con i bianco-rossi lombardi.

La Juventus s'impossessa del giovane “gioiellino” e se lo tiene per 8 lunghe stagioni, dal 1968 al 1976, per 205 presenze complessive e 78 reti, quando, Carlo Parola, il tecnico alla sua ultima stagione e panchina in bianco-nero, non avendo occhi per la punta etnea, lo sdogana in pratica in un altro club, che si chiamerà Inter.

Grande e doppia la delusione di “Pietruzzu 'u turcu”, per la stagione successiva, col Trap in panchina, la Vecchia Signora, conquista scudetto (nell'interminabile corsa al titolo con i “cugini” del Toro, che si erano cuciti lo scudetto l'anno prima) e Coppa Uefa.

Centravanti di razza, i suoi gol zampillavano dalla fantasia e dal fiuto del gol, oltre che dall'improvvisazione.

“Pelè bianco” Anastasi firma il gol del definitivo 2-0 all'”Olimpico” di Roma, nella finale del 1968 ripetuta e vinta dagli azzurri contro la Jugoslavia, per sollevare in cielo la Coppa Europa per Nazioni.

Ma, un ingenuo, incredibile, assurdo e banale incidente non gli permetterà di prender parte alla spedizione degli azzurri in Messico (1970), sostituito dal milanista Pierino Prati e dall'interista Roberto Boninsegna.

Con la Juve ha conquistato 3 scudetti, nelle due stagioni con l'Inter invece ha vinto solo una Coppa Italia. Le gare totalizzate in A risultano 338, le reti invece 105.

Dopo il biennio in nerazzurro, Pietruzzo Anastasi vive tre indimenticabili stagioni con la maglia dell'Ascoli, dal 1979 al 1982, tutte e tre nella massima serie.

Pietro, tu segni nel 1968 il gol del 2-0 definitivo, all'”Olimpico” di Roma il 10 giugno, alla Jugoslavia, quello che vale la conquista per gli azzurri della Coppa europea.

“Si è trattato di una finale ripetuta, perché era terminata la prima volta sull'1-1. La seconda si è rigiocata, e ha visto diversi cambi negli azzurri, ed è finita 2-0 per noi, con gol di Riva e uno mio”.

Tu hai giocato 25 gare in Nazionale, firmando 8 reti. Poi, 338 gare in serie A, caratterizzate da 105 reti.

“Perfetto!”

Scegli il gol più stilisticamente bello della tua carriera: quello contro la Jugoslavia immaginiamo sarà stato il più importante.

“Il gol più bello l'ho segnato a Bergamo, contro l'Atalanta, al debutto con la maglia della Juve, nel 1968: finì 3-3 e firmai una doppietta. Uno di questi due gol, per me, è stato il più bel gol realizzato nella mia carriera. Il gol più importante, ma, anche bello, perché bisogna anche dirlo, è stato sicuramente quello con la Nazionale, nella finale della Coppa Europea, di cui abbiamo accennato prima”.

Qual era il gesto atletico che ti veniva più spontaneo in campo?

“Mah, senz'altro il mio miglior pregio è stata la velocità, la rapidità di esecuzione nelle cose. E' quello che mi ha permesso di fare quello che ho fatto nella mia carriera”.

Il “gol” e l'”autogol” più clamoroso della tua carriera?

“L'emozione più grande è stata sicuramente la conquista della Coppa Europa nel 1968. Poi, il primo scudetto che ho vinto con la Juventus”.

Invece, il rammarico più grande?
E' stato forse l'esclusione dal campionato del Mondo in Mexico '70, per via di quell'incredibile, grottesco infortunio che ti era capitato alla vigilia della partenza?

“Sì, l'esclusione dal Messico, dai Mondiali del 1970”.

Ti eri infortunato a un testicolo, o no?

“Sì, scherzavo con il massaggiatore della Nazionale, Spirtili, e che era anche della Juventus. Lui, seduto su una poltrona ed io dietro di lui, la sera prima di partire e dopo cena, mi ha detto “smettila, Pietro, smettila!”, ma ho continuato, ho esagerato. Lui si è girato di colpo con un braccio per farmi smettere, e m'ha sferrato un colpo che m'ha preso proprio nel basso ventre. Durante la notte, ho accusato un forte malessere: c'era stato un versamento di sangue e così, per una stupidata, sono stato costretto a saltare i Mondiali”.

Che cos'è che ti dà più fastidio e cosa invece ti commuove ancora nella vita?

“Mi ha commosso i Mondiali che abbiamo vinto nel 2006 in Germania: la concentrazione e la tensione che c'era in campo nella squadra di Marcello Lippi. Il rigore trasformato da Fabio Grosso, un giocatore che si è messo in mostra in quel campionato, perché veniva da una squadra che non lottava per alcun obbiettivo in campionato. Questo giocatore che si è preso la responsabilità di calciare un rigore che metteva in palio la Coppa del Mondo, mi ha commosso”.

Nella vita di tutti i giorni, invece, cos'è che ti commuove di più?
Un bel tramonto – come abbiamo finora sentito dai nostri intervistati -, una bella donna, un bambino che nasce, una bella sinfonia di Bach, un bel quadro di Caravaggio?

“Beh, mi commuove anche un bel film, vedere film non violenti, ma con trame sentimentali. Ma, perché ti vengano le lacrime guardando un film, bisogna che tu risalga a quelli proiettati negli anni Cinquanta o Sessanta”.

Cos'è che ti dà più fastidio?

“La maleducazione e l'arroganza delle persone”.

Il tuo rapporto con l'”Avvocato” Gianni Agnelli: conservi qualche aneddoto? Ti ha regalato una Fiat?

“No, no. L'unico regalo che mi ha fatto l'avvocato è stato un orologio di marca Tiffany, che schiacciavi e segnava l'ora. E' successo quando realizzai 8 gol in 3 partite, 3 contro il L.R. Vicenza, 3 con la Fiorentina, e con la Roma 2”.

Ti ricordi l'anno?

“Penso negli anni tra il 1971 e il 1973”.

Tu, Pietro, hai avuto la sfortuna di lasciare la Juventus l'anno prima dell'accoppiata della Vecchia Signora scudetto-Coppa Uefa...

“Sì, sì, è stata, quella, l'unica squadra italiana senza stranieri in formazione”.

Ora sei opinionista: ma, perché non hai tentato la carriera di allenatore?

“Perché fare l'allenatore comportava altri spostamenti e io mi ero già stabilito definitivamente a Varese. Non avevo più voglia di girare, ecco”.

Ma, cos'hai fatto dopo il calciatore?

“Ho fatto della Scuola Calcio, allenando per 3 anni gli Allievi del Varese e poi ho fatto della Scuola Calcio, fino a quando non sono andato in pensione a 45 anni”.

Otto anni alla Juve e due all'Inter del presidente Ivanoe Fraizzoli. Però, in nerazzurro il tuo bottino è stato magro, o no? Solo una Coppa del nonno, una Coppa Italia.

“A Milano, certo, non ho giocato per quello che avevano sborsato per me, rendendo al di sotto delle mie possibilità. Però, questo fa parte del calcio. Invece, ad Ascoli ho vissuto 3 stagioni meravigliose, bellissime”.

Il tuo idolo da ragazzino?

“John Charles, il gigante gallese e punta della Juventus di Boniperti, Sivori, Nicolè. Mi ero fatto, da ragazzino, anche una voto con lui, quand'ero raccattapalle al vecchio “Cibali” (ora “Massimino”) di Catania e quell'istantanea mi portò fortuna. Infatti, otto anni dopo indossai la sua maglia numero 9. E' stato un sogno che si è avverato”.

Hai anche tu un gol clamorosamente sbagliato, un'autorete storica da raccontare?

“No, autoreti, per fortuna, nessuna. Rigori, bé, ne ho sbagliati. Quello che mi viene in mente adesso è che in una gara amichevole a Bergamo ho sbagliato due rigori, prendendo il palo tutte due le volte. Uno da una parte, l'altro dall'altra”.

Ascolta, Pietro, tu ci credi in Dio?

“Certo che ci credo. Ci credo, sì!”

E, allora, visto che dici di crederci, come te lo rappresenti l'Aldilà?

“Mi auguro che nell'Aldilà ci sia un'altra vita, una prosecuzione di noi, del nostro mondo”.

Ma, che tipo di altra vita, di altro mondo ti aspetti, perché c'è anche chi non è disposto a passare le pene d'inferno, magari, vissute in questo nostro mondo?

“Non lo so: questo potresti raccontarmelo tu, che, secondo me, trovo più addentrato”.

C'è qualcuno che vorresti rivedere nell'Aldilà?

“Vorrei rivedere le persone che mi sono più care, i genitori, i parenti più vicini che sono mancati”.

Non c'è qualche tuo amico calciatore scomparso prematuramente? Ci viene in mente il grande Gaetano Scirea, perito tragicamente in Polonia nel settembre del 1989?

“Mah, adesso non mi viene in mente nessuno. Scirea, bé, penso che lo vorrebbero rivedere un po' tutti quelli che l'hanno ammirato vedendolo giocare, perché è stato un campione in campo e come uomo”.

Non so, dico un altro nome: Carlo Parola?

“No, no. Bé, Carlo Parola è proprio l'ultima persona che vorrei rivedere, perché mi ha provocato quand'ero alla Juventus, facendomi andar via dalla Juventus. Se la mia avventura in bianco-nero è finita, la colpa è stata sua. E' una persona con la quale ho litigato”.

Però, rivedendolo, potresti ottenere le sue scuse... Potrebbe tenderti la mano, che so, magari ricredersi...

“A me non piace quando parlano tutti sempre bene di una persona quando muore. Anche nei riguardi della persona più infida che può essere. Sarà stato anche, Carlo Parola, la persona più brava del mondo, ma, quando con una persona io ci ho litigato, non lo è più per me”.

Adesso, Pietro, ti eleggo un Ferruccio Valcareggi, un Enzo Bearzot, un Marcello Lippi di un'ipotetica Nazionale degli ultimi papi. Assegna loro una maglia e un ruolo!

“No, guarda, a me piacciono tutti i papi del mondo, ma classificarli non sono proprio capace”.

Scegline uno, quello che più ti è piaciuto, che lo ritieni più vicino al tuo modo di fare ed agire.

“I papi sono lì certamente per fare del bene; quello che mi è piaciuto è stato Vojtyla”.

Tu all'oratorio sei nato attaccante?

“All'oratorio giochi, ma il ruolo te lo trovano gli allenatori che ti seguono. Io ho cominciato con i salesiani, nel “San Filippo Neri” a Catania, e trascorrevo tutti i pomeriggi lì dentro sempre giocando attaccante. Per forza: da piccolo sogni sempre di giocare in avanti perché cerchi di fare gol. Poi, quando cresci, gli allenatori ti ritagliano il ruolo definitivo”.

Il giocatore più forte della tua epoca e del tuo ruolo?

“Mah, ce ne sono stati tanti. Io ritengo che alla mia epoca eravamo tutti attaccanti sullo stesso livello: io, Bonisegna, Savoldi, Chinaglia. Forse, chi ci superava è stato Riva”.

E il difensore che t'ha fatto più soffrire, che ti ha sgomitato, ti ha sputato in faccia?

“Bè, sputato in faccia nessuno; sgomitate ne ho ricevute tante, anche considerato il tipo di gioco che facevo. Chi m'ha ammaccato di più, chi mi è rimasto più impresso è stato Aristide Guarneri dell'Inter”.

Baggio, Del Piero o Cassano: chi il più forte dei tre assi italiani degli ultimi tempi?

“Più forte, io direi Baggio e Del Piero a pari merito, poi, Cassano”.

Il più forte giocatore italiano, invece, da quando hai iniziato a giocare tu fino ad oggi?

“Bisognerebbe sapere il ruolo. Posso dirti come portiere Zoff ed Albertosi insieme; come difensore Burnich, e come attaccante Riva”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 23 novembre 2009
seguiranno foto...

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