ULTIMA - 9/12/18 - LA SITUAZIONE DEI MIGLIORI BOMBER A 2 GARE DAL GIRO DI BOA

Si giocano oggi le partite della 14^ giornata dei campionati dilettantistici della nostra provincia. Vediamo dopo le 13 gare finora giocate come è la situazione dei migliori bomber dei gironi veronesi. In Eccellenza, dove si sono già giocate 14 partite, in vetta c'è sempre Edoardo Cappella del Borgoricco con 11 reti, al 2° posto sale a 9 reti Angelo
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INCONTRI VIP'S

24/11/09 - INCONTRI RAVVICINATI: TARCISIO BURGNICH

SARTI, BURGNICH, FACCHETTI...

Granitico, solido, imperturbabile, sobrio come la gente della sua terra, Ruda, in provincia di Udine.

Tarcisio Burgnich nasce in Friuli il 25 aprile 1939, venti anno dopo che il padre Ermenegildo aveva militato durante la Prima Guerra Mondiale del 1915-18 nelle truppe austriache dell'imperatore Francesco Giuseppe.

Ha fatto calcio per più di 60 anni (496 le sue presenze in serie A): una vita spesa per il pallone, rincorso in campo e guidato dalla panchina, una volta appesi gli scarpini al fatidico chiodo.

L'ex “roccia” della Grande Internazionale del “mago” Helenio Herrera non è di tante parole, ma, sincero, quello sì.

Dice pane al pane e vino al vino; la voce è bassa, come se fosse entrato in un confessionale, o per non disturbare qualcuno che nella sua casa di Ruda sta dormendo.

E, così, Tarcisio va controcorrente con un calcio che è fatto di chiasso, clamori, scandali e giocatori strapagati:

“Quando Gigi Riva, in un'Inter-Cagliari, rifilandomi una gomitata, mi ha troncato di netto un dente, volevo lo stesso rimanere in campo. Oggi, invece, avrebbero chiamato la Croce Rossa perfino da Roma”.

Il calcio è cambiato: è più gonfiato. In tutti i sensi:

“A Ruda non esisteva l'oratorio, ma la squadra del paese. E, io, dopo un breve tirocinio, approdai all'Udinese”.

Il bianco e il nero chiamano il bianco e il nero: ma, di un certo effetto, di un certo prestigio, 'sta volta:

“Nella stagione 1960-61 passo alla Juventus e vinco lo scudetto nell'ultimo anno in cui gioca Giampiero Boniperti. Poi, la Vecchia Signora mi spedisce a Palermo, e, quando la incontro, mi “vendico”, segnando su punizione. Non accettai di buon grado quel trasferimento da Torino in Sicilia”.

Ma, Burgnich non nasce difensore:

“No, con la mia prima maglia amaranto, nasco mezz'ala, e ho disputato il campionato di Prima Divisione e poi l'Interregionale a Romans d'Isonzo (Go), per poi finire a Udine per 3 anni, un anno in Primavera e poi gli altri due in Prima squadra”.

Con la maglia dell'Inter Burgnich vince dal 1962 al 1971 in pratica tutto: 4 scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali.
In azzurro, ove colleziona 66 gettoni di presenze e firma due reti, si laurea campione europeo (1968) e vice-campione del mondo a Messico 1970.

Gioca anche nel Napoli, con cui conquista una Coppa Italia (1976) e una Coppa di Lega Italo-Inglese (1976).

Poi, 23 stagioni di allenatore, in club di un po' tutta la nostra penisola (dal 1978 al 2001).

Il gol più bello e l'autogol più clamoroso di Tarcisio Burgnich calciatore?

“Mah, di gol più belli, forse, il più noto è stato quello nella semifinale di Messico 70, contro la Germania: era il momentaneo 2-2. La gioia più importante della mia carriera, breve, di realizzatore, è stata quella. L'autogol? Mah, non è che siano stati molti: a Torino, su un tiro di chi non ricordo, la palla ha preso la gamba ed è carambolata in rete. Poi, a Napoli, su un colpo mio di testa, deviazione e palla in rete. Poi, però, sono riuscito a farmelo perdonare quell'infortunio, realizzando il gol del pareggio”.

Ecco, mister, l'emozione più grande?

“La conquista nel 1964 della prima Coppa dei Campioni, al “Prater” di Vienna, dove si giocava contro i nostri idoli, contro i Di Stefano, i Puskas, i Gento, quella gente lì, che era ammirata in tutto il mondo”.

Non si sente un po' più solo, dopo che la filastrocca di Sarti, Burgnich, manca ora di un grande campione di stile e di calcio come il suo compagno dell'Inter e di tante battaglie, Giacinto Facchetti (58 le presenze in Nazionale al suo fianco su 66 gare in azzurro)?

“Direi che mi manca come amico, non quanto nella formazione. Come amico, perché io in contatto con lui c'ero quasi tutte le settimane. Abbiamo vissuto sempre insieme in Nazionale e nell'Inter, per 12 anni e non posso dimenticare Giacinto dall'oggi al domani. Poi, era un ragazzo eccezionale”.

Lei, Burgnich, ha detto che crede in Dio; come se l'immagina l'Aldilà, come vorrebbe che fosse l'altra metà della valle di lacrime in cui viviamo?

“Non dico che sarà migliore – perché non posso lamentarmi di quaggiù -, però spero che sia un mondo più giusto. Che gli onesti abbiano il loro valore, e quelli che hanno rubato abbiano le loro colpe da espiare”.

Difensore in campo, nella vita attaccante?

“No, no. Sono sempre stato sulla difensiva: non ho mai cercato di andare oltre quelle che erano le mie possibilità. Forse, pensando ai tempi di oggi, ho sbagliato, era meglio se mi comportavo diversamente, se ero più compiacente...”.

Era meglio che papà Ermenegildo le avesse insegnato da piccolo a suonare il violino..., o no?

“Va bé”.

Suo padre ha indossato la divisa delle truppe austro-ungariche al comando dell'imperatore Francesco Giuseppe. Cosa diceva suo babbo dei politici italiani, visto che le danno fastidio anche a lei?

“”Non c'è niente da fare: gli italiani non cambieranno mai!” Diceva sempre in dialetto: “Cò italians non si pol far nuia”: non c'è fiducia. E quello che succede oggi è la verità, si ripete come cent'anni fa”.

Questo è ciò che le dà più fastidio: la politica e i suoi rappresentanti. Invece, cos'è che la commuove di più?

“Le disgrazie cui ci stiamo, purtroppo, ultimamente abituando, che sentiamo tante volte alla televisione: la madre che uccide il proprio figlio, il marito che fa strage in famiglia di vittime innocenti, ecc. Provo commozione perché oltre alla morte di un innocente, chi chiede affetto avrà i suoi problemi”.

Lei è stato, dopo aver smesso di giocare, mister per tanti anni (in un po' tutte le società della nostra Penisola, da Catanzaro a Lucca, da Genoa a Como, da Salerno a Bologna, da Vicenza a Cremona). Ora la nominiamo cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi papi.
Che ruolo o numero di maglia attribuirebbe a ciascuno di loro?
Partiamo da papa Giovanni Paolo II.

“Un dieci e gli diamo la fascia di capitano, perché organizza tutto il gioco”.

A Raztinger?

“E' un bello stopper, un bel centrale. Diamogli il cinque”.

Montini?

“L'undici, io lo vedrei bene come uomo d'attacco: ala sinistra, via”.

Sotto ora col “il papa buono”, Angelo Roncalli...

“E' un buon mediano: diamogli la maglia numero 4”.

E a quel funambolico di papa Luciani?

“Anche lui è un uomo di centrocampo, che sa giocare. Il numero 8, una buona mezz'ala destra”.

Qual è stato il giocatore più forte nel suo ruolo?

“Direi Gentile e adesso indicherei Cannavaro. Rappresentano più o meno il Burgnich in campo, marcatore attento in fase difensiva. Forse, oggigiorno, viene a mancare quell'umiltà e quella concentrazione che ci vuole per fare il terzino. Oggi vediamo di quei difensori che subiscono certi gol che fanno ridere. Gente che sta a guardare il pallone, mentre l'avversario non lo guarda nessuno. Mentre questi giocatori e io in particolare avevamo quest'umiltà e questo compito di marcare uno. E, poi, se c'era la possibilità, di fare altre cose”.

Il suo “cliente” più terribile?

“Era Gigi. Gigi Riva. I duelli per tanti campionati a cavallo tra gli anni 60 e l'inizio degli anni 70 (tra il 1966 e il 1972) erano quelli tra me e lui”.

Quel Gigi che le ha scalfito un dente.

“Eh, sì, bravo. Non scalfito: troncato di netto. In un'Inter-Cagliari: vinto noi per 2-0, se non ricordo male”.

Uscì o continuò a rimanere in campo come Franco Baresi nei Mondiali di Usa '94?

“Mi arrabbiai un momentino, poi, amici come prima.
Dovetti lasciare il campo perché un dente, sai, è sempre una cosa abbastanza delicata. Oggi, accadesse a un altro quello che è capitato a me, ti arriva la Croce Rossa da Roma per portarti via quando vai ko”.

A livello internazionale, qual è stato il cliente più difficile da marcare?

“L'ala sinistra e capitano della Nazionale jugoslava, Dzajic. L'ho incontrato nella ripetizione della finalissima di Coppa Europa vinta da noi a Roma nel 1968. Dzajic so che ha poi fatto carriera nella Federcalcio jugoslava”.

Mister, forse, l'aveva incontrato con l'Inter in Coppa campioni prima, con la maglia della Stella Rossa di Belgrado?

“Quella Nazionale era la più forte di quel periodo lì, eh. Perché ho visto che la Jugoslavia giocò grosse partite contro l'Inghilterra, la Germania”.

Cosa aveva Dzajic per mettere in affanno una “roccia” come lei?

“La tecnica: lui con la palla al piede cercava sempre di saltarti, cioè di dribblare e andare. Aveva una tecnica eccezionale”.

Lei ha giocato assieme al pallone d'oro Luisito Suarez; si ricorda qualche confronto con altri palloni d'oro di quei tempi?

Non ci ho giocato contro, ma, quando c'era da impostare una marcatura serrata sull'uomo più pericoloso, quella toccava sempre a me. Il cane più rabbioso, più pericoloso lo affidavano sempre al sottoscritto”.

Chi vorrebbe rincontrare nell'Aldilà?

“Il povero Armando Picchi, Giacinto Facchetti, quegli amici amici veri”.

E, il “mago” Herrera, vorrebbe rivederlo?

“Bè, al “mago” Herrera penso di avergli dato molto, però, non era un amico. Amico era il povero Picchi, Giacinto, ecco questi con cui ho vissuto 12-13 anni insieme”.

Gigi Garanzini ci ha confidato che il “mago” Herrera uno come Mourinho se lo metterebbe nel taschino. Anche Nereo Rocco, se è per quello.

“Il “mago” era furbo: questo (Mourinho) è un po' l'uomo d'oggi; che rischia, si butta, no. Il “mago” era sempre molto attento a questo. A parte che, quando le cose non andavano bene, dava la colpa all'arbitro. Non faceva grandi cose, non si scagliava contro i giornalisti. Questo ha la forza di poterlo fare, perché è un personaggio, ha un carattere un po' così, tutto suo. Più scaltro il “mago”: non è che gli volevano male anche gli avversari, nonostante tutto quello che diceva, perché parlava sempre di calcio. Diceva che siamo i più forti, i più bravi, che siamo qui, siamo là. Ma, non metteva mai uno contro l'altro, non arringava mai l'avversario”.

Mai espulso Tarcisio Burgnich?

“Sì, due-tre volte. Ad Amburgo, partita con l'Italia, e poi una volta a “San Siro”, contro il Napoli, per intenzione. Non per fallo. Eppoi, una volta a Bologna: anche lì non un fallo, ma nemmeno una ripicca: l'arbitro ormai doveva fare qualcosa e l'ha fatta a me”.

Ma, tra i tuoi più grandi rammarichi non c'è quello spareggio-scudetto perso all'”Olimpico” di Roma nel giugno del 1964?

“Mah, sa lì c'è stata un po'... Venivamo da una partita molto importante, perché, quando succede che tu hai un obbiettivo, ti prepari psicologicamente, e tutto. Riuscito ad ottenere quel risultato, ovvero la conquista della Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, prima di ricaricare di nuovo la batteria ci sarebbe voluto del tempo. E, invece, abbiamo dovuto giocare subito dopo lo spareggio-scudetto, e probabilmente non eravamo nelle nostre condizioni migliori”.

E, poi, quel famoso scudetto perduto incredibilmente nel 1967 al “Danilo Martelli” di Mantova, con rete di Gegè Di Giacomo, l'ex di turno, e la paperaccia di Giuliano Sarti...

“Qualcuno è morto sempre con il pensiero che qualcosa ci sia stato”.

Tra Sarti e Gegè Di Giacomo?

“Non so tra Di Giacomo e Sarti, però, io dicevo che mi pareva impossibile una cosa del genere, perché fare un errore del genere equivale avere per tutta la vita in testa questo fatto”.

Ha visto piangere il portiere nerazzurro Sarti?
Lei, Burgnich, ha pianto quella volta?

“Però lui, Sarti, è morto con quel pensiero. Ma, io ho pianto quando è mancato mio padre nel 1967 e basta. Mi emoziono, a volte anche per le piccole cose, ma non fino ad arrivare alle lacrime”.

La batosta più memorabile con l'Internazionale?

“Eh, quella con il Mantova”.

No, intendevo dire la sconfitta più pesante in termini di punteggio.

“La gara di Monchenglad contro il Borussia; però, la partita era già finita sul 2-1. Mi ricordo che sono andato su negli spogliatoi, che era la sede dei tedeschi, e l'avvocato Beppino Prisco ci ha detto: “Ragazzi, tranquilli, la cosa, la partita è come se fosse finita, e si rifà”.

Un'altra persona che, forse, lei vorrebbe vedere nell'Aldilà è l'avvocato Prisco, grande tifoso dell'Inter, o no?

“Sì, sì”.

Dal 1978 (Livorno) fino al 2001 (Pescara) lei ha guidato le squadre dalla panchina.
Come mister ha qualcosa da rimproverarsi?

“No, ho sempre cercato di fare del mio meglio. Purtroppo, sono sempre caduto in società dove non c'erano quattrini. E, se non c'hai quattrini non hai giocatori, e se non hai giocatori diventa difficile ottenere dei grossi risultati”.

Il più grande giocatore di tutti i tempi, anche per lei Pelè?

“Sì, Pelè aveva più qualità, Di Stefano sapeva far tutto. Come qualità tecnica Pelè forse era superiore. Mentre Maradona è un giocatore quasi singolo: tecnicamente molto bravo, però, non aveva le qualità che aveva Pelè. Pelè, destro, sinistro, testa, veloce, il dribbling. Completo, sì, completo. Maradona era un ottimo mancino, di testa non era uno che si alzava molto. Velocità e copertura di palla, che nessuno riusciva a portargliela via”.

Anche se in quella finalissima di Messico 70 il Pelé di quel Brasile non accennò mai a duelli o a un confronto diretto con lei. Saltò qualche cm più alto per incornare il gol del momentaneo 1-0 dei carioca. Che, alla fine, trionfarono per 4-1.

“No, non mi impegnò più di tanto perché non cercava mai di puntarmi. Quando giocava la palla, io mi avvicinavo e lui dettava i passaggi agli altri. In pratica, faceva la mezz'ala”.

Quale avversario avrebbe voluto sfidare o giocare contro?

“No, non ho mai pensato a questo. Come mi davano l'uomo, io avevo il compito di neutralizzarlo”.

Bobbie Charlton, Johan Cruyff?

“Bobbie Charlton l'ho incontrato in Nazionale Under 21, a Londra, al New Castle”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio 24 novembre 2009
seguiranno foto...

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