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INCONTRI VIP'S

11/12/09 - INCONTRI RAVVICINATI: MARCO PASTONESI

IN..."PASTO" AL RUGBY

Genovese di nascita (27 agosto 1954), ma milanese di adozione, Marco Pastonesi è una delle firme più autorevoli del rugby e del ciclismo de “La Gazzetta dello Sport”, dove lavora dal 1992.

“Penna ufficiale” del Giro d'Italia e di altre manifestazioni ciclistiche internazionali, Pastonesi cerca sempre di studiare più che l'atleta l'uomo, più che il campione il gregario.

Ex giocatore di rugby e di ciclismo, ha scritto “La leggenda di Maci” (Mario Battaglini), “Il terzo tempo” e “In mezzo ai pali”: quest'ultimo gli è valso il prestigioso premio Ussi-Coni 2002 per i migliori racconti di sport.

E' del 2007 “Ovalia”, una sorta di dizionario erotico del rugby, considerato dallo stesso Pastonesi uno sport violento giocato da gentiluomini, e non tutto muscoli e niente cervello; basato sul rispetto per l'arbitro e sul famoso e conciliante terzo tempo.

Da dove nascono i tuoi nascono i tuoi successi?

“Successo è una parola grossa. Diciamo che questi libri o libricini nascono dalla passione. Io ho cominciato a giocare a rugby e ho giocato 13 anni tra serie A e serie B, dando il meglio di me stesso quando ero in panchina o in tribuna. Come portavo io l'acqua ai compagni non c'era nessuno e poi sono rimasto legato a questo sport, perché è uno sport che ti contagia, ti ammala, ti ammalia, ti strega, e allora rimani proprio dentro. E sono riuscito a trasformarlo da passione a professione, e così a seguire anche per la “Gazzetta” il rugby. Sai, del rugby mi affascinano le storie degli uomini e anche delle donne. Del giocatore, tutto sommato, non è che mi interessa granché: certo, mi piace la prodezza tecnica, il valore, il coraggio, la lealtà. Però, mi interessa l'uomo. Che c'è dentro la maglia; togli la maglia, rimane pelle, rimangono ossa, rimangono muscoli, rimane soprattutto un'anima. Ecco, questo è quello che m'interessa. Eppoi, è un gioco fantastico perché è il gioco di squadra per eccellenza, è un gioco dove l'impatto fisico non viene punito, ma viene premiato, ma valorizzato e l'impatto fisico è roba vera, roba dura, roba tosta, roba autentica: quando c'è l'impatto fisico non ti puoi nascondere, non puoi cambiare la tua identità. Viene fuori quello che sei veramente. Ecco, le storie del rugby, secondo me, sono bellissime. Anche, e soprattutto, quelle che si raccontano dopo la partita, dove i giocatori ricamano un po' sulle varie acrobazie e lì c'è materiale addirittura di letteratura; per chi è capace”.

Non hai mai giocato a calcio?

“A calcio, sì, io me ne sono occupato, sempre per la “Gazzetta””.

Ma, l'hai praticato da ragazzo, all'oratorio?

“Ma, sì, certo. Tutti noi abbiamo avuto un'educazione cattolica e calcistica. E, quindi, anch'io da piccolo giocavo centrocampista, dopo, sono piano piano arretrato a mediano, poi, terzino, poi, sempre più fermo, no? – e giù una bella risata – stopper, e adesso guido dalla panchina la squadra de “La Gazzetta dello Sport”. Abbiamo una partita solo all'anno, si chiama “Christmas Cup” (la “Coppa di Natale”), e viene fatta dal calcio contro il resto della “Gazzetta”, cioè tutti gli altri sport. Ecco, io sono il mister, diciamo così, degli altri sport”.

I miti delle 3 discipline cui sei maggiormente affezionato e di cui ti occupi alla “Gazzetta dello Sport”: il rugby, il calcio e il ciclismo.

“Mah, il mito del rugby è – ne ho due – la squadra dell'Aquila e del Frascati. Il Frascati perché è un'oasi ovale, dove il gioco viene sempre interpretato in maniera ruspante e poi per tutto quello che è legato al mondo del rugby; quindi, c'è una sorta di ragnatela di amicizie a base di tarallucci e vino, che sconfinano nell'etica e nella letteratura. Per cui, Frascati mi piace da matti. L'Aquila: devo dire che io non avevo mai giocato a L'Aquila, avevo avuto la sfortuna o la fortuna di giocare a Treviso, a Rovigo, a San Donà, in luoghi prestigiosi anche prestigiosi del rugby, ma mai a L'Aquila. Anche perché il mio allenatore, insomma, non se la sentiva proprio di cadere così in basso con me in un posto, L'Aquila, che è la cattedrale, la capitale del rugby italiano. L'ho scoperta, invece, con il terremoto: due giorni dopo il terremoto del 6 aprile, sono andato a L'Aquila per la “Gazzetta dello Sport” e con quelle amicizie ovali, del rugby, ho vissuto una settimana, ed è stata un'esperienza fantastica, indimenticabile, profonda. Perché lì ho scoperto il valore umano dei giocatori di rugby dell'Aquila: gente fantastica”.

Veniamo alle individualità, ai singoli miti...

“A me piace, mi è molto simpatico Dino Zandegù, ciclista veneto di Rubano. Un velocista degli anni Sessanta, Settanta. E' celebre la sua rivalità con Marino Basso, e Zandegù è un mattatore, tutt'ora è abilissimo a raccontare le sue gesta. Ne racconto solo una: una volta, su una montagna del Sud, quindi, in grande difficoltà perché Zandegù era grande e grosso, vede da lontano un prete. Allora, quando gli si avvicina, comincia ad urlare al religioso “Se non mi spingi, bestemmio!”. Quando è arrivato in prossimità del sacerdote, questo lo prende dalla schiena e comincia a spingerlo, spingerlo, spingerlo finché poteva, per un chilometro, e poi sviene. Il mito del rugby è Tana Umaga, neozelandese, maori, tre-quarti centro e capitano a lungo degli All Blacks. Ma, è un personaggio familiare: pochi giorni fa era a Milano ad incontrare la nostra società, la FR Milano, squadra di serie C modesta, ma a lui quello che interessa sono, alla fin fine, i rapporti umani. Quindi, era con noi a mangiare, a bere, a scattare fotografie, a dire stupidaggini. Queste sono le persone che mi piacciono”.

Per il calcio, invece?

“Per il calcio, senti, io sono genoano; quindi, questo la dice lunga. Il calcio è il Genoa, non c'è altro: è una malattia ereditaria. Per me, non è calcio, è pura sofferenza. Però, anche grandi soddisfazioni come l'ultimo derby, dove abbiamo annichilito, annientato la Sampdoria. 3-0, non gli abbiamo fatto toccare palla, è stato un godimento totale”.

Tu credi in Dio?

“Ma, sai che...Io ci credo, sì. Non sono religioso, sono spirituale”.

Come te l'immagini l'Aldilà?

“L'Aldilà io me l'immagino come un immenso Centro Polisportivo, con grandi distese di campi. Di campi da rugby, campi da calcio, campi da basket, e poi delle montagne, dove non si fa fatica a scalarle. Una bella piscina per la pallanuoto, e poi, dei percorsi ciclabili, fatti anche da nuvole. E, quindi, salite e discese. E, il bello del paradiso è che le salite non sono l'inferno che sono invece a volte qua sulla terra”.

Cos'è che ti dà più fastidio e cosa invece che riesce ancora a commuoverti?

“Quello che mi piace e mi commuove sono gli uomini e le donne di sport; cioè i loro racconti, le loro emozioni e le loro debolezze. Quello che non mi piace, a volte, è stare nel giornale, in redazione. Ecco, mi manca l'aria. Per uno che è abituato a battere
il marciapiede, per uno abituato a stare sulla strada o sui campi, negli spogliatoi o nelle officine, ecco, stare in redazione è un nodo soffocante. Mi manca l'aria”.

Cos'è invece che ti dà più fastidio?

“Più fastidio mi dà a volte lottare, ecco, per avere qualche riga in più. Però, adesso c'è Internet, grazie a Dio, e lì problemi di spazio, grazie a Dio, non ce ne sono”.

Ti nomino idealmente cittì della Nazionale degli ultimi papi. Puoi trovare fuori loro il ruolo calcistico e quello rugbistico?

“Voytila è un centravanti di sfondamento. Terza centro, cioè il numero 8, è l'uomo che guida il pacchetto di mischia. Grande forza, grande la personalità di Giovanni Paolo II. Direi che sono i ruoli giusti”.

Papa Ratzinger?

“E, Ratzinger nel calcio lo vedo come un numero dieci, cioè l'uomo dell'ultimo passaggio, oppure il fine ragionatore di centrocampo. Nel rugby potrebbe essere anche lì il numero dieci, il mediano di apertura, e, quindi, anche lì è quello che determina gli schemi, determina la trama del gioco. Ecco, non è uno che ci mette l fisico, è uno che fa giocare il fisico degli altri”.

Papa Montini, Paolo VI?

“Mah, papa Montini in panchina. Non come riserva, eh, come mister. Anche nel rugby: l'allenatore è importante. E' chiaro che giocano gli altri, ma giocano secondo i dettami. Montini è il classico ex giocatore che poi è riuscito a diventare un bravo allenatore. Penso a Trapattoni: è stato un bel giocatore e poi è diventato un allenatore, no?, di Nazionali. Un mito che non Sacchi: Arrigo Sacchi è stato un grande allenatore, ma come giocatore era scarso”.

Papa Roncalli, il “papa buono”?

“Eh, papa Roncalli: secondo me un pilone. Un pilone del rugby, sono quei giocatori che giocano in prima linea, e hanno quel fisico lì anche, no? Solidi, solidi, non particolarmente atletici, però che fondano la base del pacchetto di mischia (per quello si chiamano piloni perché rappresentano delle mura, delle fondamenta, dei pilastri per la propria squadra. Nel calcio, terzino? Terzino alla Burgnich”.

Infine, anche se tu avevi 4 anni quando morì nel 1958, papa Pio XII?

“Sì, non so niente: lo tengo tra le figurine. Va bene? Come Meazza”.

Ah, dimenticavamo papa Luciani.

“Papa Luciani però è stato come i sei minuti di Rivera a Città del Messico, alla finale del Mondiale contro il Brasile di Pelè”.

Tra questi pontefici, chi, secondo te, assomiglia di più al grande “Maci” Mario Battaglini?

“Non vedo nessuno che gli possa assomigliare. Mario Battaglini era un giocatore del Rovigo, ed è stato il primo italiano ad andare a giocare all'estero, in Francia. Ed è diventato una stella del rugby francese. Pensa che “Maci” Battaglini poi poteva fare tutto: era un giocatore di mischia, però, poteva giocare mediano di apertura, a volta si schierava con i trequarti: era calciatore, nel senso che era quello che piazzava, che calciava le punizioni, calciava il pallone tra i pali possibilmente sopra la traversa. Ma, era uno sportivo a 360 gradi: giocava a basket, perché comunque era grande e grosso, ha fatto incontri di pugilato. Tra l'altro sfidando colui che sarebbe diventato il campione italiano dei pesi massimi. Eppoi, portava i ragazzini a nuotare nell'Adigetto e nel Po a Rovigo. Insomma, è stato un eroe, un eroe, uno sconosciuto eroe del Novecento”.

Un eroe che tu Marco sei riuscito a tirar fuori dal tunnel dell'anonimato...

“Non è vero: io sai che cosa sono? Un ladro, non invento nulla. Invece la realtà supera sempre la fantasia. E, allora cerco solo di non fare danni quando dei corridori, per esempio, mi raccontano le loro avventure. Ce ne sono di straordinarie; certo, bisogna trovare il momento buono ed anche il corridore buono. Una delle mie fonti di ispirazione è Dino Zandegù, padovano di Rubano, ed ora abita a Milano”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 dicembre 2009

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