ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

1/1/10 - INCONTRI RAVVICINATI: DON ANTONIO MAZZI

DON MAZZI, TERZINO “PROGRESSISTA”

E' stato il primo ad essere stato chiamato “pretaccio”, alla fine degli anni Settanta, dal Candido Cannavò, durante la loro conoscenza in Rai, ma, Don Antonio Mazzi non ha voluto poi farsi intervistare dal direttore della “Gazzetta dello Sport” quando la prestigiosa firma della Rosea nel suo libro “Pretacci”, uscito nel marzo 2008, avrebbe voluto metterlo alla testa dei religiosi che portano il Vangelo sul marciapiede.

E, sarà lo stesso Don Antonio a spiegarci, nel corso del lungo colloquio concessoci, il perché di quel rifiuto, svelato il quale, si completa la conoscenza sul presidente della Fondazione Exodus, impegnata da anni nel recupero dei tossicodipendenti.

Ma, il “pretaccio” veronese – è nato nella città ingentilita dagli Scaligeri il 29 novembre 1929 – ha fama anche di scrittore e di pedagogista (una dozzina i libri sfornati e tre le lauree Honoris causa conferitegli) e di collaboratore per numerosi giornali e riviste.

E' volto ormai notissimo della televisione: tutti conoscono il suo parlare schietto, che fa di lui forse il portavoce più autorevole dell'”altra Chiesa”, quella estranea alla ritualità pomposa e un po' noiosa, quella che non arriva facilmente al cuore della gente.
E' - per dirla alla don Andrea Gallo, altro prete che opera nei più disagiati sobborghi del Genovese – il “pretaccio” veronese potrebbe essere il “Gran cardinale della basilica del marciapiede”.

Prete a volte scomodo, perché molto diretto e poco diplomatico, dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1956 – nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza -, nel 1974 sottoscrive la convenzione con il Ministero della Difesa per gli obbiettori di coscienza e, nel 1979, dopo essere stata accertata la gravità del fenomeno delle tossicodipendenze, realizza il Progetto Exodus. Ora sta lavorando al progetto “Un'idea”, struttura sperimentale alternativa al carcere minorile.

Don Antonio, ha mai giocato a calcio?

“Il calcio era l'unica attività, era lo sport che costava di meno, per il quale bastava un pezzo di cortile. Quindi, tra un'ora di matematica e un'ora di latino, ci buttavamo lì. Allora era molto più semplice, non c'era bisogno delle scarpe da calcio o delle magliette o dei pantaloncini, che dovevano per forza essere firmati Del Piero, altrimenti non giocava più nessuno. Giocavamo così e mi ricordo che io ero un'ala, perché ero piccolo e veloce, e ai tempi c'era don Adelio Tomasìn – ex casante dell'”Opera don Calabria” ed ora vescovo a Quixadà, in Brasile, e mio compagno di scuola - e lui era centrocampista. E io giocavo sull'ala, va bene? E mi ricordo che, prendendo un calcio di quelli tremendi, mi sono spaccato la tibia sinistra. Ma, poi, il calcio mi è sempre piaciuto. Ma, sai il calcio, più che piacere il calcio, per chi è con i ragazzi, perché per un prete di un oratorio la cosa più semplice è mettere insieme una squadra di calcio: è la cosa più simpatica, costa poco, il calcio lo possono giocare tutti. Non è come la scamorza. Mentre la pallacanestro comincia a essere una roba un po' più complicata, una pedata la tirano tutti, per cui, sai, allora giocavamo per divertirci. Poi, l'ho usato il calcio da prete dell'oratorio quando ero a Primavalle negli anni 62-68. Io il Sessantotto l'ho vissuto a Roma in una di quelle borgate lì, ho salvato un sacco di ragazzi dove avevo 8 squadre di calcio, tra cui due femminili, e ho salvato centinaia e centinaia di ragazzi. I quali non venivano al catechismo, ma al calcio sì, e, sai, prima o dopo, una predichina prima, una predichina dopo riuscivo a portarmeli a casa”.

Giocava ala destra o ala sinistra?

“Ala sinistra”.

Era già un terzino “progressista”, o giocava a sinistra perché era un mancino puro?

“Non lo so perché, ma mi godevo giocare sulla sinistra, perché non sono mancino. Che ne so, mi godevo giocare sulla sinistra: mi sembrava che fosse la zona in cui facevano più fatica a giocare gli altri. A me, più che tirare, piaceva correre e poi passare il pallone. Ho giocato, quindi, sulla sinistra. Adesso non so se ero progressista o no; un po' balordo, lo sono sempre stato, va bene? “ e giù una bella risata.

Che ruolo ha giocato nella vita don Antonio Mazzi. Che appena compiuto 80 anni?

“Senti, io non avevo mai pensato di fare il prete, perché quando sono stato a studiare – sono stato a “Don Calabria”, anche perché era l'unico che ci manteneva: i miei erano poverissimi, io sono rimasto senza papà che avevo pochi mesi – non volevo fare il prete, dicendomi intanto studio e non peso sulla mamma, sono via di casa, torno a casa ogni tanto, perché quando andavo a casa dovevo andare a cercarmi il mangiare. E, poi, finita la Terza Liceo, mi sono detto cosa faccio, cosa non faccio, sono andato in noviziato, non per convinzione, ma, perché, pensando di andare a casa e pesare su mia mamma – che doveva lavorare di giorno e di notte – era un ingombro. Già mia madre aveva mio fratello più giovane. Poi, il Padreterno ha mandato l'alluvione del Po (novembre del 1951) e noi, che eravamo in noviziato, Don Calabria insieme col padre maestro – che era don Pietro Murari – ha pensato di ascoltare il vescovo di Ferrara, monsignor Ruggero Bovelli, il quale voleva un Istituto “Don Calabria” anche a Ferrara.
A Ferrara, allora, voleva dire 98% di comunisti, ma di quelli di una volta, non quelli di adesso che sono comunisti alle salamelle. Per cui, il vescovo Bovelli l'ha chiamato e, per andar giù, siccome che non c'era nessuno, – ci ha spostati giù tutto il noviziato. A Ferrara abbiamo aperto la “Città dei ragazzi”: era nell'agosto del 1951.
Una storia stranissima, perché di solito il noviziato è molto rigido, e a metà noviziato siamo andati a Ferrara. E abbiamo aperto questa “Città dei ragazzi”, lontanissimi dal pensare all'alluvione, perché l'idea era offrire accoglienza a una quarantina di ragazzi, che nel giro di tre anni erano diventati 300. Abbiamo dovuto preparare bambini, le mamme: era una disperazione. Ed è stato lì, in quell'occasione che ho cominciato a pensare alla mia vita. Mentre ero ancora lì che tiravo a campare: mi piaceva la musica, e pensavo di andare a Bologna, di iscrivermi a Lettere e Conservatorio. Così non avrei pesato su mia mamma e poi avrei guadagnato un po' da dormire e da guadagnare facendo l'assistente alla “Città dei ragazzi”.
Allora, non c'era problemi di sindacati, di rapporti di lavoro. Invece, questa alluvione qua mi ha rovesciato la vita, nel senso che – mi sono detto – come è possibile che dalla sera alla mattina gente che aveva papà, mamma, i soldi, le campagne, le mucche, le case, si sono trovati senza niente. E mi sono trovato in mezzo a questi bambini disperati, va bene, con le urla della disperazione. Mi sono guardato in faccia e ho detto: ma, un tipo strano come me forse potrebbe aiutare questi bambini, che sono rimasti senza nessuno. Io soffrivo della morte di mio papà, Ugo Guglielmo, nome che poi ha preso mio fratello che è nato dopo la morte del papà ferroviere morto trentenne a Venezia in settembre e sepolto a Valdobbiadene, con mio fratello che nasceva a marzo, l'ho sempre vissuta in maniera traumatica. Quella volta è scattato qualcosa dentro di me: ho mollato tutto e ho fatto il prete, e nel 1956 sono stato ordinato sacerdote. E da lì in poi ho sempre fatto il prete... mah, io dico che sono come il famoso asino di don Abbondio: tra il fosso e la strada. Sono sempre rimasto lì a lavorare, ai limiti della città, ai limiti della regolarità, perché mi sembrava che uno come me potesse, se si fosse collocato lì, lavorare con i poveri”.
“I poveri bisogna viverli da poveri. Perché andare ai poveri con la testa dell'illuminato...; allora ho sempre rischiato periferia di Roma, poi, sono stato a lavorare a Verona in via Roveggia, aprendo tutta l'attività a favore dei disabili, dei malati mentali. Ho cercato di applicare la 180 di Basaglia, con le piccole comunità famiglie ho cercato di tirar fuori ragazzi handicappati psichici – si chiamavano così una volta -. Poi, nel 1979 mi hanno mandato a Milano, con tutto quello che era e stava succedendo a Milano: la droga, il Parco Lambro, i primi movimenti di “Re Nudo”, i primi movimenti radicali, le prime erbe, i primi acidi arrivati a Milano, il terrorismo. E lì sono arrivato a Milano tre mesi prima che arrivasse il cardinal Martini. Io sono arrivato a settembre-ottobre, Martini è arrivato in febbraio e quindi ho vissuto col porporato tutto questo periodo, molto molto difficile, delicato. Poi, è arrivata Tangentopoli e tutto quello che è successo”.

Aveva allora una simpatia calcistica?

“Corso, Corso, Mariolino Corso”.

E' di San Michele Extra, di Verona...

“Era di San Michele ed è stato quello poi che mi conservato la fede interista. Tu sai con il famoso sinistro e le famose punizioni a foglia morta mi hanno fatto diventare interista”.

Che cos'è, don Antonio, che le dà più fastidio. Lei ha appena compiuto 80 anni e ne ha vista di acqua passare sotto i ponti.

“L'ipocrisia: mi dà fastidio la doppia faccia. Io ho sempre rischiato tutto, va bene, tenendo una faccia sola. Ho rischiato di essere sbattuto fuori dalla Congregazione, di essere antipatico alla Destra per un verso, alla Sinistra per un verso, ai laici per un altro, ai preti per un altro. Perché io ho sempre avuto una faccia sola, perché ho sempre detto quello che mi sembrava giusto dire; qualche volta anche con un aggettivo in più, qualche volta con un aggettivo in meno. Questa è la cosa che più mi irrita. Credo che nel Vangelo la cosa che è stata più antipatica a Cristo sono stati i Farisei: perché avevano una faccia e dentro ce ne avevano un'altra”.

La cosa che l'ha fatto intenerire di più, soffrire maggiormente?

“Questo mio fare il prete così ha sempre fatto soffrire mia mamma, Maria, perché voleva che fossi un prete vero dentro a una parrocchia, con la veste addosso”.

Forse, mamma Maria l'avrebbe pensato più protetto, più al sicuro.

“No, anche se lei sarebbe stata volentieri la mia perpetua. Io, invece, ho sempre fatto il prete un po' così, per cui mia mamma non m'ha mai capito e mio fratello aveva dovuto sempre difendermi. Mio fratello ha tenuto la mamma, l'ha assistita sempre, mi ha difeso dalla televisione, dai giornali: se arriva gente, mio fratello doveva fermarla sulla porta, sussurrandole un “Mi raccomando!”. Già, mia mamma: è morta sperando che io facessi il prete sul serio. Questo mi fa stare molto male, perché...Pensa che addirittura per un periodo ho tenuto la veste appesa all'attaccapanni e me la mettevo quando andavo a casa. Va bene. Poi, non ce l'ho fatta più perché sapevo che mia mamma mi voleva con la veste. Questo mi intenerisce per un verso, ancora mi fa un complesso di colpa, nella speranza che adesso dal Paradiso lei capisca che si può fare il prete anche come lo faccio io”.

Questo è il particolare che l'ha fatto, la fa ancora soffrire. Ma, oggi cos'è che la commuove?

“La commozione per chi fa la vita che faccio io ce l'ha dieci volte al giorno: le lacrime di una donna, una telefonata disperata, una E-mail che t'arriva, una donna che ti passa vicino, come una notte di Natale, finita la messa, una signora mi ha toccato e poi si è fatta il segno della croce. L'ho guardata così, un po' sbalordito. Chi fa il mio mestiere deve essere capace di intenerirsi per un verso e di arrabbiarsi per un altro. Perché arrabbiarsi con le grandi ingiustizie che ci sono, intenerirsi perché la gente è molto più buona delle istituzioni che ha. Allora, io vivo, non in questa altalena, ma vivo di questi momenti. Poi, mi capita un giorno che piango tre volte di commozione, un altro che urlo come una bestia perché un ragazzo si è fatto un'altra volta, è scappato via. Io, poi, sono un primario, si dice così, no?, un estroverso, per cui le cose le dico e le vivo. Punto. Basta che mi guardino in faccia e tutti sanno cogliere il mio umore, avvertono come la penso. La mia segretaria dice per favore lasciatolo in pace stamattina perché stamattina è un brutto giorno per il don”.

Come se l'immagina il Paradiso, l'Aldilà?

“Ma sai io faccio a fatica a pensare come sarà il Paradiso. Io ho solo bisogno che a un certo punto un Padre mi aspetta; un Padre con la “P” maiuscola, uno che perdona, che mi capisce!”.

Un padre che lei non ha mai avuto...

“In parte non ho mai avuto, ma anche il Padre che è Dio”.

Un Padre che ti consola...

“Più che consola, che ti abbraccia, che è l'Eternità, che ti dice adesso finalmente sono arrivato. Come quando uno che ha fatto il giro del mondo torna a casa, ecco. Mi pare che il Paradiso sia un ritorno a casa, dove trovo un Padre e dove non c'ho più bisogno di stare bene, male, di chiedermi cosa farò, cosa non farò, avrò debiti, non avrò debiti. Questo credo che sia il Paradiso: il luogo dell'amicizia, il luogo della paternità”.

E della fratellanza anche.

“Sì, ben chiaro: quando poi incontri il Padre tutto diventa amore”.

Don Antonio, chi vorrebbe rivedere?

“Soprattutto i miei ragazzi che ho perso in modo drammatico. Anche mio padre e mia madre, ma, tanti ragazzi che sono morti in maniera drammatica, in maniera spaventosa, soprattutto i malati di Aids, che hanno sofferto l'iradiddio, e che dal punto di vista della Chiesa dovrebbero essere all'inferno. Dal punto di vista delle legge, dico. E io spero che la misericordia di Dio trovi delle strade particolari per portarli...Io vorrei trovarli là, perché la loro sofferenza è stata tale per cui credo che ci sia il diritto”.

Prima, ad inizio di intervista, l'ho sentita nominare Del Piero.

“No, no”.

Non le piace nessun giocatore?

“No, non mi piace neanche no. L'unico giocatore, l'unica persona che mi piace nel mondo del calcio è Prandelli. Il resto, devo dire che sono interista perché è tutto un gioco di simpatia con i ragazzi, perché questo ti permette di parlare anche con gente che se potesse sputarti nel muso, perché sono un prete, lo farebbe, ma gente che anche ti accetta perché ti permette di entrare in comunicazione verbale con persone che altrimenti faresti fatica a comunicare in altra maniera. D'altra parte, però, il calcio vuol dire stare insieme, vuol dire milioni di persone che abbracciano, a livello di passione, intere generazioni (dal nonno al nipotino, il figlio, il padre, la madre: è una comunicazione intergenerazionale). Per cui è ancora uno dei momenti che tiene insieme la gente”.

Ora grazie a un colpo di bacchetta magica alla Henry Potter la nominiamo cittì della Nazionale degli ultimi pontefici. Vogliamo trovar fuori loro un ruolo, un numero di maglia da Pio XII fino a Ratzinger. Dove lo mettiamo Pio XII?

“Pio XII? Mah, una maglia. E' uno stratega Pio XII, per cui sarebbe un aiuto allenatore”.

Poi, abbiamo papa Roncalli, il “papa buono”.

“Papa Roncalli? Se lo metti in porta, fa fare tutti i gol agli altri” e gran sorriso di Don Mazzi. “Quindi, è uno che devi mettere quando vuoi perdere. Va bene? Perché la generosità di quest'uomo...Faccio fatica a pensare che Roncalli pari un gol, per ché ride, e poi magari dice all'avversario “bravo!”. Va messo dentro quando o hai già 5 gol, anche se sei in vantaggio, oppure, quando dice “anche se perdiamo...””.

Poi, abbiamo Paolo VI, papa Montini...

“Eh, io di Paolo VI conosco poco, cioè conosco tantissimi bresciani, ma non ti so dire Paolo VI. E' un filosofo, quindi, è un pensatore, un grande uomo di concetto. E' uno dei grandi papi che hanno dubitato di qualche cosa, mentre tutti gli altri papi non dubitavano mai di niente. Mi ricordo tutto il discorso sulla maternità responsabile: c'ha avuto dei documenti interessantissimi, va bene, aperture che poi sono rimaste lì. Ma, interessantissime. Non so, non so dove metterlo. Bé, si potrebbe metterlo mezz'ala. Sì, dai, mèttelo mezz'ala”.

Quindi, sebbene per pochi giorni, abbiamo avuto papa Luciani...

“Faccio fatica a vedere in un campo di calcio papa Luciani” altro bel sorriso di don Mazzi.

Forse ricorda un po' la staffetta dei famosi 6 minuti Rivera-Mazzola a Messico 1970, o no, don Mazzi?

“Ah sì, potrebbero essere gli ultimi 3 minuti della famosa partita, potrebbe essere vero. Giovanni XIII e Giovanni Paolo I sono da mettere dentro quando hai la partita in tasca, va bene?”

Poi, lo straordinario Papa Wojtyla. Che maglia diamo al papa polacco?

“Dieci, dieci”.

Anche la fascia di capitano gli attribuiamo?

“Il dieci diventa capitano anche se non ha la fascia, perché di solito i numeri dieci sono grandi maglie”.

E, infine, abbiamo Joseph Ratzinger...

Don Mazzi sorride, stenta ad abbozzare la risposta. Ratzinger, don Mazzi, fino adesso. Le ricordo che in porta ha già messo Roncalli.

“Potrebbe essere, potrebbe fare un po' il terzino. Terzino, terzino destro. Terzino destro, va bene?”

E il cardinal Martini, dove lo metterebbe?

“Terzino sinistro. Perché è un gesuita, e un gesuita è un difensore, è un sistemista, un sistemista, Martini, eh. Che ha anche le puntate, però, da buon gesuita, non le spara mai. Ultimamente, ha cominciato anche a ... Perché essendo piemontese, gesuita e cardinale, però, è un grande terzino. Potrebbe essere anche terzino d'attacco, sai quelli che vanno lungo la fascia”.

Tipo Antonio Cabrini, fluidificante?

“Esatto, esatto, potrebbe essere una roba del genere. Poi, essendo anche lunghissimo, potrebbe fare anche il gioco di testa, potrebbe essere terzino alla Facchetti”.

E, siamo ancora con l'Inter, don Mazzi: non si muove lei da lì, eh!

“Sono interista”.

Pensavo che fosse juventino.

“No, no, no, per carità”.

Non si è mai innamorato, don Mazzi? E' la prima volta che lo chiediamo a un religioso.

“Sai, non è mai stato un problema per me l'amore. Il problema è stata la testa. La testa. Mi ha sempre disturbato la testa, l'obbedienza, la regolarità. Ma, l'amore,...Sai, poi, io avuto la fortuna di avere sempre vicino un gruppo di ragazzi che mi hanno completamente assorbito, va bene. E' chiaro che ogni tanto di una coccola ogni tanto avresti bisogno anche tu, ma...”.

Un bacio di una bella donna, nemmeno una volta?

“Mah. I baci delle belle donne cosa sono? Io ho frequentato tantissimi belle donne, ma non mi hanno mai affascinato. Mai, nemmeno i baci, anche se mi vedevano con Mara Venier, con la Simona Ventura”.

Con Valeria Marini...

“No, dalla Valeria Marini proprio io non mi lascio neanche baciare”, e, alé, esplode la risata di tutti presenti al colloquio.
“Per cui, sai, il problema vero è che io ho sempre avuto la mia testa, che mi ha sempre disturbato. Ogni tanto dovrei smontarla e metterla lì sul tavolo, perché? Perché di sì. Ma, non l'umiltà, la caparbietà, non so neanch'io, ecco. Chiedo sempre al Signore ogni tanto che mi faccia dimenticare che c'ho la testa. E, quindi, è il voto di obbedienza quello che mi costa di più. In assoluto”.

Senta, don Mazzi, la definizione di “pretaccio” le va bene?

“Beh, l'ha data a me Candido Cannavò. Il primo pretaccio l'ha data a me”.

Perché non c'è don Mazzi tra i religiosi intervistati da Cannavò nel libro “Pretacci” e stampato nel marzo 2008?

“Perché non ho voluto farmi intervistare. Non ho voluto farmi intervistare prima di tutto perché Cannavò lo conoscevo da moltissimo tempo. Me l'ha data ai tempi di “Domenica in”, quando Cannavò veniva con “La Gazzetta dello Sport”, e ha tirato fuori questo titolo di “pretaccio”. Di fatti, nel mio libro dei 25 anni c'è proprio Cannavò che racconta quando, appunto, mi ha dato la prima volta il nome di “pretaccio”. E' un titolo cannavoniano, cannavoniano, ma indovinato. E i preti che ha intervistato sono tutti preti interessanti, ma non ho voluto neanche che mi intervistasse perché la dobbiamo smettere di pensare che ci sono dei preti fuori dalla Chiesa e dei preti all'interno della Chiesa. La Chiesa, come dicevi prima, è come una squadra di calcio: ci sono dei preti che fanno il centrattacco, il terzino, il portiere, per cui noi facciamo parte in pieno della Chiesa. Non siamo i cosiddetti disobbedienti, per cui, anche se dentro la Chiesa ognuno ha la sua personalità, però ci devono pensare dentro la Chiesa. Mentre in quel libro lì spesse volte il discorso è una delle contestazioni. L'ho presentato qui io a Verona, insieme con Candido Cannavò. E' stata l'ultima volta che ci siamo visti. E' stato in estate. Per cui, sai, dobbiamo smetterla penare che ci sono preti e preti. Dentro la Chiesa c'è posto per tutto un lavoro; anche per i preti disobbedienti”.

Ottant'anni portati in maniera splendida.
Ma, quale sarebbe il motto della sua vita, l'ultima espressione che pronuncerebbe? Per cosa vorrebbe essere ricordato un giorno tanto lontano? Ho condotto una battaglia giusta, come ha detto San Paolo?

“Non m'interessa aver fatto la guerra giusta o sbagliata: io faccio parte di quelli che seminano, non di quelli che mietono. Non devo domandarmi se ho fatto giusto o sbagliato quella o quest'azione. Io devo fare il possibile di seminare dovunque: seminare nel terreno buono, seminare nel terreno difficile, nei ragazzi normali, nei ragazzi che hanno ammazzato, nella gente che comunque ha la Fede, nella gente che non c'ha la Fede, perché, se dovessi guardare quante volte ho sbagliato, credo che il 50% delle azioni di ogni giorno sono sbagliate. Ma, mi ricordo – io ho avuto per confessore David Maria Turoldo – appena arrivato a Milano, ho cercato subito un confessore perché avevo bisogno. E mi ricordo questi discorsi che facevo con Davide Maria Turoldo in quelle confessioni lunghe, quelle confessioni che facevano sì che lui diventasse il mio padre spirituale, e mi diceva “Antonio, guarda che il Padreterno ha inventato le pecorelle smarrite per salvare te, non le pecorelle. Capito? Per cui, diceva tu la salverai o non la salverai quella pecorella, importante è che tu alla sera, quando chiudi la porta della camera e ti inginocchi nel letto, in qualche modo non ti sei perso. Per cui, il Padreterno qualcuno dal convento, qualche altro dalla vestina rossa – dice – ha te ho dato le pecorelle smarrite. Perché fa parte delle strategie del Padreterno. Non so se ho fatto bene o se ho fatto male: ho cercato di dare con onestà, ho cercato di essere onesto e trasparente, ho cercato di seminare. Punto. Poi, siccome spetta sempre al Padreterno mietere, spero che quando analizzerà la mietitura mia, va bene, sia buona”.

Quindi, il suo stemma araldico sarebbe una spina di grano. Possibilmente, bella matura, bella carica di tanti fioretti.

“Sì, oppure un pezzo di pane spezzato”.

Don Mazzi: la ringraziamo, perché è stata una persona stupenda, che ci ha arricchito.

“Va bene, va bene. Spero”.

Grazie, don Mazzi, grazie di cuore.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 29 dicembre 2009

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