ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

10/1/10 - INCONTRI RAVVICINATI: GIAN CARLO CASELLI

CASELLI, “DIFENSORE” DELLA COSTITUZIONE

Giancarlo Caselli, nato a Torino, classe 1939, ora è procuratore capo.
Significative le sue due “guerre”, quella al terrorismo, in particolare alle Brigate Rosse, e quella alla mafia e alla politica, che l'hanno visto dirigere per 7 drammatici anni (dal 1993 al 1999) la Procura di Palermo.

Dal 1999 al 2001 ha diretto il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria). La sua attività di scrittore lo vede debuttare nel 2001, quando, insieme al collega Antonio Ingroia (2001), compone “L'eredità scomoda”.

Sono del 2005 “A un cittadino che non crede nella giustizia”, steso con Livio Pepino, e “Un magistrato fuori legge”.

Dottor Caselli, ha mai giocato a calcio?

“Sono stato un salesiano doc, nel senso che ho frequentato le scuole salesiane dalla IV^-V^ Elementare, e, poi, le tre Medie e poi i due anni di Ginnasio e i tre di Liceo, sempre dai salesiani. Prima in borgo San Paolo, a Torino, e in una struttura che si chiamava, si chiama, “Gesù
adolescente”, poi, nel Liceo più importante dei salesiani, quello di Valsalice, che allora ospitava ancora a salma di don Giovanni Bosco, che poi sarà trasferita a Castelnuovo. Premessa, la mia, necessaria, perché tutti gli intervalli tra un'ora e un'altra di scuola, ma poi anche il dopo scuola, ma poi anche le vacanze, tutte le vacanze – quelle estive in modo particolare, dove alla scuola salesiana si sostituiva l'oratorio salesiano – erano piene di partite di calcio. Assolutamente piene di partite di calcio. Era l'unico sport. C'era un po' di ping pong, u pochino ma proprio pochino pochino di pallavolo, ma tutto era calcio, soltanto calcio”.

Come l'oratorio insegna.

“Come l'oratorio insegna, ma, con questa particolarità, che eravamo tantissimi e quindi si era distribuiti nei vari spazi disponibili, e non sempre capitava di avere un vero e proprio campo a disposizione. Spessissimo si doveva giocare sul cemento, con delle porte malamente disegnate sul muro, il massimo, dal punto di vista della carenza logistica ma della gioia ciononostante, a Valsalice – ecco, qui sul mio taccuino devo fare un disegnino per spiegare: c'era un campo di calcio vero e proprio, su cui giocavano gli interni, quelli che erano proprio del collegio e dormivano anche lì, e poi un altro campo su cui giocavano i semi convittori, ossia quelli che alla sera rientravano a casa loro, dopo aver mangiato e aver frequentato il dopo scuola -. Questo campo dei semi convittori era tutto selciato in cubetti di porfido, quindi cadere lì significava sbucciarsi quando ti andava bene (per fortuna non ero portiere! Ma i portieri avevano tutta la mia solidarietà)”.

In che ruolo giocava il dottor Gian Carlo Caselli?

“Poi, ne parliamo. Questo campo non solo era tutto di cubetti di porfido, ma c'erano dei magnifici alberi secolari, per cui bisognava dribblare anche gli alberi”.

Potevano fare anche da porte gli alberi, o no?

“No, no, lì c'erano le porte”.

Quelle disegnate sul muro?

“No, queste erano porte fatte con tubi metallici. Ma, la cosa che ricordo con più nostalgia, anche se naturalmente viverla molte volte faceva arrabbiare, è che nello stesso campo giocavano contemporaneamente più squadre, le une contro le altre. Per cui i palloni erano a volte tre a volte quattro anche, e la difficoltà di trovare il proprio pallone e quella di individuare i propri compagni, la propria squadra di appartenenza, distinguendoli dagli avversari, dalla squadra antagonista, impreziosiva – diciamo così -, arricchiva, rendeva un'avventura una partita di calcio”.

E le invasioni di campo, le confusioni erano all'ordine non del giorno ma del secondo... Qual era il suo ruolo, dottor Caselli?

“Ma, qui, all'oratorio, in queste partite, di ruoli non ce n'era: si correva avanti e indietro, avanti e indietro. Poi, quando sempre nelle squadrette di oratorio si comincia a fare qualche torneo regolare, io – devo dire - non ero bravo, non ero bravissimo, ecco, quanto meno. Il mio ruolo era quello del mediano, ma il mediano, nel senso che i bravi facevano gli attaccanti o i portieri o i difensori. Quelli che non avevano né arte né parte facevano i mediani, e io facevo il mediano come tantissimi altri, cercavo di darci dentro quanto più potevo, ma non avevo, così, tanto fosforo calcistico”.

Lei è un grande tifoso del Torino: aveva un idolo quando giocava da ragazzino? Emulava qualche vecchia gloria granata?

“Dunque, io sono tifoso del Torino perché ho dieci anni (maggio 1949) quando c'è la tragedia di Superga, e mi ricordo quella mattina proprio nella chiesa di san Paolo “Gesù adolescente” - noi andavamo a messa tutte le mattine: l'abitudine dei salesiani allora era questa, sia a San Paolo che a Valsalice. Tutte le mattine della mia vita io sono andato a messa -, e quella mattina lì era molto cupa, molto triste, e noi ragazzini eravamo molto colpiti”.

Non è che il suo idolo fosse il grande Valentino Mazzola?

“Ecco, io ero riuscito a vedere due volte il Grande Toro, non al “Filadelfia”, ma al “Comunale” (erano evidentemente partite grosse; non mi ricordo contro chi francamente), e mi ricordo due episodi, che evidentemente però nella rievocazione si mitizzano, si ingrandiscono, diventano un po' mito. Ecco, allora, in un intervallo tra un tempo e l'altro, i giocatori non entravano, e cominciavano subito a giocare, ma si scaldavano tirando in porta, facendo qualche passaggio. E c'era un giocatore del Torino – francamente non ricordo quale - tira, colpisce la palla verso il proprio portiere Bacigalupo per esercizio, e questa palla ha una carambola stranissima: becca un palo, poi la traversa, poi l'altro palo, tipo flipper, e finisce dentro. E, un signore, accanto a me, mi dice – e non mi ricordo il nome del giocatore che ha fatto quest'exploit – che non era mica un caso, che se voleva l'avrebbe ripetuto. Può esserci mitizzazione nel ricordo, però, la partita ricomincia e questo giocatore fa un tiro che esattamente ripercorre il gesto compiuto nella fase di pre riscaldamento, viola tutte le leggi della balistica e la palla va dentro”.

“L'altro ricordo, un'altra partita, io ero in Curva, dietro la porta del Torino, gli avversari battono un corner e Bacigalupo comincia a saltellare, e un signore accanto a me, in perfetto piemontese, dice: “Quandi Baciga ha fà parei, a vòl combinè una dle sue”. Che tradotto significa: “Quando Bacigalupo fa così, vuole combinarne una delle sue”. E io mi ricordo che arriva questo pallone battuto dall'avversario dall'altezza della bandierina del calcio d'angolo, e Bacigalupo vola in alto, afferra il pallone, poi, plana in basso, stendendo tutta la sua difesa, tutti gli avversari come una specie di arcangelo Gabriele che dominava l'area. Ricordo – ripeto – non so quanto mitizzato, ma questo è il mio ricordo”.

Due mirabili gesti atletici che la fecero innamorare del Toro, o no?

“Naturalmente, da lì nasce la mia passione per il Torino. E' una passione anche un po' singolare: mi porta a vedere le prime partite del Torino non mio padre – che di calcio si occupava poco, semmai un tifoso juventino un po' sotterraneo -, ma un collega di mio padre, che faceva il sindacalista e girava con “L'Unità” in tasca (per quei tempi fare il sindacalista in una piccola fabbrica come quella in cui lavorava mio padre assieme a lui e girare con l'”Unità” in fabbrica) era rischiare molto, voleva dire essere controcorrente, voleva dire essere liberi, indipendenti, ecc. Io ho sempre combinato la passione per il Torino con questo gusto per il controcorrente, per l'indipendenza”.

Quindi, il Toro simbolo della classe operaia, contrapposto alla Juve, la “squadra dei padroni”...

“Certo, a Torino poi vuol dire, vorrà dire dopo Superga vorrà dire controcorrente. Esatto. I miei ricordi – l'ho detto prima: mio padre era operaio, io non avevo mezzi economici famigliari consistenti: le mie vacanze estive erano all'oratorio – erano questi, ma, quando comincio a essere grandicello e ho una bicicletta, la possibilità di andare al “Filadelfia” ad agosto-settembre a vedere gli allenamenti del Torino. E vedere questi giocatori che si allenavano – allora si allenavano seriamente, intensamente – era per me una bella cosa. Le prime partite e poi via”.

Se fosse un cittì della Nazionale di calcio degli ultimi papi, dove li schiererebbe in campo? A Wojtyla, che ruolo assegnerebbe?

“Wojtyla? Ma è un centravanti di sfondamento, non c'è dubbio. Papa Roncalli, come dire, un regista, un regista di quelli molto testa, molto avveduti”.

A Pio XII?

“Pio XII...un terzino”.

Sorride, lì vicino al magistrato, la consorte Laura.

“Pio XII, lo vedo bene in panchina, organizzare il gioco degli altri”.

Ratzinger e poi Montini, Paolo VI?

“Ratzinger, Ratzinger: lo...leggo con molta difficoltà il mondo del calcio. Quindi, non riesco a vedere un ruolo piuttosto che un altro. Paolo VI? Un jolly, un jolly, sicuramente”.

E, infine, papa Luciani. Ha giocato poco: solo 33 giorni...

“Papa Luciani troverebbe posto nel Torino, tanto è stato sfortunato. Noi siamo una squadra che quanto a fortuna...”.

Lei crede in Dio?

“Io sono un credente fragile, ma credente sì”.

Come se l'immagina o come vorrebbe che fosse l'Aldilà?

“Ma, io, invece, qui la deluderò, perché non ho mia riflettuto più di tanto. Sarà che mi considero, nonostante i miei settant'anni oramai – quasi settantuno, un giovane (sono del '39) – e, le dirò, ecco... L'Aldilà – non voglio dire cose banali - può essere questo, quello, quell'altro ancora”.

Vorrebbe rivedere qualcuno, qualche persona a lei cara?

“Sono molto curioso di vedere com'è. Ecco. Convinto come sono che l'Aldilà uno se lo costruisce di qua”.

Che cos'è che la irrita di più nella vita e cosa invece riesce ancora a commuoverla?

“Ma, la cosa che mi dà più fastidio è l'ipocrisia, la tendenza al compromesso, i voltagabbana, coloro che fino a ieri la pensavano in un certo modo e poi, di colpo, te li trovi dall'altra parte, senza nessuna giustificazione che non sia una ricerca del quieto vivere, nella migliore delle ipotesi, o la ricerca di qualche personale interesse, nella peggiore delle ipotesi”.

E cosa, invece, riesce ancora a commuoverla?

“E' successo esattamente cinque minuti fa. Un ragazzo, che non conoscevo, viene qui col ritaglio di un articolo che avevo scritto per “Repubblica” nel 2000 – bene, dieci anni fa -, intitolato “Giustizia classista”, e mi dice che questo ritaglio lo ha tenuto, lo ha conservato, ed è oramai ingiallito per tutti questi anni, e che teneva appiccicato con il nastro adesivo a un'anta dell'armadio della sua camera, dicendomi che vuole fare il magistrato e che conserverà quest'articolo ancora più volentieri perché mi ha chiesto di autografarglielo. E queste sono cose commoventi, che ti rendono anche orgoglioso, che ti danno fiato, ossigeno per speranza e fiducia”.

Che ruolo crede di aver giocato finora il magistrato Caselli e qual è il suo giocatore preferito del Toro? Secondo noi, lei ha giocato attaccante.

“Caselli ha giocato in difesa della Costituzione dei diritti di tutti, ecco. Può sembrare una frase retorica, ma i tempi sono tali, per cui giocare in difesa della Costituzione significa giocare in attacco e ancora una volta controcorrente rispetto ai tempi attuali. E, se facciamo riferimento alla squadra piccola, povera squadra del Torino di oggi – parliamo nel giorno in cui il Torino ha perso a Cittadella per 2 a 0 – dico Rolando Bianchi, ecco, è l'unico di un certo livello”.

L'ultima volta che ha pianto?

“Mia moglie Laura (che conferma che suo marito non ha mai pianto) mi può confermare che non ho mai pianto”.

Allora, può ricordare l'ultima volta che ha pianto?

“Io non credo di non aver mai pianto, questo però non vuol dire che io non abbia mai sofferto. Si può, allora, anche piangere di gioia. Credo quando è nata Giulia, forse. Quando è nata la nostra nipote, quindici anni fa, io ero a Palermo”.

La signora Laura annota:

“Si è commosso quando abbiamo battezzato Giulia”.

Il dottor Gian Carlo Caselli aggiunge:

“Quando abbiamo battezzato la nostra nipotina, che è nata mentre io ero a Palermo, e, quindi, la mia famiglia era rimasta a Torino, tutto solo, ecc., ecc.., in quella situazione eccezionale, ecco, quella, per commozione, credo è stata l'unica volta che mi è capitato di piangere”.

Il motto del magistrato Caselli? “Lex sed lex”?

“Il mio motto è scritto...La moglie di un grande presidente della Corte di Assise di Torino Guido Barbaro mi ha regalato un bel – come si chiama? Non è un tovagliolo, un... -, un bel rettangolo ricamato con su scritto “A coeur vaillant rien impossible!”: “A cuore valente niente è impossibile!””.

Grazie, dottor Caselli.

“Grazie a lei”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 gennaio 2010

Visualizzato(2177)- Commenti(8) - Scrivi un Commento