ULTIMA - 25/5/19 - IL BASSANO 1903 BATTE IL MONTORIO ED E' CAMPIONE REGIONALE

E' stata una bella partita, quella giocata ieri sera a Montecchio Maggiore, fra il Bassano e il Montorio, calcio valida per il titolo Regionale di Prima categoria. I giallorossi di mister Francesco Maino partono subito forte e passano in vantaggio dopo soli 5 minuti con Cosma, che, su invito di Garbuio, mette in rete con un tiro da sotto
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INCONTRI VIP'S

6/1/10 - INCONTRI RAVVICINATI: SAVINO PEZZOTTA

SAVINO, L'ATALANTINO

Savino Pezzotta nasce a Scanzorosciate di Bergamo il giorno di Natale del 1943. Dopo 15 anni di fabbrica in un'azienda tessile, diventa operatore sindacale.

Nel 1972 dà vita al Movimento Politico dei Lavoratori, formato perlopiù da cattolici progressisti di sinistra e si candida alla Camera ottenendo circa la metà dei voti del suo paese.

Nel 1993 diventa segretario regionale della CISL in Lombardia e nel 1999 entra nella segreteria nazionale, diventando segretario nazionale l'anno dopo.

Si dimette da tale incarico nel 2006 per come ha detto lui “rimarcare l'autonomia del sindacato di fronte alle elezioni”.

Ha promosso il “Family Day”, mentre l'8 dicembre 2007 diventa segretario della federazione politica italiana Unione di Centro. L'8 febbraio 2008 aderisce al movimento politico della “Rosa per l'Italia”, diventandone presidente e onorevole della stessa espressione politica che è coalizzata con l'UDC di Casini.

Ha mai giocato a calcio, onorevole?

“No, neanche per gioco”.

Aveva qualche preferenza per uno sport?

“Seguivo il ciclismo, un po' di anni fa, sul finire di Coppi, e seguivo Gimondi, quel periodo lì”.

Oltre a Felice Gimondi, le piaceva qualche altro corridore?

“Sono bergamasco e mi piaceva Gimondi”.

E parte un bel sorriso del nostro interlocutore.

Se lei fosse il cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi papi, dove li schiererebbe?

“Wojtyla è stato un centravanti penso di grande valore: ha giocato una partita importante e ha cambiato il mondo non solo perché gli si attribuisce di aver fatto cadere il Comunismo, ha reso la Chiesa, vorrei dire, più cattolica, meno occidentale, più aperta a una dimensione mondiale. E ha anche rafforzato alcuni idee, alcuni modi di essere cristiani, dando un progressivo avanzamento del Concilio. E' stato un papa fondamentale per quanto riguarda questo periodo, dal dopo Guerra ad oggi”.

Papa Paolo VI?

“Lo farei più terzino” e, alè, altro bel sorriso, “gioca molto in difesa, con grande attenzione, cerca di marcare bene il campo, di segnarlo, per evitare che qualcun altro faccia gol”.

Lei è tifoso atalantino, immaginiamo, o no?

“Per forza: un bergamasco nasce atalantino, poi, magari tifa per altre squadre, ma, normalmente anche per uno come me che non è un gran sportivo si è atalantini perché si è bergamaschi”.
Papa Roncalli? Era originario della sua provincia, quella di Bergamo...
“Papa Roncalli è il papa della mia giovinezza, è un'altra cosa. Lo metterei anche lui all'attacco, perché è quello che ha impresso giovinezza alla Chiesa un po' sopita, a una Chiesa un po' chiusa su se stessa, dandogli uno slancio. Poi, il Concilio Vaticano II è stata una strategia di una partita nuova che la Chiesa nuova sta ancora giocando”.

Papa Benedetto XVI?

“A papa Ratzinger farei fare quello che sta facendo: è un centrocampista, nel senso che ribadisce una linea – se posso usare una metafora nella quale lei mi ha tirato dentro, ma in un ambito riguardo il quale io non ho grandi competenze – in cui ha chiaro quelli che sono le strategie, le idee, i fondamenti su cui legittimare una presenza della Chiesa oggi. In questo senso, vedrei Wojtyla e Giovanni XXII come uomini d'attacco, Paolo VI come terzino”.

E il tanto discusso oggi come oggi Pio XII?

“Pio XII lo metterei come portiere: è stato un buon portiere per un certo periodo di tempo. Non è stato il papa dei grandi slanci, ma è stato un papa che su alcuni temi della modernità seppe dire anche cose che, riviste oggi, sono state delle profetiche. E' stato un papa non sempre compreso”.

E, papa Luciani, Giovanni Paolo I?

“Papa Luciani è stato più in panchina che in campo, no? Però, oserei dire che anche questa è un'altra di quelle figure che ha potuto giocare poco, ma che ha lasciato un segno nella Chiesa. Soprattutto, il dato della tenerezza, che sembrava non appartenere a chi ha ruoli importanti come un papa. Immaginiamo sempre i pontefici o carismatici o conservatori. E papa Luciani è stato il papa della tenerezza, di quella dolcezza, di quella mitezza, che fa bene ai cristiani, se fossero in grado di praticarla. Ecco, lo vedrei proprio così, il “papa della beatitudine””.

Che cos'è che le dà più fastidio e cosa invece riesce ancora a commuoverla oggi?

“Quello che mi irrita maggiormente sono la banalità e il conformismo”.
“Quello che mi scioglie il cuore è la capacità che si mantiene in una società come la nostra di voler bene e di fare del bene. Incontro persone umili, semplici, che fanno delle cose che sono veramente miracolose. Mi commuovo sempre di fronte a persone che fanno gratuitamente il volontariato, che assistono gli altri, senza chiedere niente; persone che non sono eroi, e non vogliono essere eroi, ma che testimoniano e realizzano ogni giorno, rappresentando così una dolcezza del mondo. La cosa che vedo come metafora, come immagine sono le persone che riescono a conservare per tutta la loro vita lo sguardo degli innamorati. Che è lo sguardo più vero dell'uomo e della donna”.

Tornando al calcio, il suo più grande idolo, allora, dovrebbe essere Giacinto Facchetti, bergamasco come lei?...Altro sorriso:

“Va bé, non mi chieda queste cose specifiche. Io non ho mai seguito tanto il calcio: io sono atalantino come uno è così. Sì, Facchetti mi è piaciuto perché era sobrio: sobrio nelle parole e nel gioco. Un bravo giocatore, con quella sobrietà, con quello stile di vita che fa gli uomini dignitosi, migliori”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta?

“Ho pianto l'ultima volta? Non tanto tempo fa, proprio in questi giorni, quando è morto il mio vescovo, monsignor Roberto Amadei, che è stato vescovo di Bergamo fino a un anno fa. Con il quale avevo un rapporto filiale, e ho pianto perché continuo a pensare che è stato uno degli ultimi vescovi giovannei, perché vedevo sempre alle sue spalle papa Giovanni XXIII per il modo con cui si rapportava con la gente. Era bergamasco come me”.

Il “gol” e l'”autogol” più clamorosi?

“Il “gol” più bello quando mi sono sposato, perché alla fine io resto un uomo: la politica è importante e sicuramente è stato importante aver fatto il segretario della Cisl, mi è piaciuto molto. Però, il momento più bello, più grande della mia vita è stato quando mi sono sposato. Lo dico con molta semplicità e potrebbe per questo sembrare una cosa banale, ma continuo a pensare che è stato il momento più grande perché m'ha dato due figli, ho vissuto fino ad oggi con mia moglie una vita bella, serena, mi ha accompagnato per tutta la mia esistenza. Quindi, ribadisco, il momento più bello è stato il matrimonio. Di “autogol” ne ho fatti tanti, che non so come metterli in fila. Ricordarmi il più clamoroso, non lo so. Ne ho fatti tanti come tutti quelli che hanno fatto il lavoro che ho fatto io”.

Lei crede in Dio, onorevole?

“E' certo che ci credo”.

Allora, se lei crede in Dio, come se l'immagina l'Aldilà?

“Come me l'immagino io l'Aldilà? Io penso che sia... Torno sempre a delle metafore, no? Se è vero che – come io penso sia vero che sono al mondo per un atto d'amore, umano e divino, perché questo è il fatto della mia vita, del mio esistere – io penso che l'Aldilà sia un atto di amore continuo”.

Certo. Ma chi avrebbe voglia di vedere o di rivedere nell'Aldilà?

“Non so chi rivedremo nell'Aldilà, ma il fatto stesso che per prima cosa vedremo Dio. Che già riempie. Certo, mi piacerebbe rivedere mio padre Francesco Giuseppe (è morto a 29 anni ed era uno di quei soldati che si è rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò ed è morto in Germania) che non ho mai conosciuto perché è morto in guerra. Poi, mia mamma Rita, vorrei vederla, ed anche il mio papà Angelo, cioè il secondo marito che per me è stato un papà vero”.

Come se l'immagina, usando anche una metafora cara a lei, il post mortem, come una Luce, una grande festa?

“Ma, non lo so. Io non credo di dovermi costruire delle immaginazioni, penso che sia soprattutto un sentire, un partecipare, un essere coinvolti, un riappartenere, un rivivere una cosa nuova. Per cui non so descrivere, ma, pensare che alla fine potrà vedere Dio è una roba che mi rende contento già adesso, insomma. Devo fare nella vita ogni sforzo perché questo avvenga: se è vero che Mosè dovette voltarsi, perché sarebbe il Cristo Dio sarebbe morto, avessi la fortuna – lo spero, non so se lo meriterò – di poterlo vedere, faccia a faccia, mi sembra una cosa grande. E, anche qui come gli innamorati, eh: l'immagine è sempre quella dell'innamoramento, e cioè a un ragazzo non importa come è vestita la sua ragazza, la sua donna, dove la può incontrare, con chi la può incontrare. Quello che gli interessa è che i suoi occhi s'incontrino con i suoi: è un incontro di sguardi. E' questa sensibilità che io penso avvenga nell'Aldilà, cioè il poter mettere i miei occhi – che saranno sicuramente diversi, non so – negli occhi di Dio. Una cosa, insomma, che va oltre l'immaginabile”.

Il suo più grande rammarico, il suo più grande rimpianto?

“Il più grande rammarico? Non ne ho poi molti di rammarichi. Certo, ho avuto degli scacchi, ho avuto delle sconfitte, per carità, però, grandi rammarichi no. La mia vita è stata una vita di lotte, di battaglie, con qualche sofferenza, ma, tutto sommato, una vita piena. Fino ad oggi. Poi...”

La ringraziamo, onorevole.

“Grazie a voi”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 gennaio 2010

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