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INCONTRI VIP'S

10/2/10 - INCONTRI RAVVICINATI: DON MIGUEL TOFFUL

BATI-GOL-TOFFUL, SAI CHE COPPIA!

Don Miguel Tofful è nato a Las Smeralda, in Argentina, il 25 febbraio 1966. Sesto di 6 figli di Augustin Tofful e Perpetua Petroli, entrambi già defunti, nel 1982 entra nella casa di formazione di Reconquista e nel 1987 compie l'anno di noviziato a Farroupiha, in Brasile.

Il 9 settembre 1995 riceve l'ordinazione sacerdotale. Si è specializzato in teologia dogmatica presso la facoltà teologica di Montevideo (Filiale della Gregoriana).

Nel 2004 era nelle Filippine come responsabile delle missioni dell'Opera Don Calabria, della cui Congregazione religiosa diventa il Casante (o Superiore Generale in carica per un sessennio) numero 6, proclamato l'11 aprile 2008.

Incontriamo padre Miguel nel santuario in San Zeno in Monte poco prima di raggiungere i fratelli, per sfidarli nella solita partitella del lunedì sera:

“Io” ci confida, fiero il Casante “continuo a praticare il calcio perché mi ha sempre appassionato. Adesso, mi aiuta a mantenermi allenato, e per il lavoro che svolgo costituisce uno sfogo molto importante”.

Che ruolo giocavi da ragazzino nella tua Argentina?

“Ho iniziato a giocare a pallone fin da piccolo nella squadra del paese e sono partito dalla difesa. Però, negli anni e nella squadra del Seminario ho cominciato a giocare in mezzo al campo o come centravanti”.

Qual era allora il tuo idolo calcistico? Mario Kempes?

“No, io di fatto avevo un altro, perché io tifo per l'Endependiente, che quando avevo 13-14 anni ha vinto tanti titoli e trofei. C'era uno che mi piaceva in maniera particolare: Riccardo Bocchini, uno dei grandi di quei tempi, un numero dieci proprio bravo”.

Adesso, invece, quale giocatore ti piace di più della nazionale dell'Argentina?

“Lionel Messi: abita nella stessa provincia dove io sono nato – lui a Rosario e io a Reconquista, ma sempre nella stessa provincia di Santa Fè -. Lui gioca molto bene ed è molo bravo. Pensa che ho un nipote, a Rosario, che gli assomiglia molto dal punto di vista fisico. Della stessa città, perché Las Smeralda è vicina a Reconquista, è cresciuto Gabriel Batistuta: pensa che ho avuto modo di conoscerlo per averci giocato assieme. L'ex bomber di Fiorentina e Roma ha circa la mia stessa età (classe 1969), e abbiamo giocato assieme nei primi anni. A 16 anni abbiamo partecipato, assieme ad altri amici, a un torneo, e c'era anche lui. Quindi, mi posso vantare di aver giocato, seppure ai suoi esordi, insieme a questo grande campione”.

Ci stiamo avvicinando ai Mondiali di calcio di Sudafrica 2010. Se nella finalissima dovessero sfidarsi proprio Argentina e Italia, per chi tiferesti?

“Ritengo che l'Argentina abbia tanti giocatori validi. Infatti, io sono, da buon argentino, tifoso dell'Argentina, però, l'Italia per me è la mia casa in questo momento. Perciò, con il cuore vado per l'Argentina, però, sarei molto felice se vincesse anche l'Italia”.

Degli azzurri chi ti piace di più?

“Non perché sono qui in Italia, ma mi è sempre piaciuta l'Inter. Il capitano, Javer Zanetti, è davvero forte. Del calcio italiano, mi piaceva tanto Baggio, il suo modo di trattare la palla. Ma, pur quanto continui a fare calcio, non mi ritengo un fanatico di questo sport, non “accompagno” (non seguo molto) il campionato di calcio”.

Fra poco scenderai in campo per sfidare i fratelli dell'Opera Don Calabria: in quale parte del campo ti schiererai? In attacco o in difesa?

“In attacco, ma, anche a centro campo. Mi esprimo meglio in attacco, perché mi piace fare gol, e li faccio anche. Non sono un giocatore di grande abilità, ma gioco sempre in equipe e calcio abbastanza forte. Di destro; però, batto anche di sinistro”.

In che ruolo invece ritieni di aver giocato finora nella tua missione di religioso?

“Questa è una domanda molto saggia. Bene, io penso che il mio passaggio dalla difesa al centro-campo e poi all'attacco fa parte della mia vita. Sono figlio di contadini, sono nato in campagna, sesto di sei figli, però, questo passaggio per me è stato molto significativo, in quanto prima giocavo molto indietro, guardingo, successivamente, sono cresciuto nella mia vocazione religiosa e sacerdotale, e sono passato – per il ruolo che ora ricopro nella Congregazione – in attacco. Perché – dico sempre – è Dio che fa, ma ci vuole anche la nostra collaborazione, e mi sento una grande forza per sostenere questa missione che il Signore mi ha affidato. E Lui sicuramente mi accompagna in ogni giorno della mia vita”.

Qual è il tuo motto, don Miguel?

“Sono due le cose che desidero nella mia vita. Il motto che ho scelto per la mia ordinazione sacerdotale è quella frase di Gesù nel brano del Vangelo, dove Lui dice “sono venuto al mondo per dare la vita e la vita in abbondanza”. Mi hanno molto colpito queste Sue parole, perché è Gesù che ci dà la vita in abbondanza e noi come strumenti siamo quelli che possiamo dare vita. L'altro motto che sempre mi accompagna ed è stato coniato da Don Giovanni Calabria è “l'ora della santità”: pendo che, come in una partita di calcio e mi piace molto quello che dice San Paolo che “nello stadio tutti s'impegnano, corrono, però, uno vince il premio. Così anche noi dobbiamo correre, giocare e tutti i giorni della nostra vita, non per guadagnare magari un premio che è terreno, bensì qualcosa di più grande, la Vita eterna. Il motto della Santità è molto forte in me e ho appreso molto da Don Calabria. Credo che anche come in un campo di calcio bisogna avere molto allenamento, la preghiera e, soprattutto, molta umiltà. Credo che lo stesso valga per molti giocatori professionisti: ci vuole cioè molto allenamento, che è il cibo quotidiano, e poi l'umiltà. I più grandi sono quelli che hanno vissuto in umiltà, perché il Signore fa il resto”.

Il più grande invece nella storia del calcio: Pelè o Maradona?

“E' una domanda molto difficile: penso che sono due personaggi che hanno dominato due epoche diverse. Pelè ha le sue caratteristiche, però, mi piace, perché Pelé come valori, come persona, è rimasto sempre lo stesso, mentre Maradona purtroppo è argentino. Come giocatore, non ho nulla da dire, perché è un giocatore bravissimo, geniale. Però, sappiamo come persona, come valori, tutti non sono perfetti: qualcuno sbaglia nella vita e anche in Argentina come mister non è ben voluto nel suo compito di cittì. Anche per certe sue uscite originali. Però, come calciatori, rispetto sia l'uno che l'altro: sono stati due grandi personaggi del calcio”.

Che cos'è che ti dà più fastidio nel mondo se vuoi anche del calcio e cosa invece ti commuove di più?

“Quello che mi commuove di più è quando si gioca veramente per sudare la “camiseta”, la casacca. Nel calcio, come nella vita quotidiana, bisogna lavorare, mettersi davvero la casacca come lavoratori, cristiani, come religiosi e sacerdoti. Mi appassionano gli atleti che mettono tutto. Quello che invece mi dà più fastidio è vedere tanti soldi, quando la persona non la si considera per quello che veramente è, ma diventa un oggetto, commerciabile, e quando si riesce a giocare in comunione, in equipe. Il calcio è fatto per giocare in equipe. Poi, un' altra cosa che mi dispiace è quando i tifosi vanno allo stadio non per amore verso il gioco stesso, ma per compiere altre barbarie e violenza, che si riscontra, ahimè, anche in Argentina e nel mondo. Non può essere che, alla fine di una partita di calcio, un tifoso debba ammazzare un altro. Questo, davvero, mi dispiace e mi colpisce. Ripeto che bisogna giocare per la passione, per l'amore verso il calcio, per condividere momenti lieti di una giornata all'insegna dello sport e dello svago è una cosa che appassiona anche me”.

Fuori dal calcio, cos'è che ti tocca di più il cuore?

“Sono tante le cose che mi colpiscono. Io avuto l'esperienza di lavorare in missione nelle Filippine per l'Opera Don Calabria per quasi tutta la mia vita. In quel Paese dell'Asia, mi commuove vedere la povertà dei bambini, che soffrono; vedere che non hanno un futuro e, purtroppo, si tratta non solo di una povertà materiale, ma anche morale. Poi, essendo cresciuto in campagna, la campagna mi commuove quando posso vedere – specialmente in primavera e durante l'estate – i frutti, i fiori, e qua che sono in Italia mi piace anche la montagna per camminare e per contemplare la grandezza di Dio”.

Cosa ti dà invece più fastidio nella vita di tutti i giorni?

“Quello che mi dà più fastidio nella vita è vedere l'ingiustizia: non la sopporto. Così come la mancanza di trasparenza, il fatto che oggi la parola non ha valore come invece l'aveva una volta. Ho imparato da mio padre che la parola era un testamento, che si firma e non si torna indietro. Invece, quando non esiste la trasparenza e le persone giudicano, ebbene, questo mi dà, sì, un po' di fastidio. E, questo, per la mia educazione ricevuta fin da piccolo”.

L'Aldilà: cosa succederà quando la palla oltrepasserà la linea bianca della vita, la porta della nostra vita? Come te lo immagini il passaggio?

“Io, come ho detto prima, nutro un grande desiderio di santità, e penso che gioco in questo campo, però, pensando che la palla deve arrivare
sempre all'altra parte, alla vita eterna, e vivo anche questa dimensione, quella dell'Amore di Dio.
Penso che l'Eternità sarà, tanto per usare il linguaggio del calcio, la partita dove tutti abbiamo la possibilità di gustare e di condividere e passarsi la palla l'uno con l'altro, però con molto rispetto e molto amore. Io, l'Aldilà, lo sogno così: l'Amore di Dio e di noi che vince tutto e sarà proprio il premio, la corona che ognuno di noi riceverà in cielo”.

In un campo, dove, padre Miguel, non ci saranno più né vincitori né vinti e un Arbitro giusto, super partes?

“Sì, infatti saremo tutti uguali e si giocherà per amore al calcio e il premio sarà lo stesso per tutti: la comunione, l'unità, l'amore e, soprattutto, la Comunione con Cristo, con tutti i santi. Immagino Don Calabria che ci aspetta per una grande festa e per dire: “siete tornati nel campo da calcio; adesso, facciamo festa tutti insieme!””.

Se tu fossi il cittì – il Maradona d'Argentina o il Lippi d'Italia - di una ipotetica Nazionale di calcio degli ultimi pontefici, dove schiereresti i papi che hai conosciuto?

“Cominciamo: Paolo VI, alla pari di Wojtyla, io lo metterei davanti, in attacco. Sono stati due papi, uno per il Concilio Vaticano II, l'altro per il suo carisma, per la forza del suo carattere e per la sua grande umanità, li metterei là davanti. Ratzinger, invece, lo metterei al centro, un po' dietro in difesa, perché è una persona che sta portando avanti e sta preparando un passaggio per chi verrà dopo, in quanto non è stato facile sostituire Giovanni Paolo II. Però, Benedetto XVI è una persona che io apprezzo molto per la sua grande dote di organizzatore, come uomo che porta avanti ciò che aveva lasciato il suo predecessore, e poi per una teoria teologia impostata da lui sull'amore”.

Due punte, dunque, Montini e Wojtyla. Ma, chi a destra e chi a sinistra?

E, giù una fragorosa risata del Casante dell'Opera Don Calabria. Che risponde:

“Questa è una domanda molto difficile. Considerando anche il momento storico vissuto da ognuno, direi Wojtyla a destra e Montini a sinistra. Però, tutti e due hanno la loro parte di destra e di sinistra. Sono due persone che giocano con tutte e due le gambe”.

Giovanni XIII?

“E' stato il promotore del Concilio Vaticano II: lo metterei numero dieci”.

E, San Giovanni Calabria?

“Io lo metterei un po' più in difesa. E' stato un uomo di molto slancio, ma di uno slancio che ha fatto giocare anche gli altri. In difesa, in mezzo al campo, un grande organizzatore. Sì, proprio un centro-mediano”.

San Giovanni Calabria in difesa degli ultimi, o no?

“Degli ultimi, sì. Però, facendo giocare tutti, anche per il suo carattere, per la sua persona che aveva nel cuore un amore molto grande. Nella sua umiltà è una persona che si tira indietro, però, nel suo pensiero è molto avanti e per questo lo schiererei in questa linea del campo”.

Ci siamo scordati di papa Luciani...

“Ha giocato poco, è vero, ma è entrato negli ultimi due minuti. Mi è piaciuto sempre: specialmente il suo sorriso, tant'è che è stato chiamato il “papa del sorriso”. Anche lui, non l'ho conosciuto tanto, ma, lo mettiamo al centro del campo, perché anche lui ha dato una spinta molto bella alla Chiesa”.

L'ultima volta che, don Miguel, hai pianto?

“L'ultima volta? Ci sono due pianti nella mia vita: uno è il pianto del dolore e l'altro è il pianto delle emozioni. I pianti delle emozioni sono tanti, però, ho pianto tanto il giorno in cui mi hanno scelto come Superiore generale dell'Opera, l'11 aprile 2008. E' stato un pianto, sì, di gioia, ma anche di responsabilità, per provare la grandezza di questa chiamata. Ci sono stati altri momenti di grande emozione, ma, quello è stato un momento di pianto abbastanza consistente. Il pianto del dolore è stato quando è morta mia mamma Perpetua, nel 2004, ma, soprattutto quando è morto un fratello nelle Filippine in seguito a un incidente stradale ed io allora ero responsabile delle missioni dell'Opera nelle Filippine. Il 23 gennaio del 2006 è stato un momento molto forte, e poi, durante il funerale è stato il pianto della sofferenza. Poi, mi commuovo frequentemente, perché sono una persona anche sensibile sotto questo senso”.

Grazie, padre Miguel.

“Grazie a te!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 9 febbraio 2010









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