ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

15/2/10 - INCONTRI RAVVICINATI: BRUNO NICOLE'

“HABEMUS PIOLAM: NI-CO-LE'!”

Così il sommo Gianni Brera salutò il debutto con tanto di doppietta in azzurro dell'ancora diciottenne “torello” ragazzino di Padova, già da un anno in forza alla Juventus di Giampiero Boniperti: Bruno Nicolè (Padova, 24 febbraio 1940).

Parigi, 9 novembre 1958, stadio “Le Colombes”, amichevole tra i “cugini” transalpini e l'Italia del cittì Gipo Viani: i “blù” passano al 15' con Vincent, ma c'è l'imberbe 9 azzurro che, dopo la pausa del thè, compie due possenti capriole e tratteggia due gol (al 57' e al 65') che lo consegnano per sempre alla storia.

Non è colpaccio italiano (pareggia Fontaine all'84'), ma è autentico trionfo per il ragazzotto lanciato nel ribollente catino del magico “Silvio Appiani” da “paron” Nereo Rocco; nel suo “Padova dei manzi” (chiamati così per la corporatura da veri rugbisti di molti alfieri bianco-scudati).

Il parallelo con il maestro della rovesciata, Silvio Piola, tessuto dal grande “vate” del giornalismo sportivo italiano, Gianni Brera, forse non è poi così irriverente. Una carriera, quella di Bruno Nicolè, sparata come fuori da un cannone carico di promesse e coriandoli, ma durata lo spazio quasi di un mattino, di un breve, intensissimo quarto d'ora di felicità.

Tre scudetti e due Coppe Italia con la Vecchia Signora, poi, la Roma, la Sampdoria, il Mantova, e l'addio al calcio a soli 27 anni. Per salire in cattedra nelle scuole a insegnare Educazione Fisica fino alla pensione, e suggerire educazione civica come umile, ma acuto corrispondente-collaboratore di giornali della sua Azzano X, nel Pordenonese, dove ormai vive definitivamente con la sua famiglia.

In quella cittadina friulana che chiama “Oasi della natura”, che riesce ancora a commuoverlo per gli splendidi scenari di fauna e flora che offrono all'uomo attento - non distratto dal chiasso delle grandi metropoli - incomparabili scenari, sanguigni sfondi caravaggeschi.

Un addio, il suo, che ancora oggi rimane avvolto dal suo silenzio e ammantato dal passato, che contribuisce sempre a mitizzare tutto. Anche le sofferenze più indicibili, i rimpianti più struggenti. Non soprannominatelo, per carità, “meteora del calcio italico”, perché lui vi risponderà un po' tra il troppo sicuro e l'infastidito picche, con quella serenità anche di chi sembra aver rimosso subito (e da una vita) quella grande escalation contrassegnata poco dopo da una ripida, altrettanto supersonica discesa nel dimenticatoio.

Ma, non certo nella mente e nel cuore di chi ama le favole, i grandi racconti del pallone, le storie di uomini vere e di “mostri sacri” del più bello e pulito calcio del nostro Belpaese. Quello che si ricorda sempre volentieri, e chi ti dà la forza di guardare al futuro, con la speranza di narrare, rivivere la storia di un altro nostro campione di umanità, prim'ancora che di tecnica. Di lealtà e di grande esempio, anche nell'uscire dalla scena luccicante della grande ribalta in punta di piedi, senza far sceneggiate, in silenzio, senza tante polemiche o alzate di scudi.

Qual è stato il gol più bello della sua carriera, professore?

“I gol sono tutti importanti e tutti belli: sia quelli più facili, che quelli più difficili”.

Ecco, c'è un gol in trasferta in Coppa dei Campioni con la maglia della Juventus?

“In Coppa dei Campioni, in quell'epoca – che era l'inizio di quella competizione – erano poche le partite. Non come oggi: erano molto poche. Diciamo che di gol ne ho fatti, però, la partita più importante, quella che ha lasciato in me la traccia più indelebile è stata nel 1962 contro il Real Madrid di Alfredo Di Stefano, di Kopà, di Gento, di Puskas e Santamaria. Abbiamo vinto 0-1 al “Santiago Bernabeu grazie al gol di Sivori. Poi, perdemmo 0-1 al “Comunale” di Torino e siamo stati costretti a disputare la bella a Parigi, soccombendo per 3-1 e non vedendo la finalissima. Era il Real Madrid che vinceva tutto e che aveva conquistato 5 Trofei di seguito”.

Lei ha giocato assieme a grandi campioni del calibro di Giampiero Boniperti, Omar Sivori, di John Charles, “Il gigante buono”; conserva qualche aneddoto curioso?

“Di aneddoti di questi grandi campioni ce ne sono parecchi. Hanno lasciato un insegnamento profondo in me quando 17enne giocavo a fianco di assi già affermati, già consacrati. Quello che mi hanno trasmesso è stata la loro grandezza di giocatori prima e di uomini fuori dal campo poi. Sono stati un forte esempio: bastava solo guardarli e imparavi”.

Cos'è che le dà più fastidio e cosa la riesce ancora a commuovere nella vita di tutti i giorni?

“L'incontro e il confronto umano riescono a darmi soddisfazione. Questo e i miracoli della natura. Io ho la fortuna di vivere ad Azzano X°, una cittadina, in cui trionfa ancora in tutto il suo splendore la bellezza del creato”.

Cosa invece la stizziscono maggiormente?

“Senz'altro, la violenza, l'arroganza, la prepotenza, la maleducazione”.

Pure l'ipocrisia?

“In parte anche quella. Ma, la maschera della vita molti ce l'hanno, ma, purtroppo, l'ipocrisia fa parte del contesto in cui viviamo”.

Auto-gol, nel senso di rimpianti, rammarichi, ne esistono nella sua vita di uomo?

“Rammarichi ci sono sempre in tutti i calciatori, in tutti gli uomini. Io ho cominciato presto, a 16 anni, e ho terminato presto, a 27. Ho svolto per 12 anni la carriera di professionista. Forse, avrei potuto farne qualcheduno in più, ma io ritengo che un calciatore quando dice basta sa benissimo il motivo che l'ha spinto a staccare la spina col calcio giocato. Ho fatto altre scelte che mi hanno avvantaggiato. Non ho rimpianti perché ho avuto la fortuna di crescere giovane nel mondo del calcio professionistico, dove cresci subito e dove ho vissuto tante emozioni. Ma, sono stato appagato anche nella vita professionale che mi ha accompagnato nel dopo calcio. Però, sono cresciuto di più, terminata la parentesi calcistica professionistica, che quando sono uscito da quel limbo dorato e ho dovuto fare i conti con la vita di tutti i giorni. C'è stato, alla fine, stilando una sorta di bilancio personale, un equilibrio tra quella parentesi e lo sport. Che era connaturato in me, era più congeniale alla mia natura. E, questa seconda caratteristica mi ha permesso di stare in mezzo ai giovani e di insegnare nelle scuole”.

L'ultima volta che il professor Nicolè ha pianto, quando è stato, in che occasione?

“Piangere non fa parte della mia natura. Commosso, quello sì, ma il pianto, no. Colleziono più commozioni che pianti”.

Lei crede in Dio?

“Sì, anche se fino a una certa età credevo in un determinato modo che mi era stato insegnato dalla famiglia, dalla parrocchia. Ho però anche vissuto una maturazione, approfondendo tutto le tematiche religiose, relative a Dio, all'Eternità, che si apprendevano da giovani. Ho fatto molte riflessioni, mi sono chiesto i tanti perché su cui s'interrogano molte persone umane, passando questi temi religiosi sotto un'ottica costruttiva. E' stato non un travaglio, ma un passaggio di crescita umana”.

Come s'immagina l'Aldilà quando la palla avrà varcato la fatidica linea bianca della porta (terrestre) e della vita? Quali giocatori vorrebbe rivedere, riabbracciare?

“Bè, sono tanti i giocatori che vorrei riabbracciare sia nelle mie squadre di appartenenza, ma direi tutti quelli con cui ho giocato assieme e che ora non ci sono più. Ci sono dei giocatori che mi hanno lasciato tracce profonde in me, come Charles, Sivori, quelli del Padova, che hanno fatto di tutto per aiutarmi in campo, considerato che ero un giovane che si affacciava alla serie A a soli 16 anni. Ricordo con tanto affetto l'argentino bianco-scudato Rosa, Scagnellato, Pin, Biason, Bonistalli, Zanon. Tutti i giocatori di quel mio Padova di forte e importante crescita calcistica”.

E, “paron” Rocco?

“Rocco era di un fascino grandioso, di un'umanità profonda, ha lasciato anche lui un segno in me. Un allenatore molto bravo, che sapeva fare gruppo, forte dell'esperienza di Nazionale e di calciatore della Triestina in serie A. Il suo segreto è che riusciva a far rendere tutti quanti al meglio. Era anche un padre. Quando debuttai, mi parlò poco alla vigilia, per non traumatizzarmi. Mi disse solo “Bruno, fai solo quello che ti senti di fare!”. Tutti i giocatori del Padova che hanno avuto la fortuna di passare sotto la sua guida, lo hanno sempre venerato, gli hanno sempre tributato grande affetto e riconoscenza. Uomo di campo, anche”.

Rocco sapeva bene di non rischiare, lanciandola nella mischia così giovane quella volta, o no?

“E' stato Nereo Rocco a lanciarmi. All'esordio avevo solo 16 anni. All'”Appiani”, contro l'Inter,
abbiamo vinto 3-2 e mi ricordo ancora che in ritiro, non dicendomi allora niente, scambiai quella soluzione per un semplice viaggio di piacere. Invece, qualche minuto prima di scendere in campo mi ha detto: “Cambiati, che giochi!” Sapevo che quella sarebbe stata la partita fondamentale della mia vita, anche perché si vociferava di un mio interessamento da parte della Juventus, grazie a Stivanello, grande asso padovano passato alla Vecchia Signora; mi conosceva perché spesso veniva a vedere la partita di noi Riserve, di noi promesse bianco-scudate, in cui avevo cominciato a 14 anni. “Se sbaglio al mio esordio” commentavo tra me e me “poi è difficile riapparire”. E, invece, fortuna ha voluto che è stato l'inizio non di una lunghissima carriera, ma, di 12 anni di professionismo”.

Un Padova, quello della stagione 1957-8 (3° dopo Juventus e Fiorentina), che toccò la parabola più alta della storia del calcio patavino, detto “dei manzi” per la formidabile costituzione fisica di molti suoi atleti, e che dava puntualmente la paga alle grandi ogniqualvolta si recavano al “Silvio Appiani”...

“Rocco non era di molte parole: lui dava delle indicazioni prima della partita, durante la settimana caricava al massimo i giocatori, in modo di metterli in condizione di esprimere il meglio di se stessi. Tutti i giocatori che sono passati dalle sue mani hanno sempre dato il meglio. Quando si battevano le grandi, lui diceva in dialetto: “Mi pensao prima della partia di ciaparne (prenderne) zinque (cinque). Inveze, emo (abbiamo) vinto e non so se per gli influsi divini o del santo protetore Antonio, che fa i miracoli”. E, così contro l'Inter di Ghezzi, Skoglund, Lorenzi, il Milan di “Pepe” Schiaffino, del famoso Gree-no-li, della Juve di Boniperti. A proposito di Nordhall, l'ho conosciuto alla Roma, e mi ricordo ancora della fotografia dell'ex pompiere milanista che mi mette la mano sulla spalla; quella fu per me, contro il Milan, la migliore partita del Padova e mia. Però, è stata – stranezze del calcio - l'unica partita, che abbiamo perso 0-1 all'”Appiani”.

Dopo il debutto, alla 4^ di andata, contro la Juventus, nel 1957, una gran bella soddisfazione (2-1 per i veneti), suggellata anche da un gol, o no?

“Esatto, fu la partita, in cui segnai il gol all'”Appiani”. Ricordo ancora con piacere che è stata una gran bella partita, quella sfoderata dal Padova, ed è stata la prima volta che dal campo ho potuto conoscere da vicino quel Boniperti che avevo avuto occasione di vederlo da ragazzino e tifoso del Padova sempre all'”Appiani”, quando venne a imporsi per 0-2. Con reti di Mari su rigore e di Martino, un argentino strepitoso”.

Il 9 novembre 1958, a Parigi, stadio “Le Colombes”, il debutto col doppio botto con la maglia azzurra, in Francia-Italia (amichevole) terminata sul 2-2...

“Quell'esordio da 18enne è un record non ancora battuto: sono stato uno dei più giovani giocatori arrivato in Nazionale abbastanza presto. Aver segnato due gol, poi, per me ha rappresentato una gioia incredibile. Ricordo quella partita e quei gol... In campo, dopo quei due gol, a uno poteva essere consentito di piangere dalla gioia”.

I giocatori più forti affrontati in campo?

“Di Stefano del Real Madrid e Pelè. Contro il brasiliano ho giocato nel 1961 in Italia, nell'ambito di un quadrangolare contro il Santos, la Juventus e l'Inter. Sapevo che era un grande giocatore, ma, da vicino, in campo Pelè e Di Stefano sono stati i due più grandi giocatori del mondo. In Italia, a quell'epoca, metto Rivera e Boniperti”.

Nominandola cittì di un'ipotetica Nazionale di calcio degli ultimi pontefici, dove li schiererebbe in un campo sportivo?

“Wojtyla? So che da giovane faceva il portiere e ha praticato tanti sport. Era un grande atleta e un grande sportivo, appassionato anche della montagna. Io Wojtyla lo vedrei come giocatore universale, dal portiere all'attaccante, all'olandese. Ratzinger lo vedo come regista, il classico giocatore-allenatore che in campo dà consigli con tono sommesso e facendosi rispettare dai compagni. Roncalli, il famoso “papa buono”, lo vedo un difensore, mentre Pio XII, grande papa e lo metterei anche lui regista dell'altezza di Ratzinger”.

E, papa Paolo VI?

“Papa Montini proviene dalla scuola di Pio XII e anche lui lo vedrei molto bene in cabina di regìa, a centro-campo”.

Di cos'è malato il calcio professionistico?

“Di businness troppo esasperato. E' tronfio per i troppi soldi che circolano. E, poi, c'è troppa violenza negli stadi. Motivo per cui molti bambini e molte persone hanno abbandonato gli stadi. D'accordo la televisione e i diritti televisivi, ma la prima colpevole è stata la violenza. Un fatto che dovrebbe far riflettere tutti noi amanti di questo sport. In Inghilterra la violenza è stata risolta e si registrano stadi pieni, con tifosi che cantano invece di dare la caccia come facevano gli “hooligans” al tifoso avversario. Come mai c'è stata questa netta inversione di tendenza? In Italia bisogna chiedersi il perché di tutta questa violenza. A scuola, quando facevo delle riflessioni e abbiamo composto un libro sui mali del calcio e dello sport in generale, gli studenti rimarcavano quest'aspetto e dicevano: “Certo che per noi ragazzi vedere la violenza sia all'interno che fuori dello stadio non è educativa né questo è bello”. Quindi, conoscevo la risposta dei miei giovani: conservo ancora molti temi su questo argomento. Noi dobbiamo tutti chiederci cosa si deve fare per arginare questo dramma. E, ultimamente avete anche voi osservato che è una continua processione di bestemmie in campo, anche se i più furbi protagonisti cercano di coprirsi il labiale”.

In campo attaccante, nella vita difensore?

“Più difensore. E ciò mi ha dato il giusto equilibrio nel vedere, valutare e tornare ai giusti e veri valori sportivi. Questo mi ha trasmesso il calcio post professionistico. Ho, quindi, preso il meglio del calcio professionistico, che mi permette di vedere le cose, i fatti della vita con la giusta ottica, con la giusta lente”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 14 febbraio 2010

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