ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

24/4/10 - INCONTRI RAVVICINATI: NINO BENVENUTI

NINO HA IL CUORE NEI GUANTI

E' l'italiano più forte della storia della boxe del nostro Paese, dopo il gigante friulano di 205 cm (per un peso di 120 kg) Primo Carnera (Sequals di Pn, 25 ottobre 1906, Sequals 29 giugno 1967), che ha duellato durante il ventennio fascista.

Giovanni, “Nino” da sempre, Benvenuti (altezza 181 cm) nasce ad Isola d'Istria, allora italiana, oggi slovena, il 26 aprile 1938.

Inizia a boxare a 13 anni e la prima vera affermazione è la conquista della medaglia d'oro da dilettante nei Welter a Roma, nel 1960, data delle Olimpiadi.

Si laurea Campione del mondo dei Pesi Medi tra il 1967 e il 1970.
Tra il 1967 e il 1968 sfida in una particolare “trilogia” (tre incontri: vittoria di Nino, sconfitta e di nuovo vittoria il 4 marzo 1968) l'americano Emile Griffith, battendolo e poi perdendo.

Benvenuti è sempre rimasto amico di Griffith e non si è mai dimenticato della forte stretta di mano che lo statunitense gli allungò quando il pugile italiano lo mandò al tappeto.
Da Latina partirà ufficialmente il 26 aprile 2010 il tour “Magic Round”, che rievocherà l'incontro avvenuto nel 1967 al “Madison Square Garden” tra Benvenuti e Griffith, quell'incontro trasmesso a notte fonda dalla Rai e che tenne incollati ai teleschermi tra i 16 e i 18 milioni di italiani appassionati dei guantoni.

Il Tour servirà per aiutare il pugile americano, attaccato dal morbo di Alzheimer, la stessa ricerca sul morbo e l'ex atleta d'oltreoceano in gravi difficoltà economiche.
Tornando a Nino, nel 1968 vince il prestigioso “Fighter of the year”, riconoscimento tributatogli anche nel 1970.

Lascia definitivamente il ring dopo essere stato battuto dall'indio-argentino Carlos Monzon (finito nella sua vittoriosa carriera solo una volta al tappeto) nel giugno del 1971.
Oggi è commentatore sportivo.

Tu, Nino, sei stato il secondo più grande italiano nel mondo nella boxe. Giusto?

“Sì, sì, sono quello che ha vinto il titolo mondiale in America dopo averlo vinto Primo Carnera”.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera, visto che conservi tanti aneddoti?

“Bé, quello di aver vinto il titolo mondiale a New York, una città straordinariamente bella, importante, interessante, e averlo vinto al “Madison Square Garden”, il vecchio, antico “Madison”, che non c'è più, e che con quell'incontro con Griffith venne abbattuto, perciò, lo chiusi anche. E, questa è una grande emozione, può essere un momento importante nella vita. Però, ne ho anche di altri, come quello di aver vinto una medaglia d'oro olimpica nel 1960 a Roma, e che questo è anche un momento straordinariamente bello. Sono delle bellezze diverse, ma direi che quello dell'Olimpiade a Roma rimane il punto top”.

Ti ha cambiato la vita quel momento d'oro?

“Bé, l'ha cambiata nel senso che ti sei trovato ad essere qualcuno, ad essere riconosciuto, ad essere importante. Ad essere diventato quello che il primo giorno in cui sei andato in palestra hai pensato con un po' anche di ironia, se vuoi, ma hai pensato di poterci arrivare, ecco. E si è realizzato. Vedi noi siamo ora con te in una diretta telefonica, e perciò c'è anche un altro telefono che mi chiama. Io sento di rispondere “chi è?”. “D'accordo, grazie, grazie!”. Ecco, mi richiamano fra poco e hanno capito che sono in una intervista con te. Va bene? Pronto, ci sei ancora Nocini?”

Il più grande boxer che ti ha davvero fatto soffrire sul ring?

“Bé, quello che mi ha picchiato. Prima di tutto, Monzon: è stato il momento finale, terminale della mia carriera, ma, quello che mi ha fatto soffrire di più e che ricordo la sofferenza indicibile per 15 round, non per 15, soprattutto gli ultimi round, è quello con Emile Griffith, nel secondo incontro dei tre, quello in cui mi ha battuto, e che il mio pensiero fisso era quello di non cedere, di non mollare, ma di arrivare alla fine dei 15 round in piedi. Per sentire il verdetto da sveglio, sereno e non andare a no kout. Ecco, era un grande campione quello, veramente un grande campione, che m'ha fatto soffrire più degli altri”.

Se non avessi fatto il boxer, cosa ti sarebbe piaciuto fare, o cosa avresti dovuto fare nella vita?

“Io devo dirti che sono nato per fare il pugile, e non lo sapevo: l'ho scoperto. Ma, gli sport li ho fatti tutti: ho giocato a tennis, ho fatto addirittura le arrampicate, il canottaggio, l'atletica leggera, una grande passione, che dico sempre che con un paio di scarpe – quelle da pallacanestro Superga - ho corso in preparazione proprio dell'incontro con Griffith i 5000 metri in 16 minuti. Per cui, anche questa disciplina mi sarebbe piaciuta. Ma, evidentemente, il pugilato era proprio il mio sport, era, ecco, un fatto genetico. Sì, proprio così”.

Sei d'accodo con quanto sosteneva il grande scrittore russo Dostoviesky, che le felicità sono diverse, mentre i dolori sono uguali”?

“Bé, Dostojevshi è un grande scrittore, che, naturalmente, lascia in ogni suo pensiero un segno profondo. L'ha detto Dostoievski: è vero!”

Quand'è che hai pianto per un grande dolore?

“Alla morte di mia mamma, quando nel 1956 avevo 18 anni e mi è mancata in seguito di un'operazione chirurgica che non è andata bene. E non si è più svegliata. Aveva 46 anni, ed eravamo cinque figli, cinque fratelli, per cui puoi immaginare quale dolore possa essere stato quello. E' un dolore tremendo, che io ritengo non è dato da provare spesso. E' giusto che i genitori lascino il mondo prima dei figli, ma, non a 46 anni”.

Ti ha cambiato la vita quando battesti al primo incontro Emile Griffith, ed anche successivamente quando sei stato sconfitto da Carlos Monzon?

“Non è che ho dovuto perdere: ho perso. Sì, mi ha battuto. Certamente è cambiata, perché immediatamente ti sei reso conto di essere arrivato a un livello superiore, non essere più quello di prima, e l'attenzione della stampa era quella a livello mondiale, ebbene, le cose certamente cambiano. Ma, si ci attacca al meglio, perché, comunque, è un miglioramento”.

Hai mai provato a giocare a calcio?

“Come no, anche quello ho fatto: eh, ho fatto anche tante partite”.
In che ruolo giocavi?

“Giocavo nel ruolo di mediano. Ecco, il numero cinque, quello che deve controllare i buchi della difesa; e deve anche a voce dare degli avvertimenti a quello che si deve fare”.

Insomma, una vita – la tua – Nino, da mediano: proprio come la famosa canzone di Luciano Ligabue.
“Eh, eh, eh – sorride Nino -: sì, da mediano, non medio, però”.
Visto che eri un peso massimo e non medio...

“Eh, eh – altro bel sorriso -, certo”.

Sei, per caso, tifoso della Triestina?

“No, non dici una stupidaggine, perché non potrei non tifare per la Triestina. Non è che la segua, non sono tifoso di nessuna squadra nel senso puro del termine. Capito? Perché un atleta, uno che ha fatto lo sport come l'ho fatto io a tempo pieno, così, da professionista, ha difficoltà a poter parteggiare per l'uno o per l'altro. Gode di un piacere, interno, interiore, quando vince la sua squadra, o il suo atleta primeggia”.

Un proverbio cinese recita: “Dopo aver pianto, si guarda meglio il cielo”... La sofferenza, in pratica, ti ha migliorato, reso più umano cioè, o reso più duro?

“Intanto, uno che riesce a piangere è una persona con una grande sensibilità, un grande sentimento. E, quindi, le lacrime, se sono la conseguenza di questo, vuol dire che ti migliorano, vuol dire che servono a qualcosa. Anzi, servono certamente a migliorarci”.

Cosa ti trasmette il dolore di uno che soffre e che conosci o ti è particolarmente vicino a livello affettivo?

“Mi trasmette il suo dolore”.
Non ti dice quanto siamo limitati, siamo precari in questo mondo?
“Ma, quello non è un problema: quello lo sappiamo, è assodato già. Ma, devo dire però che il...sì, certamente, siamo terrestri – e giù un'altra risata”.

Chi crede soffre di meno?

“Chi crede? Chi crede, no. - Riprende a suonare – è passato di qualche minuto mezzogiorno – il cellulare del nostro campione: “Pronto, Mario, mi chiami...Sei sotto casa? Arrivo tra un secondo che finisco questa intervista, scusami” - E' l'addetto stampa che arriva per me, e, allora, dovrò andare a raggiungere. Cosa mi hai chiesto, ripetimi, per cortesia?”

Chi crede in una religione qualsiasi o in qualcosa, secondo te, soffre di meno?

“Mah, certamente, anche perché ha un fine. Il suo credere lo porta ad aggrapparsi a ciò che lui crede, e che quindi è la sua forza quella”.
Non sei stato mai messo a dura prova dal dolore, non certo quello fisico, ma quello psichico, spirituale?
“Sempre – ed ancora un altro sincero sorriso di Benvenuti”.

Qual è il dolore più grande che hai avuto dopo la perdita della tua mamma?

“Bé, devo dire che i dolori sono tali sempre solo se li ricordi per la vita, per sempre. Il dolore di cui abbiamo parlato è il dolore unico, il dolore; gli altri sono un dolore. Articolo determinativo ed articolo indeterminativo”.

Cos'è che non dobbiamo mai dimenticare nella vita?

“Non dobbiamo dimenticare che abbiamo dei doveri, non soltanto dei diritti, ecco. Dei doveri nei confronti degli altri; o, meglio, dei diritti nei confronti degli altri e dei doveri da rispettare”.

Conservi un dolore vissuto da bambino?

“Humm, sì, quando ho trovato un ragazzo che si era dimostrato più forte di me; ma, non in quanto a potenza o a forza. Mi aveva sottomesso con la sua aggressività verbale, e questo mi fece soffrire moltissimo”.

Hai più memoria del dolore fisico o di quello psichico?

“Psichico. Dai, cosa vuoi, quello fisico è roba da ridere!”
E' vero che hai combattuto, una volta sceso dal ring, in un altro campo: quello a favore del prossimo, di una popolazione povera dell'Africa?
“Sì, bé, quelle sono di quelle cose che faccio sovente, ma che... “Buongiorno, avanti, chiudete la porta, venite di qua...” Ho degli ospiti che sono arrivati...”.

Non mandarci a quel diavolo, Nino: forse, è più bella così la diretta telefonica...

“Certamente. Sono sicuro che ha più effetto di quelle create in maniera diversa, vah”.

Tu che hai combattuto nella boxe mille battaglie, se ti trovassi di fronte a una persona che sta attraversando un brutto periodo, o peggio, fosse aggredita da un brutto morbo, cosa faresti?

“Mah, guarda, io vorrei che fossero credenti, che pensassero che c'è anche qualcosa dopo. E che è quella è la nostra forza; quella può essere la forza di ognuno di noi, a credere in qualcosa di superiore. Che non siamo noi il punto importante della vita, ma Qualcun Altro”.

Cos'è che ti dà più fastidio oggi, e che cos'è che ti riesce a commuovere di più?

“Mi dà fastidio l'ignoranza, o, meglio, la prepotenza. E mi riesce a far commuovere la gentilezza, il buon senso, la buona educazione. Ecco, io sulla buona educazione mi soffermerei molto”.

Intanto, sta suonando, Nino, la campana dell'ultimo round... E' vero che chi vince, oltre a rendersi antipatico, ha tanti amici, mentre chi perde, chi è sfortunato nella vita è quasi sempre all'angolo delle attenzioni altrui?

“Bé, non è proprio vero del tutto, anche perché non voglio credere a questo. Hai capito? Voglio credere che non sia vero, che non sia così. Voglio credere che ci siano ancora delle persone gentili, cordiali, buone. E, insomma, ci sono, crediamolo, ci fa bene!”

Il rammarico più grande, l'errore più clamoroso della tua vita non solo di boxer?

“Ti devo dire che io sono stato sposato una volta e, per tenere duro più di quello che dovevo, ho fatto un autogol, ho sbagliato. Avrei dovuto interromperlo prima quel rapporto”.

Ciao, Nino, grande campione!

“Ciao, e, per favore, fammi sapere quando potrò leggere quest'intervista”.

Ti chiamerò io quando il libro sarà pronto.

“Grazie a te!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 aprile 2010

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