ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

26/4/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ALBERTO BIGON

BIGON L'E' BON: MAI UN ROSSO!

Padovano (31 ottobre 1947), Albertino Bigon, centrocampista, mezza punta e punta, esordisce in A non con la maglia del club della sua città, ma con quella della Spal (1967).

Il presidente degli spallini, Paolo Mazza, lo gira subito al Foggia, ma il gran balzo Albertino lo compie passando nel Milan, dove gioca dal 1971 al 1980. E dove arricchisce il suo “palma res” (uno scudetto, 1978-79, tre Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, nel 1973) di giocatore. Poi, due stagioni (1980-81-82) alla Lazio, idem nel L.R. Vicenza.

Da allenatore riporta in A il Cesena, aggiudicandosi lo spareggio a San Benedetto del Tronto (luglio 1988) a spese del Lecce, e salva i romagnoli nel massimo campionato l'anno successivo.

Ma, il momento apicale da tecnico lo vive alla guida del Napoli di Diego Armando Maradona (1989-1991). Arriva anche la SuperCoppa Italiana. Poi, è la volta del Lecce in B (1991-2) e quella dell'Udinese, che con Bigon in panca evita la retrocessione in B, aggiudicandosi lo spareggio contro il Brescia.

Breve parentesi ad Ascoli (1995), poi, Bigon intraprende la carriera internazionale. Che lo vede alla guida dell'F.C. Sion, con la quale conquista scudetto e Coppa della Federazione Elvetica (1997). Nel 1997 il Centro Tecnico Federale di Coverciano gli assegna il Premio Panchina d'oro Speciale, e il trainer padovano rientra in Italia in sella al Perugia (1997-98).

Si vocifera di un suo passaggio alla guida della Juventus dopo il primo ciclo chiuso da Marcello Lippi, ma, è ancora l'estero – questa volta la Grecia – ad offrirgli una panchina: l'Olympiakos Pireo (novembre 1999), ma, subisce l'esonero nel febbraio 2000.

Dopo 7 anni, esattamente nel 2007, passa all' Interblock Ljubljana, e conquista sia il titolo che la Coppa di Slovenia. Nel 2009, a 62 anni, il ritiro.

Albertino Bigon ha un fratello, Luciano, che si è distinto nel Padova, e un figlio, Riccardo, che dopo essere stato diesse alla Reggina di mister Mazzari, è ora al servizio del Napoli di De Laurentis.

Mister, qual è il suo più bel ricordo di giocatore e di mister?

“Ma, ovviamente, come calciatore è la stella che abbiamo vinto con il Milan, lo scudetto vinto con il Milan, che ci ha dato la famosa stella del decimo scudetto inseguito per tanti anni e finalmente raggiunto nel 1979”.

Come mister, invece, il secondo scudetto del Napoli maradoniano, o no?

“Sì, sicuramente, lo scudetto vinto con il Napoli. Ma, poi, ho avuto modo di vivere altre grosse soddisfazioni: quella, ovviamente, è stata la più importante”.

La gioia più bella della vita di Albertino Bigon?

“La gioia più bella la vivo costantemente anche questi giorni, quando mi parlano di mio figlio Riccardo, che è un ragazzo a posto, che è un ragazzo corretto, che si comporta bene nella vita, nel suo lavoro. E, tutta la gente che mi incontra per strada e che mi testimonia affetto, simpatia e stima, perché quello che abbiamo fatto in più di 40 anni di calcio ha avuto questo marchio della correttezza, della professionalità e della serietà soprattutto. Questa per me è la cosa più importante”.

Quale è stato invece il momento più triste della sua carriera di calciatore e di allenatore?
Non gli è mai venuta la tentazione di abbandonare la panchina?

“Una grossissima delusione è stata a Verona nel maggio 1973, quando eravamo avanti di un punto sulla Juventus. Eravamo all'ultima partita a Verona di campionato; fu la “fatal Verona”, la sconfitta 5 a 3 che ci scucì lo scudetto e che dovetti poi rincorrere per tanti anni ancora, prima di arrivare a raggiungerlo. Ecco, quella sicuramente è stata la volta che ho pianto tutte le lacrime che avevo e poi ho deciso che non avrei più pianto per il calcio e, grazie a Dio, mi è andata bene, perché poi ci sono state le soddisfazioni sia come giocatore che come allenatore”.

Il giocatore più forte che ha incontrato in campo e sulla panchina, in veste di mister, sempre da avversario?

“E, va bé, è troppo facile la risposta: Rivera e Maradona. Stiamo parlando dei più grandi numeri dieci al mondo, insomma, quindi”.

Ok, ma da avversario e come giocatore?

“Farei un torto a qualcuno, sicuramente a molti, se facessi un nome. Perché, dopo 20 anni di calcio penso di aver giocato contro tutti, praticamente della generazione mia”.

Qualcuno, in particolare, che le ha fatto un tunnel, che l'ha fatto soffrire in partita?

“Ma, io preferisco ricordare con affetto Giorgio Morini, lo stopper della Juventus, con il quale abbiamo ingaggiato mille duelli, mille battaglie, ma, tutte sempre molto corrette. E, molto leali. Quindi, mi viene in mente lui come antagonista diretto più importante e più famoso. Lo stesso Tarcisio Burgnich, difensori con i quali mi trovavo a combattere più spesso, ma che erano leali e corretti in campo”.

Ricorda un gol memorabile, una fantastica tripletta?

“Sì, l'anno dello scudetto con il Milan conservo due ricordi molto belli e molto significativi: una tripletta in casa contro la Fiorentina e poi una doppietta a Torino, contro il Torino di allora che era molto forte, e che ci portarono allo scudetto”.

Esistono ancora oggi giocatori all'Albertino Bigon?

“Mah, non ce ne sono molti, sinceramente, eh. Io sono partito, giocando praticamente quasi come punta pura, però, poi, a certi livelli, ad altissimi livelli non avevo fisicità sufficiente per sfondare. Ed allora mi sono adattato un po' come centravanti alla Di Stefano, rientrando molto, partecipando alla manovra, ecc., diventando nel corso degli anni un giocatore universale, all'olandese. Adesso, io non vedo molti giocatori con queste caratteristiche: al giorno d'oggi è molto più selezionata la tattica e la scelta dei giocatori. Quindi, tutti hanno un ruolo molto più preciso, meglio definito: io passavo da giocar libero a centravanti, sia quand'ero giovane che alla fine della carriera al L.R. Vicenza. Quindi, ero un giocatore – sì, come ho detto prima, universale -; non c'è ne erano molti con le mie caratteristiche”.

Mister, nello scudetto che lei ha vinto alla guida del Napoli, le ha dato più piacere o più fastidio il fatto che c'era nei partenopei un certo Armando Maradona, che attirava su di sé molti dei meriti di quel secondo tricolore?

“Ma, no, io l'anno dello scudetto con Maradona è stato solo un piacere, un'esperienza bellissima. L'anno dopo un po' meno, ma dalla vita non si può mica aver sempre tutto facile. E' stato molto bello il primo anno, molto meno bello il secondo”.

Che cos'è che oggi – se, desidera, usciamo pure dallo stadio per immergerci nella realtà di tutti i giorni – le dà più fastidio e cosa invece la riesce ancora a commuovere?

“Quello che non accetto è l'ingiustizia, quando qualcuno prevarica su qualchedun altro mi dà molto fastidio. Mentre quello che mi piace è una famiglia, avere attorno i figli; io ho già sei nipoti, quindi, immagini lei che razza di gioia e di soddisfazione per me”.

I dolori, le tragedie che sentiamo purtroppo sempre più di frequente che cosa le trasmettono?

“Mah, grande inquietudine, grande insicurezza, certe volte, perché veramente quello che è triste è che nessuno si meraviglia più di niente perché ci stiamo abituando, piano piano, a cose incredibili ed incresciose. Forse, adesso con i Media che abbiamo a disposizione si viene a sapere tutto di tutti, anche dall'altra parte del mondo. E di qualsiasi brutta cosa succeda. Forse, succedevano anche prima, non lo so. Questa è la cosa che veramente fa più male”.

E' vero che crede in Dio, soffre di meno, nel lutto, nella malattia, in una delusione profonda?

“Guardi, io sono nato e cresciuto in una famiglia cattolica, in una famiglia molto osservante e fino a una certa età, fino a quando ho cominciato a fare il professionista, ho passato la mia all'oratorio a contatto con il mondo della Chiesa. Credo che anche lì la differenza la faccia l'individuo, la faccia l'uomo, e io ho avuto la fortuna da ragazzo di avere delle esperienze fantastiche in questo senso. Poi, crescendo, si matura, si vede la vita anche un po' con occhi diversi, con ottica diversa. Non so se chiamarlo Dio, Allah, che oggi va molto di moda, o con un altro nome. Comunque, io credo fermamente, intimamente in qualcosa di superiore al quale rendere conto con le proprie azioni. Sto bene con me stesso, se quando mi guardo al mattino allo specchio vedo una faccia serena e tranquilla perché ha agito bene”.

Non è stato, mister, mai messo a dura prova; e, se sì, come ha reagito?

“Guardi, grazie a Dio, la vita, la sorte stata finora molto benigna, molto buona con me. Ho perso mio padre abbastanza giovane, mia madre in età abbastanza avanzata. Quindi, la vita sta seguendo il suo ciclo, e, quindi, non ho avuto eventi significativi a livello negativo. Quindi, ringrazio il cielo per non aver dovuto sopportare questo, insomma”.

Lei conserva un dolore che ha patito da bambino? Forse, la risposta sta nella perdita del padre?

“No, no, mio padre è morto quando io avevo 40 anni, non è morto quando io ero giovanissimo. Troppo giovane, per me sicuramente, perché lui non aveva mai perso una mia partita da calciatore e da allenatore non si sarebbe mai perso una partita. Ho avuto un'infanzia così serena e felice, che ancora adesso sorrido a tutte le corse, a tutte le corse, a tutte le ore trascorse a giocare con i miei amici, con i compagni, con i miei fratelli. Ho avuto un'infanzia e un'adolescenza molto serena”.

In quanti fratelli eravate?

“Siamo quattro fratelli, tre maschi e una femmina”.

Che lavoro faceva suo padre e di che cosa è morto?

“E' morto per un ictus mio padre Olindo e faceva il salumiere”.

E' vero, mister, che nella malattia e nella sfortuna si è più soli di quanto si scoppia di salute e si vince?

“Mah, no; io ho avuto anche qualche problema di salute ultimamente, che mi ha allontanato anche dalla panchina e dai campi di calcio, ma, grazie al cielo, sia la mia nuova famiglia che la mia vecchia famiglia mi sono stati vicini. Quindi, non mi sono sentito assolutamente solo. Piuttosto, l'aggettivo solo lo abbino più alla mia professione di allenatore, perché l'allenatore è veramente un uomo solo. Mia madre, che si chiamava Agnese, invece, diceva sempre che quando io vinco, quando vincevo, sembrava che avessi perso, mentre quando perdevo sembrava che avessi vinto. Perché anche in questo l'allenatore deve saper trovare le motivazioni per continuare nel momento difficile e avere la calma e la tranquillità di non farsi prendere dall'euforia nel momento della vittoria. Io penso di essere stato una persona molto equilibrata e ho saputo sempre gestire sia la sconfitta che la vittoria”.

Ha paura del dolore Albertino Bigon?

“Ma, guardi ne ho sopportato parecchio tra le botte, gli incidenti che ho avuto e tante altre cose. Però, ce la faccio, ce la faccio”.

Ma, le fa più paura un dolore fisico o un dolore psichico?

“Ah, guardi, quello psichico è molto più difficile da sopportare”.

Cosa consiglierebbe, lei che è stato padre ed è nonno, a un ragazzo, a un uomo che sta attraversando una grave crisi d'identità, una sofferenza psichica?

“Difficile, difficile, perché questo è un campo praticamente imperscrutabile. Io ho avuto la fortuna di stare vicino a persone molto qualificate nel campo della psicologia, che mi hanno insegnato molto, anche dovendo gestire uno spogliatoio con venti-trenta ragazzi dentro. Ed è difficile dare consigli agli altri: bisogna trovare la forza in se stessi e bisogna avere la fortuna di avere vicino qualcuno che ti aiuta”.

Se lei stesse veramente male – tocchiamoci pure i cosiddetti “gioielli di famiglia”! - a chi confiderebbe il suo male, il suo malessere?

“Credo che mia moglie sarebbe la persona più adatta”.

Quale sentimento le è costato di più: quello di un grande amore o di una vera amicizia?

“Guardi, il sentimento che mi è costato di più è stato aver dato il mio affetto, aver dato il mio amore a qualche persona che poi non se l'è meritato e ha fatto del male alla mia famiglia”.

Non le è mai capitato di dover rivivere un dolore antico, passato?

“No, no; cioè sto continuando a vivere questa delusione, questa cosa brutta che è capitata alla nostra famiglia, con grande sofferenza. Però, è una cosa che si sta reiterando nel tempo in questi ultimi anni. Ma, una cosa vecchia”.

Ci può confidare in cosa consiste questa spina nel suo cuore?

“Un brutto divorzio di uno dei miei figli”.

Conserva qualche rammarico da giocatore o da allenatore?

“Uno sì: una volta Mantovani, presidente della Sampdoria, che era un gran signore, mi chiamò per invitarmi ad andare da giocatore alla Sampdoria. Però, allora, la Sampdoria era in serie B e io preferii la Lazio in serie A, quando andai via dal Milan. E credo proprio di aver commesso un grosso errore, e mi rammarico di non aver potuto vivere quell'esperienza”.

Nessun rammarico, per esempio, per non aver potuto allenare quel Milan, in cui lei ha vinto tutto?

“No, no, no. Mi sento perfettamente realizzato, perché io gli anni che ho passato a Cesena, che ho passato a Reggio Calabria, che ho passato a Udine, io non sono mai retrocesso, vede, non sono mai stato squalificato in vita mia né come giocatore né come allenatore. E, ho trascorso qualcosa come 15 anni di panchina senza essere mia squalificato”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 9 aprile 2010

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