ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

30/4/10 - INCONTRI RAVVICINATI: GIORGIO BIASIOLO

BIASIOLO, IL “RE DI COPPE” MILANISTA

Vicentino di Montecchio Maggiore, dove è nato il 16 febbraio 1946, Giorgio Biasiolo è cresciuto nel Marzotto Valdagno e, dopo tanta gavetta in C, è approdato al L.R. Vicenza, in serie A, nel 1968. Due stagioni in massima serie con i “lanieri”, poi, il gran salto nel Milan, nel 1970.

Con i rosso-neri lombardi, Biasiolo vive la parabola più alta della sua carriera, indossando per 7 edizioni la casacca del “Diavolo” rosso-nero.
Il mediano vicentino si laurea “re di Coppe”, conquistando una Coppa delle Coppe (1972-73) battendo per 1-0 il Leeds United a Salonicco (1-0 e gol di Luciano Chiarugi), ed aggiudicandosi tre volte la Coppa Italia (1971-2, 1972-3 e 1976-77).

Con il Milan non riesce a vincere alcun scudetto, mancando, anzi, nel maggio 1973 al “Bentegodi” (clamoroso e storico 5-3 per gli scaligeri), in casa dell'Hellas Verona, la stella del decimo scudetto rosso-nero. Appese le scarpe al chiodo, Biasiolo si è sempre dedicato alla cura dei settori giovanili, allenando anche nel Veronese – a Vestenanova -, e occupandosi oggi delle giovani promesse del Garçia Moreno di Arzignano, il paese dove vive con la sua famiglia.

Qual è stato il momento più dello della vita di calciatore di Giorgio Biasiolo?

“Il passaggio dal L.R. Vicenza al Milan: questa è stata forse l'emozione più bella, anche perché non ci credevo di andare così giovane al Milan, dove ci sono rimasto 7 anni”.

Che ricordo hai del “paron” Nereo Rocco?

“Rocco, per me, era un papà, perché quando è morto mio padre eravamo in Scozia e lui mi veniva vicino affettuosamente, dicendomi cerca di stare tranquillo, giochiamo lo stesso, poi torni a casa, dove puoi fermarti un paio di giorni. Poi, quando è nato il mio primo figlio Gianluca (l'altro, invece, Alessandro), lui era sempre presente e mi ha sempre confortato. In campo e fuori dal campo. Quando è nato ero a Genova, in ritiro col Milan: pensa tu che fortuna che avevo...”.

Tuo padre si chiamava?
“Francesco”.

E che lavoro faceva?
“Il contadino”.

Rocco su che cosa insisteva nei tuoi riguardi?

“Gioca come sai giocare, stai tranquillo, non farti altri problemi”.

L'avversario più forte che hai dovuto marcare?

“Il più grande? Direi Mariolino Corso, però, chi mi ha dato più problemi non era Corso, non era Mazzola, ma era Antognoni. Perché? Perché aveva il passo troppo veloce e per me era come rincorrere un treno. Ma, non come giocatore, ma, sotto l'aspetto della velocità”.

Il più grande, invece, con cui tu hai avuto la fortuna di giocare?

“Gianni Rivera, sicuramente. Per me, è stato il più grande giocatore italiano assieme a Baggio”.

Cos'aveva Rivera di diverso, i speciale rispetto a tutti gli altri?

“Sapeva giocare a occhi chiusi, con le spalle rivolte laddove non te la spetti e lui ti metteva il pallone appena intuiva che tu ti trovavi là. Aveva un sesto senso, non so come; era anche il più preciso degli altri. Tutti gli hanno rimproverato di correre poco, invece, per me, correva lo stesso e faceva correre gli altri”.

Hai un gol spettacolare o importante con la maglia del L.R. Vicenza o del Milan?

“Spettacolare e importante ce l'ho contro la Juve, a “San Siro”: 2-2, a cinque minuti al termine, gol mio in rovesciata, quello del pareggio definitivo”.

Un'autorete, c'è?
Sorride Giorgio Biasiolo, quasi a voler sdrammatizzare quell'infortunio e a voler sottolineare che è il presente che conta ora:

“Sì, c'è; ce n'è una proprio contro il Vicenza, contro la mia ex squadra, in casa; però, quella volta a “San Siro” abbiamo vinto sempre noi del Milan per 3-1. Vincevamo 2-0, io ho provocato il gol del tentativo di rimonta della mia ex squadra, poi, Prati ha firmato il terzo, sicché ci siamo portati in una situazione di tranquillità e nessuno ha detto niente”.

Qual è il tuo più grande rammarico?

“Aver perso tre scudetti di fila: nel 1971, 1972 e nel 1973, a un punto sempre dalla prima. La stella persa al “Bentegodi” è stato lo smacco più grande e più clamoroso, anche perché eravamo in vantaggio in uno stadio tutto colorato di rosso e nero. Uno spettacolo fuori dal comune. Poi, ho perso contro la Juve, dopo aver annullato dei gol alla Lazio: tre volti secondi, mamma mia, vedendo trionfare prima l'Inter e poi per due volte la Juve”.

E' stato al “Bentegodi” che hai pianto calcisticamente l'ultima volta?

“No, a dir la verità, pianto non ho mai pianto, anche perché quella volta io non ho giocato (mi ero infortunato la sera della conquista della Coppa delle Coppe vinta a Salonicco); sicché ero in tribuna. Quindi, non ho pianto, ma ho visto piangere tutti”.

Chi l'ha presa peggio dei tuoi compagni di squadra quella domenica sera?

“Il più afflitto di tutti è stato Bigon: Albertino ha pianto in maniera sommessa. Abbiamo perso lo scudetto e la stella del decimo scudetto”.

Nella vita, invece, quand'è l'ultima vlta che hai pianto di dolore?

“Nella vita ho pianto non per disperazione, ma, per emozione: mi è successo un paio di volte. Quando è morto mio papà: è stato un trauma. Ho pianto veramente lacrime di dolore. Poi, altre cose sono riuscito a superarle senza piangere tanto”.

Il dolore altrui che cosa trasmette a Giorgio Biasiolo?

“Quello che è brutto è che non riesci a mettere a posto questo mondo che sembra crollare sotto ogni aspetto. Non riesci neanche a renderti utile, a risolvere i problemi: questa è la sconfitta, dolorosa, più grande”.

Cos'è che ti dà più fastidio e cosa riesce ancora a commuoverti oggigiorno?

“Mi dà fastidio l'ipocrisia, la falsità: sono cose che non sopporto. Però, quello che ancora mi dà ancora emozione è stata la recente morte di Sandro Vianello: non per lui, ma, per aver visto Sandra Mondaini disperata. Ci sono rimasto malissimo. Mi commuovono i bambini, i nipoti”.

Sei nonno?

“Non ancora, ma ne ho in arrivo mezzi: sono quasi nonno. Provo una gioia immensa, quasi fossero miei figli”.

Credi in Dio?
“Certo che ci credo”.

Come te l'immagini l'Aldilà?

“Non lo so; direi che ci troveremo spaesati e trovi Dio che ti mette a posto e che ti trasmette tanta tranquillità. Forse, quello che io penso è che non riconosceremo la gente incontrata qui sulla terra”.

Chi vorresti rivedere lassù? Tuo padre Francesco, paron Rocco?

“Bé, tutti quanti, anche se io con i miei ex compagni del Milan siamo rimasti sempre in contatto, disputando amichevoli di beneficenza. Però, chi ci terrei a vedere di più sono mia mamma Clorinda e mio papà Francesco. Entrambi erano contadini”.

Rammarichi?

“Mi sarebbe piaciuto vincere qualcosa di più con il Milan, vincere almeno uno dei tre scudetti clamorosamente e per un solo punto. Però, sono contento ugualmente di quello che ho avuto e ho fatto”.

Avversari in campo, amici nella vita?

“Certo, è quasi il mio motto, perché io in campo do tutto, poi, terminata la partita, dopo il triplice fischio finale, è come se non fosse mai successo niente. Sì, come in un terzo tempo del rugby”.

Ti senti di più allenatore, allevatore o educatore dei piccoli calciatori?
“Educatore, probabilmente”.

Che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

“Io ho auto tutto dalla vita: adesso posso solo dare, visto che ho ricevuto tanto. Mai dimenticarsi di dare, fare ed aiutare”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 19 aprile 2010
seguiranno foto...

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