ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

17/5/10 - INCONTRI RAVVICINATI: GIANNI BUI

SON TORNATI I TEMPI...BUI!

Classico centravanti fisicamente attrezzato (altezza 185 cm), Gianni Bui è nato sull'appennino modenese, a Serramazzoni, il 5 maggio 1940.
Dopo aver trovato un'occupazione a Roma, in veste di tipografo vincitore di un concorso nazionale, viene visto e tesserato per la Lazio di mister “Fuffo” Bernardini. Che lo gira alla Cirio San Giovanni per farsi le ossa. Poi, la società capitolina se lo riprende (1960-61) per cederlo al Pisa.

Due stagioni a Ferrara, nella gloriosa Spal (1962-64 e 53 reti), quindi, il Bologna neo-scudettato (1964-65), quello di Helmut Haller, Giacomo Bulgarelli, Ezio Pascutti ed Angelo Benedicto Sormani. Il Catanzaro lo recluta per due stagioni, quindi, il trasferimento in riva all'Adige, dove vive forse la sua migliore parentesi (parole sue!), realizzando in 3 stagioni la bellezza di 82 reti.

Altro momento di gloria nel quadriennio vissuto con la maglia del Toro (1970-74, e 77 reti), con la quale vince la Coppa Italia edizione 1970-71. Un anno al Milan (1974-75), infine, il Varese (1975-76).

Da allenatore, guida il Genoa, il Rende, il Pavia (per due volte), il Chievo, il Casale, il Giorgione, il Venezia e la Valenzana (1996-98).

Oggi Gianni Bui che incarico ricopre all'interno della FIGC?

“Faccio l'osservatore delle squadre italiane professionistiche. Per alcuni anni l'ho fatto per la Nazionale “A” di Giovanni Trapattoni, poi per altri per l'Under 21 di Carmine Gentile, poi, per i campionati del Mondo di Germania, nel 2006, per l'attuale cittì Marcello Lippi. Da un anno, lavoro esclusivamente per l'Under 21 di Pierluigi Casiraghi, mentre prima per Gianfranco Zola”.

Qual è stato il momento più bello della tua carriera di calciatore?

“Il periodo che ho vissuto con maggior affetto e soddisfazioni è stato quello proprio a Verona, molto probabilmente perché le ginocchia mi funzionavano ancora bene dopo 18 operazioni chirurgiche (13 interventi solamente alle ginocchia) che ho subito in varie parti del corpo, e sempre per colpa del calcio. Poi, ricordo subito dopo la parentesi trascorsa a Torino, dove sono stato benissimo con una persona che anche a 33-34 anni – Giorgio Ferrini – mi insegnava a stare al mondo. Giocatore che non c'è più, Giorgio, ma che ha dato tanto al Toro. Quando giunsi a Verona, in A, provenivo da un club di serie B, Catanzaro, curioso di sapere se ero ancora in grado di dare qualcosa al calcio. E ricordo un momento bellissimo in riva all'Adige: cominciammo a battere al “Bentegodi” la Juventus, a dare 4 gol al Bologna, tre alla Roma. In casa eravamo molto seguiti dal pubblico e le prime vere soddisfazioni in A le ho gustate a Verona. Successivamente a Torino, ma quella volta ero un po' più vecchio”.

La soddisfazione invece più grande nella vita, qual è stata?

“Anche se ho girato molto, sono stati i due figli che ho avuto, Manuela e Marco. Per il mestiere che facevo, purtroppo, non ho potuto star loro molto vicino perché allora i tempi erano diversi. Come ho smesso di giocare, dopo incidenti patiti a Torino e nel Milan, ho cominciato a cercare lavoro e qualche volta stavo parecchi giorni senza vederli. Però, Marco e Manuela sono state le cose più belle, e spero di potermeli godere adesso ancora per qualche anno”.

Il “gol” più bello sia esteticamente che dal punto di vista dell'importanza?

“Eh, mi prendi in contropiede. Mah, forse, il più importante è stato qui a Verona, contro la Roma, perché era un po' diverso dai soliti colpi di testa o dai soliti tiri da lontano. Una rovesciata, il secondo gol, che tutti mi hanno fatto diventare importante perché è stata una rovesciata di “sbiego” nell'area, sulla destra, ma quasi verso la linea del corner, e che tutti ricordano. Quella volta feci due gol, ma quella rovesciata è diventata storica. Il pubblico, forse, da quella volta, dopo quel gesto ha cominciato a volermi bene”.

Qual è invece stata la cosa che ti è dispiaciuta di più?

“Sì, ti stavo pregando io di chiedermelo. E' aver pareggiato con l'Inter: verso la fine eravamo io e Sergio Clerici, sì, “Il Gringo”, all'attacco, nel Verona e a “San Siro”, in casa dell'Inter, e, a una decina di minuti alla fine ci assegnano un calcio di rigore. Clerici, che era più bravo di me a calciare i rigori, mi disse: “no, no, calcialo tu, calcialo tu!”. Di fronte c'era Lido Vieri, ho calciato, e, buttandosi sulla destra, mi ha parato il rigore. Finì 0 a 0 e fu l'ultima volta che accettai di andare ospite alla “Domenica Sportiva”, perché in genere io ero molto pigro, e sono andato per farmi vedere dai tifosi. Sbaglio, che poi evidentemente mi hanno perdonato. Però, questo errore mi è rimasto parecchio sul gozzo. A Roma, i compagni del Verona mi fecero nuovamente battere il rigore, facendo centro però”.

Il gol solamente più importante?

“Forse, si pensava per qualche minuto che fosse l'ultimo gol col Torino a Bologna dell'ultima partita, poi, invece, la Juve grazie ad Helmut Haller vinse in casa e noi del Toro arrivammo ad un punto dalla Juventus. Non c'erano allora contatti rapidi a livello di comunicazione. In Coppa Italia ho fatto gol a Napoli, ma, non stati gol di una finale”.

Autoreti?

“Non me ne ricordo: può darsi che ne abbia anche fatta qualcuna, ma, sinceramente, non me ne ricordo”.

Bene, invece, mister, si ricorda di quella famosa volta che ha dovuto finire in porta...

“Sì, questo episodio me lo ricordo con forza. Nel campionato 1961-62 noi della Spal ci recammo al “San Paolo” di Napoli, si fece male Bruschini, un grande portiere, alto e fisicamente ben attrezzato e che purtroppo oggi non c'è più, e che quando usciva sugli sviluppi di un calcio d'angolo tre di noi erano a terra e sei della squadra avversaria, ma la palla era sua. Ebbene, si fece male, entrai io perché in allenamento allora col grande Cervato, Massei, qualche volta alla fine dell'allenamento mi divertivo a compiere tuffi; poi, non ci rimanevo tra i pali perché mi piaceva star fuori, e toccare la palla. Eppoi, c'era troppo tempo da stare fermi. Ed erano i primi anni di professionismo per me”.

“Lì nel 1961-62” prosegue Bui “andammo, perdemmo, prendemmo due gol, io giocai per quasi tutto il secondo tempo, ma, non presi gol. Due gol per i partenopei firmati da Kurt Hamrim, ma io in porta non ci ero ancora andato. Ricordo solo una grande tensione quando mi mettevo un pochino più a sinistra perché ero più bravo a buttarmi a destra e lì il pallone, se partiva – e ho subito anche qualche tiro da lontano – non c'erano problemi; anzi, non vedevo l'ora che mi tirassero da quella parte. Quell'episodio mi fece capire l'atmosfera di grande tensione che aleggia intorno al portiere. Non solo, ma, poi, conoscendo Castellini del Toro ed altri, ho capito che quando arrivano al limite dell'area e fanno gli scambi, entrano dentro e reclamano un rigore, credo che non ci voglia più solo la bravura nel decidere dove tuffarsi, ma, ci vuole molto molto istinto ed esperienza”.

Crede in Dio, mister?

“Sì. In una maniera forse non troppo bigotta, ma credo. Credo che sia un poco diversa come la penso io da come invece purtroppo tante volte – forse sarò poco informato – da come me lo vogliono far credere che sia”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto?

“Poco tempo fa, quando è mancata mia madre, in agosto del 2009. Anche se avevo 8 anni quando sono andato via di casa: ogni tanto la vedevo, ma in 20 anni l'avrò vista 30-40 volte. Però, è stata una vita tutta particolare, della quale è meglio non parlarne”.

Mamma, di nome?

“Gisella Benedetti”.

Cos'è che ti dà più fastidio oggi?

“Penso la poca attenzione e lo scarso rispetto verso il prossimo, verso chi ti capita di incontrare. Comincio da una questione banale, sennò divento troppo serio. Uno che non sa guidare, quando monta in macchina, deve stare attento, sennò crea dei guai. Già da questi piccoli esempi, capisci che la gente vive in un egoismo tutto suo, pensando di essere in pochi. C'è poca pazienza nel capirsi, non c'è solidarietà: ognuno ormai si è creato il suo orto, in cui sopravvive, non vive. E' un brutto modo di vivere questo”.

Cosa invece riesce ancora a commuoverti?

“Un bel quadro: la pittura era una mia vecchia passione che coltivavo anche quand'ero calciatore. Con Liedholm facevo grandi discorsi sull'arte che anche lui amava. Sì, anche la musica, anche se non sono un grande appassionato in generale e in particolare della musica moderna. Non ho più tempo di stare lì. Mi piacciono Sezanne, Kandinsky. Nella mia libreria ci sono cinquanta libri d'arte. Perdo del tempo a guardare i colori e non invece a consultare la critica, la biografia dell'artista, sia che sia Pablo Picasso o Giorgio Morandi: lì mi rifugio una mezz'oretta qualche mezz'ora ogni tanto quando sono nervoso”.

Il giocatore più forte e il tuo peggior difensore?

“Come difensore Tarcisio Burgnich più che Giorgio Morini della Juventus o Sandro Salvadore. Il quale prima mi marcava e poi giocava da libero. Come marcatore, il più implacabile è stato Tarcisio Burgnich dell'Inter. Il più forte avversario incontrato in campo è stato Angelo Benedicto Sormani; per non parlare di Di Stefano, Maradona, Pelè. Che è stato in assoluto il più grande. Però, uno che ho toccato con mano e lo volevo imitare era Sormani. Anche se c'era Riva che era molto più forte e faceva molti più gol. Perché nel mio subconscio il sogno era quello di fare la mezz'ala: Sormani veniva incontro, faceva giocare tutti, magari l'hanno scartato dalla Nazionale, ma, mentre giocava lui faceva tre gol Ezio Pascutti e tanti altri compagni di squadra. Sormani, che non lo sento mai nominare, è stato per me un grande maestro”.

Chi ti piace tra gli attuali?

“Quando seguivo l'Under 21, il giocatore per cui impazzivo era Milito del Genoa, ora all'Inter.

Di cosa non dobbiamo mai dimenticarci, in ogni istante, nella nostra vita?

“Della sorte, che se gira male dobbiamo non pensare che tutto vada bene; però, non va bene neanche pensare che non vada bene. Non pensarci mai non è giusto; così come pensarci troppo fa male. Anche a chi gli sta andando tutto per il verso giusto. Ma, io credo che un pizzico di fortuna ci vuole sempre nella vita, perché nel calcio, ad esempio, la palla calciata molto bene da 40 metri, se piglia nello spigolo del palo e va dentro, diventa una grande cosa; per due cm potrebbe non valere niente”.

Mai messo a dura prova col dolore?

“Oh, qui sono un maestro. Ho cominciato per un incidente a un alluce del piede, che ero piccolino; poi, ho subito operazioni già a 20 anni alla Spal al menisco, ne ho subite 6 al ginocchio sinistro, sette nell'altro, finendo con le due protesi. L'ultima a Bologna al “Rizzoli” due anni fa da Marcacci, e poi l'anca. Quando arrivo agli aeroporti, suona dappertutto, tanto ho viti e pezzetti di ferro. Cinquanta punti in testa – e mi ha curato uno della boxe – ed allora non c'era la regola del fallo sull'ultimo uomo. Comunque, per me, il periodo calcistico è stato il più bello: forse, era più facile. Adesso sarà più difficile perché ci sono maggiori pressioni, però, io veramente a calcio mi sono divertito. E' stato uno sport che ho interpretato con grande piacere perché, anche se non si guadagnava quello che si guadagna adesso, è stato un momento molto bello”.

Se un giovane attraversasse un momento esistenziale, una crisi difficile, cosa gli consiglieresti?

“Bisognerebbe sapere se ha il papà, se ha la mamma. Di avere due-tre persone che gli vogliono bene e che gli diano una mano a cercare di risolvere i problemi, che oggi sono tantissimi. Di dargli una mano anche a livello materiale”.

E' vero che attraverso la sofferenza, il patire, uno conosce?

“Sì, questa forse è la domanda più interessante”.

Ne abbiamo ancora delle altre...

“No, basta, dai. Io penso che quando ero piccolo, che era il tempo di guerra, la sofferenza mi abbia costretto a bruciare delle tappe. Mia madre per fare a noi figli il materasso, perché eravamo sfollati da Ferrara perché la casa andò in mille pezzi, andammo in una montagna dove c'era una nonna, che poi era una zia che chiamavo nonna, mi faceva il materasso con le foglie del granturco. Io allora – sono del maggio del 1940 - attaccato al trave, perché vivevo in un solaio, facevo la dondola, cominciavo a ragionare. Però, mi sono rimasti impressi questi ricordi ancora adesso, dopo 70 anni”.

E gli sono serviti per tutta la vita, mister.

“Sì, mi sono serviti perché in certi momenti mi sono trovato bene, ma, in certi altri, non dimenticando questo, ero pronto per affrontare diverse situazioni complicate”.

Conosce un dolore vissuto da bambino? Può bastare quanto ci ha appena raccontato, e cioè la miseria?

“La fame grazie a due zii con cui sono stato due anni a Ferrara, perché lassù a Pavullo sul Frignano (Mo), dove sono nato, non andavo più a scuola, l'ho evitata: caffè latte alla mattina e un qualcosa da mangiare l'ho avuto. Però, già a 13-14-15 anni mi ero impegnato a imparare un lavoro – facevo il linotipista, lavorare in tipografia, ed adesso le Linotype non ci sono più e fai tutto con sistemi diversi – poi, ho vinto un concorso a Roma non ricordo più con precisione se per “Il Tempo” o per “Il Messaggero” a piazza Colonna: chiedevano 6.000 lettere in italiano corretto, io ne facevo 8.000 e ho vinto il concorso. E, da lì è iniziata la mia vita di calciatore, perché la Lazio mi ha visto giocare mentre stavo per andare al lavoro, e ho iniziato a giocare nella prima squadra, la Lazio di mister “Fuffo” Bernardini”.

Cosa pensa del dolore altrui?

“Io posso solo dire che uno è magari più abituato di un altro a sopportare il dolore”.

Le catastrofi, le tragedie cui ci abituano quotidianamente i giornali, a cosa la fanno pensare?

“Sono fatti che ti fanno pensare. Una madre che uccide il proprio figlio ti fa subito sbottare “ma, quella è pazza!”, poi, però. Se, però, vai fino in fondo a quel gesto, ti domandi ma cosa ha fatto per arrivare fino a questo? Cos'è? La disoccupazione, la fame, la troppa sofferenza? Mi fanno sentire partecipe di quello che accade, la colpa è imputabile a tutti. Dovremmo organizzarci tutti per non far mancare a tutti il necessario per vivere, gli alimenti primi. Ma, non è facile trovare la soluzione”.

E' vero che quando si soffre si è soli, quando si vince tutti ti circondano?

“Oh, questa è la domanda più aggiornata che potevi farmi. Secondo me, sì. Tu guarda quello che sta succedendo nel calcio adesso. Quando si vince sono tutti lì pronti a stringerti la mano, quando si perde sono tutti contro; invece, di capire tutte le problematiche che hanno portato al fallimento di un traguardo, obbiettivo stagionale”.

Esiste oggi un giocatore alla Gianni Bui? Bui si lascia andare a un bel sorriso:

“Ah, non lo so, sono più bravi magari all'attacco”.

Proviamo noi, allora: Casiraghi, Bieroff, Luca Toni?

“Eh, ma, Pierluigi era più grintoso; Olivier, sì, era uno che mi ricordo l'esplosività quando giocava. Sì, magari, Luca Toni. E' nato dove sono nato io, a Pavullo, a cinque km dove sono nato io. Lì, a Pavullo, le castagne ti fanno diventare forti: sono nati in tre: uno era il centravanti del Torino e del Catania Pietro Baisi (classe 1945), ma prima io che sono il più vecchio, e poi Toni. Quando giocava nel Vicenza, io fui invitato nel suo paese e lui venne e mi chiese l'autografo, no, allora. E invitarono un ciclista famoso, che non era potuto venire. Sì, direi che mi potrebbe assomigliare Toni, un ragnone, un ragazzo molto bravo, dal carattere che mi piace. Spero che abbia un po' di fortuna”.

Basta così, mister.

“Prego”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 15 maggio 2010
seguiranno foto...

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