ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

21/5/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ROBERTA FELOTTI

FELOTTI, UNO STILE DAVVERO LIBERO

E' stata, agli inizi degli anni 80, la “regina” della vasca azzurra: a 15 anni ha dovuto crescere in fretta, lasciando gli affetti più cari e gli amici nella sua San Donato Milanese, per inseguire un sogno color azzurro, magari iridato.

Il compianto Alberto Castagnetti aveva subito nelle sue bracciate, nel suo sinuoso sfiorare l'acqua, un futuro da campionessa. E, la massima autorità del nuoto italiano, Castagnetti, non si era sbagliato quella volta, quel pomeriggio.

Ora, Roberta Felotti (22 ottobre 1964) è una bella signora, dai modi molto garbati: una sirena che è uscita dall'acqua e che si è trasformata in una regina. E' anche felicissima mamma di Alessandro e Francesca. Il primogenito vuole proseguire la strada del padre Vittorio Ortalda, brillante specialista in Nefrologia, fattosi da solo. Come la moglie Roberta.

Avvincente il campanilismo in quei ruggenti anni Ottanta tra la Felotti e la Cinzia Savi Scarponi, romana: una sorta di dualismo del tipo Maria Callas e Renata Tebaldi, traslate dai teatri sfavillanti di tutto il mondo alle vasche più lucide del globo. Colpi di fioretto tra le due “veneri della vasca” azzurra, ma, mai una volta di spadone.

Colpisce di Roberta l'immensa umiltà: è una dote, dirà, nel corso dell'intervista, un tratto, un aspetto caratteriale che l'affascina nelle persone che è abituata ad incontrare nella vita di tutti i giorni. Roberta ha nuotato i 200, 400 ed 800 metri stile libero, per specializzarsi poi nei 200 e 400 metri.

A Firenze, il 26 agosto 1979, si è laureata primatista europea nei 1500 metri stile libero. Ha preso parte a ben 3 Olimpiadi: a Mosca 1980, a Los Angeles 1984 e a Seoul 1988.
Ha conquista per 41 volte il titolo italiano individuale e per 7 in staffette.

Oggi è a Verona, ormai la sua vera seconda patria, che sta prestando la sua esperienza al “Centro Federale Natatorio G. Conti”, a un passo dalla basilica del patrono della città scaligera, San Zeno. Ricopre il ruolo di collaboratrice tecnico-logistica della Federazione Italiana Nuoto.

Prende i tempi di Luca Marin, di Emiliano Brembilla, della promessa udinese ma con sangue abruzzese, Cesare Sciocchetti, classe 1989, della campionessa olimpica Federica Pellegrini.

Il sole indora maggiormente i capelli chiari e accende di un colore azzurro gli occhi. Sicuramente è timida; durante il colloquio perfino si emoziona. Ma, è sincera, vera, timida ma passionale, riservata ma sanguigna.

Così sincera, che quando termina l'intervista sbuffa, ponendosi l'interrogativo “Ma, nella vita d'oggi quanto vale dire sempre la verità?”

Roberta, qual è stato il momento più felice della tua carriera di nuotatrice?

“Mah, sicuramente il primo titolo italiano conquistato nel 1977 negli 800 stile libero. Un titolo proprio inaspettato, un regalo dal cielo, perché per me era stata una grande prestazione, avendo migliorato di circa 20 secondi il mio primato personale. Poi, record europeo a Firenze nei 1500 metri stile libero nel 1979, e l'ultimo ricordo veramente bello quando ho vinto i campionati italiani da mamma, dopo la nascita di Alessandro, nel 1994. Sempre nei 400 misti”.

Il nuoto, uno sport di fatica, ma qual è stata la delusione più grande, o, se vuoi, il più grande rimpianto?

“La delusione più grande è stata per la mia prima Olimpiade, nell'80 a Mosca. Arrivavo dal primato di Firenze dei 1500 stile libero e mi affacciavo con buone chances; però, in quel periodo la Fin non era molto attenta a quelle che erano le reali esigenze dei nuotatori. Per cui, nonostante avessi ancora 15 anni, tre mesi prima della gara importante bisognava far partecipare obbligatoriamente i collegiali; quindi, mi cambiarono completamente il tipo di allenamento. Ecco, quella fu una grande delusione, perché m'impegnai molto, ero tranquilla comunque di aver dato il massimo. Sentivo di aver raggiunto prima del dovuto lo stato di forma, però, la più grossa delusione è stata il sentirmi tradita dai giornalisti, che scrissero che il mio insuccesso era dovuto a un innamoramento (bé – sorride di gusto Roberta – se mi fossi innamorata, sarei andata molto più veloce), e, poi, capì che spesso le persone non sono sensibili -anche i grandi allenatori – alla vita personale e alle reali esigenze degli atleti in quel momento”.

Le due “regine delle vasche” in Italia e anche nel Continente eravate tu e la Cinzia Savi Scarponi. Una lombarda, Roberta, contro una laziale, Cinzia...

“Cinzia è stata una grande atleta, ha vinto un titolo europeo, è arrivata terza ai Campionati Europei di Roma: è stata una fortissima atleta. Purtroppo, ha smesso presto. Io credo che se avesse continuato avrebbe potuto dare ancora moltissimo al nuoto italiano. Era un'atleta forte, decisa, una bella atleta. Caratterialmente molto diversa da me, ma sicuramente un'atleta eccezionale”.

Il più bel capolavoro compiuto da Roberta Felotti nella vita?

“La cosa più bella, per me, è stata la nascita di Alessandro, il mio primo figlio e poi di Francesca. Io credo che per una sportiva che si mette in gioco ogni giorno, che ogni giorno entra in acqua, conosce il sacrificio, sa che cosa significa impegnarsi tutti i giorni, conosce le rinunce, la costanza, impara a superare i momenti difficili e che comunque conserva la fede; ma, la nascita di un figlio è qualcosa che...”.

E, Roberta, gira il capo dall'altra parte del registratore per asciugarsi una lacrima...

“Sì” aggiunge, riprendendosi.
In questo libro si parla di sofferenza: tu sei anche mamma oggi. A un ragazzo, sportivo e non, che sta attraversando un momento particolarmente difficile, delicato, cosa gli consiglieresti?

“Gli suggerirei di impegnarsi sempre e comunque ogni giorno, di trovare la forza di ricominciare ogni giorno, perché ogni giorno è un dono, è diverso dall'altro, e tutte l'emozioni che la vita ci riserva sono un patrimonio da conservare, da tenere bene in mente, ed anche da trasmettere agli altri”.

Cos'è che oggi, Roberta, riesce ancora a commuoverti e cosa invece ti dà più fastidio?

“La mancanza di rispetto: è l'atteggiamento che mi addolora di più. Perché per me l'intolleranza non esiste, quindi, mi arricchisco quando sento delle idee diverse dalle mie. Anzi, riesco sempre a mettere in discussione le mie idee e penso che in realtà non ci sono idee diverse: è forse il modo di affrontare le situazioni della vita che è diverso. E io ho avuto la fortuna di riscoprire la Fede, soprattutto dopo la perdita del mio secondo bambino, e questo è per me è stato trovare una luce che mi dà speranza ogni giorno. Anzi, quando ci sono delle incomprensioni, io desidero veramente che tutto si risolva, voglio chiarezza. In realtà, siamo tutti qui, non si sa per quanto tempo, e quindi l'importante è che ci aiutiamo, collaboriamo, condividiamo, che riusciamo cioè a gioire per quello che la vita ogni giorno ci offre, ci dona”.

Cos'è che ti commuove?

“Mi commuovono le persone umili: mi commuovono tanto perché sanno riconoscere i propri limiti. E mi commuovo perché so che chi sa conoscere i propri limiti è anche in grado di superarli”.

Quand'è l'ultima volta che hai pianto? Se fossimo dei cronometristi, sarebbe un minuto fa, quando ti abbiamo vista asciugarti le lacrime...

“Tu mi chiedi del pianto di dolore o del pianto di gioia?”.
Entrambe; anche se riconosciamo che in parte tu hai già risposto nella seconda ipotesi quando sono nati i tuoi due figli...

“Il pianto di dolore l'ho vissuto l'anno scorso, quando è morto Alberto Castagnetti. Non volevo crederci, pensavo, mi auguravo che fosse uno scherzo. E di gioia? Mi posso commuovere per una bella canzone, mi commuovo quando guardo un atleta che si allena ogni giorno, e mi accorgo che in quel momento sta veramente dando il massimo, indipendentemente dal risultato che sta ottenendo. E, quindi, vedo l'energia, il grande sforzo, il massimo impegno. Ma, mi commuovo anche davanti a un disegno di mia figlia Francesca bello. Ecco, io ho dei suoi disegni ed ogni volta che li guardo, mi commuovo. Mi commuovo per un gesto gentile: le cose più semplici sono quelle che mi commuovono. Una vicina che mi presta una carota – e giù un altro bel sorriso – perché l'ho considero un piccolo ma significativo gesto di solidarietà”.

Che cosa ti trasmette il dolore altrui?

“Il dolore altrui? Mi trasmette la compassione. Compassione inteso nel senso che provo passione e quindi capisco che sto amando”.

Ma, è vero che la felicità di persona in persona è diversa, mentre il dolore è uguale per tutti, pone tutti sullo stesso piano?

“Sì, io credo che il dolore ci unisce; ci unisce profondamente. Per questo, a volte, è un regalo, perché è proprio attraverso il dolore che puoi sentire veramente la presenza degli altri e di Dio, eh”.

Soffrire è uguale conoscere; col dolore impari, apprendi. Sei d'accordo?

“Soffrire è conoscere, certo. Essere disposti a soffrire, provare compassione, essere disposti a morire ed essere disposti a rinunciare per amore è sapere che l'amore è un qualcosa che non finisce mai, che si protrae nell'aldilà e che ci rende eterni”.

A proposito di Aldilà: come te l'immagini, come vorresti che fosse l'altra vita?

“Lo voglio immaginare come una sorta di armonia: un'armonia, una melodia. Una melodia, una pace, quella più profonda”.

Che cosa non dobbiamo mai dimenticarci tutti i giorni di questa vita terrena che il grande Ungaretti diceva che “comunque dobbiamo scontarla”?

“Mia zia Francesca, che è stata per me comunque come una mamma, mi diceva sempre di non dimenticarmi mai di ringraziare il Signore per quello che ogni giorno ci riserva. E per la vita, perché la vita è la cosa, il dono più prezioso abbiamo ricevuto. Per questo non possiamo che essere riconoscenti nei confronti dei nostri genitori; qualsiasi genitore ci capiti, ci hanno donato la vita. Per cui credo che sia impossibile non amarli”.

E' vero che il dolore aiuta di più colui che crede in qualche cosa – qualsiasi essa sia? E la sofferenza ha un compito catartico, di purificazione, di redenzione, di riscatto, di liberazione?

“Sicuramente, eppoi, per la mia vita i momenti di maggior sofferenza mi hanno sempre regalato grandi gioie; ad esempio, alcuni incontri inaspettati, delle persone, degli angeli che mi sono capitati proprio vicino, mi sono giunti in soccorso, e che quindi ti accompagnano e ti fanno capire che il dolore si può condividere. Perché è un qualcosa che, se viene accettato, ci arricchisce veramente”.

E' vero che con l'amore si vive, senza amore si sopravvive?

“Sono d'accordissimo. L'amore ti dà la possibilità di vivere ogni attimo della tua vita e di ringraziare ogni attimo della tua vita. E lo stesso vale per lo sport, per lo studio, per un ideale. Ti fa vivere pienamente. Invece, non amare ti fa sopravvivere e, soprattutto, non ti dà la possibilità di scoprire la magia di ogni giorno. In realtà, le persone che non amano in realtà mettono sempre in primo piano i problemi. Invece, questi problemi sono un'opportunità per trovare delle soluzioni. In più si è a cercare di affrontare e risolvere i problemi e più la soluzione è migliore, perché c'è la collaborazione di più persone”.

Perché chi vince, sta bene, chi sorride, chi è fortunato ha sempre molta gente attorno, mentre chi è sfortunato, chi non se la sente di sorridere è lasciato, ha pochi amici intorno a lui?

“Questo senz'altro, anche se credo che la più grossa soddisfazione per ognuno di noi – perlomeno questo è quello che mi trasmesso uno sport individuale come il nuoto, intendo a precisare, eh – è sapere che ogni giorno noi comunque diamo il massimo. Quindi, alla fine, il parere degli altri, di chi ci sta intorno, ci aiuta. Però, come dicevi tu, il non sentirsi amati è qualcosa che ti fa soffrire molto. Però, quanto meno se ogni giorno tu ce la metti tutta sai che Dio ci ha lasciato liberi. Per cui, ognuno è libero di mal interpretare le parole degli altri, i comportamenti degli altri. Sei solo, è vero; e non sei neanche compreso, non c'è compassione, cercare di provare cioè quello che tu stai provando, soffrendo. Poi, a volte basta la presenza di Qualcuno che sai che c'è, e c'è per te. Se tu hai qualcuno di fianco, in mezzo alle quotidiane sofferenze, problematiche, ansie, riesci ad andare avanti. E vai avanti. Quindi, la Fede ti aiuta, e la compassione di chi ti sta vicino è importantissima”.

Ed è molto bello quello che in conclusione Roberta Felotti ci trasmette. Anche perché lei per anni ha sempre fatto parte di uno sport individuale, ha gareggiato per se stessa, ma, ammette ugualmente che la vittoria che si può ottenere insieme, grazie e nel gruppo, è davvero sicura e certa per tutti quelli che sono disposti ad accogliere l'assist, il lancio della solidarietà, dell'amorevole fratellanza.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 maggio 2010












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