ULTIMA - 27/5/19 - AIAC VR: INCONTRO FORMATIVO CON STEFANO BIZZOTTO

L’Associazione Italiana Allenatori Calcio sezione di Verona informa che organizza per lunedì 3 giugno 2019, con inizio alle ore 20.30, un interessante serata formativa dal titolo "La comunicazione nel mondo del calcio". L'incontro si terrà presso l’aula 1 del palazzotto Gavagnin (difronte alla sede della società Virtus Vecomp) in via
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

24/5/10 - INCONTRI RAVVICINATI: OTTAVIO BIANCHI

DI PUNTO... IN BIANCHI

Ottavio Bianchi (6 ottobre 1943) calcisticamente è cresciuto nel Brescia ed esordisce in A nelle “rondinelle” nel 1965.
L'anno successivo sbarca a Napoli, dove vive 5 stagioni consecutive per poi passare all'Atalanta, al Milan e al Cagliari.

In Nazionale colleziona due presenze, e chiude la carriera di calciatore a Ferrara, con la maglia della Spal, in serie B, stagione 1976-77. Come allenatore ha guidato Siena, Mantova, Triestina ed Atalanta, portando gli orobici dalla C1 fino alla B (1981-2).

In A ci arriva guidando l'Avellino (1983-84), poi, passa al Como, quindi, il gran salto è a Napoli, dove vince il suo primo scudetto con gli azzurri ispirati da Diego Armando Maradona (1986-87). All'ombra del Vesuvio conquista pure la Coppa Italia (1987) e la Coppa Uefa (1989).

Nel 1990 è alla Roma, con i quali conquista un'altra Coppa Italia (edizione 1991), ma, perde la doppia finale di Coppa Uefa sconfitto dall'Inter. Nella stagione 1991-92 sostituisce a Napoli Claudio Ranieri, e manca la qualificazione in Uefa
con i partenopei, che annoverano tra le proprie fila assi del calibro di Careca, Zola, Fonseca.

Nel 1992-93 è ancora a Napoli, ma dietro la scrivania, in veste di direttore tecnico, visto che in panchina ci va Marcello Lippi.
Poi, è l'Inter del primo Massimo Moratti a volere Ottavio Bianchi, ma, l'anno successivo i nerazzurri stentano. Bianchi tornerà a sedersi in panchina solamente 7 anni più tardi, nel 2002, chiamato a salvare la Fiorentina.

Qual è stato il momento più bello della sua vita e di calciatore e di allenatore?

“Mah, di calciatore ce ne sono tanti: l'esordio a 17 anni, il momento dell'entrata nelle giovanili del Brescia, il trasferimento a Napoli, giocare con i migliori giocatori del momento, nelle squadre migliori, conoscere moltissimi allenatori, che allora erano i migliori. Non c'è un episodio solo”.

Ricordiamo il calciatore, l'allenatore più grande della sua epoca?

“Rocco, Pesaola, Gei. Io sono molto affezionato al ricordo di Gei perché è stato l'allenatore che mi ha lanciato nel Brescia, Chiappella. Come giocatori, Sivori, Altafini, Zoff, Juliano, Hamrin, Sormani, Riva, Rivera, e chi più ne ha più ne metta”.

Qual è il giocatore che in campo l'ha fatta penare?

“Allora si giocava a uomo: io dovevo marcare le star, le mezze punte, ce n'erano tanti; erano talmente bravi. Poi, non c'era molta conoscenza televisiva. Allora, doveva affidarti alle conoscenze degli altri giocatori, che ti insegnavano il movimento. Per esempio, un giocatore veramente difficile da tenere a basa era Haller, un giocatore che in giornata era molto difficile da inquadrare”.

Da allenatore, invece, qual era il giocatore più difficile da inquadrare?

“Mah, i giocatori sono tutti facili e tutti difficili. Ci sono quelli che sono dei grandi giocatori, dei fenomeni, che sono meno difficili da gestire. Più difficili da gestire sono i mediocri che si considerano grandi giocatori. Quelli sì che sono difficili da gestire. Poi, da allenatore sarebbe troppo scontato dire i momenti dei successi. Invece, io ricordo con particolare attenzione l'anno di Como, dove avevo una squadra molto giovane, con giocatori che non avevano mai calcato la serie A, ma, formata da dei giocatori estremamente validi, intelligenti, educati, ed è stato un anno splendido che ha maturato sia me sia i giocatori. Poi, le salvezze di Avellino o Bergamo; ce ne sono tante. Poi, chiaramente il periodo clou è stato il periodo di Napoli, ma, che lì è consacrato, mentre il resto, che per la gente non è conosciuto per me ha molto valore individuare”.

Il suo rapporto con Maradona?

“Guardi, sono passati talmente tanti anni che a forza di sentire questa domanda mi viene un po'...Ognuno i rapporti vanno e sono più o meno particolari con tantissime persone. E il ruolo dell'allenatore è un ruolo che deve avere determinate caratteristiche, e il ruolo del giocatore avere delle altre. Io ho sempre avuto la mania del rispetto dei ruoli, rispettavo gli altri, ma volevo in maniera assoluta essere rispettato. E, questo è sempre stato il mio modo di operare, insegnato dai miei vecchi allenatori. Che esigevano rispetto verso di loro in cambio del rispetto verso il sottoscritto”.

Il più forte giocatore che lei ha avuto come allenatore e quello invece con cui ha giocato?

“Da giocatore, i vari Sivori, Rivera, Riva, Hamrin, Sormani, Zoff: ognuno di questi sono stati talmente bravi giocatori in campo e fuori da
essere esentati da classifiche. E da allenatore lo stesso: Aldair, Voeller, ce ne sono tantissimi; Ramon Diaz”.

Qual è il giocatore che è cresciuto molto sotto la sua guida e che le ha dato quindi grossa soddisfazione nel ruolo di mister?

“Mah, ce ne sono tanti; ad esempio, uno è De Napoli, poi, tanti giocatori che hanno esordito con me, tipo Cannavaro, tipo Ferrara, tipo Donadoni, tipo Madonna, tipo Pacione, tipo Magrin, che era già avanti d'età, ma era giocatore che è maturato insieme. Comunque, tantissimi: non le dico quanti giocatori giovani hanno giocato, perché penso che sia un numero impressionante. Però, dovrei stare lì ad analizzare anno per anno”.

Torniamo all'attualità: che cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni e cosa invece riesce ancora a commuoverla? Usciamo, se preferisce, anche dallo stadio, dal terreno calcistico.

“No, commuovere il calcio non mi commuove. Anzi, m'infastidisce. Fuori, anche nella vita sociale c'è talmente poco da farci commuovere e c'è talmente tanto da farci irritare. Aggiungo che più gli anni passano e più vedi che l'incoerenza, l'indisciplina, i furbi riescono comunque a prevalere. E questo non mi piace. Mi piace molto la gioventù, quelli che hanno merito, al di là degli appoggi, al di là della situazione familiare, abbiano le possibilità di emergere. Purtroppo, questo è un'utopia. Mi piacerebbe molto che in una società civile, ci fosse questo: il rispetto degli altri, il rispetto delle altre religioni, delle mentalità, degli usi, costumi, ed essere rispettati noi per quello che siamo, insomma. Il rispetto reciproco e avere un senso civico che purtroppo non vedo in giro”.

Di cosa noi non dobbiamo mai dimenticarci nella vita, in generale e fuori del calcio?

“Non dobbiamo dimenticarci mai che siamo qua in un momento talmente passeggero e talmente veloce dove regna il senso dell'egoismo, dell'ipocrisia. Dovremmo avere un pochino più amore nei confronti di tutti. Invece la società moderna fa sì che quest'amore lo vedi solo quando hai momenti di difficoltà o di debolezza di salute; ma, per il resto, l'immagine che ti danno è quella che il più furbo, il più scaltro, il meno dotato di amore a livello trasversale è quello che ottiene più successo”.

Che cosa le trasmette il dolore altrui?

“Il dolore altrui? Non vorrei mai conoscerlo. Io quando c'è una persona che mi dice sto bene vuol dire che in tutti i sensi mi riempie di gioia. Il dolore altrui – è talmente piena l'umanità – che ti mette una profonda tristezza, amarezza, anche perché una formichina che possa essere io hai pochi chanches di poter fare qualche cosa. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, tenta di fare qualcosa, ma, almeno io mi ritengo di fare troppo poco, di non riuscire, di non essere capace, insomma, di avere tante di queste perplessità nei miei confronti”.

Qual è l'ultima volta che lei ha pianto?

“Mah, ho pianto quando succede, quando è successo...Bé, queste sono cose private che non... preferisco non... sono troppo private”.

Ha paura del dolore, mister, di soffrire?

“Mah, io ho sofferto talmente tanto. Ma, più che la sofferenza fisica è la sofferenza morale che mi spaventa”.

E' vero che nella malattia uno è più solo?

“Sicuro, sicuro”.

E, perché, mister?

“Per l'egoismo che c'è in giro. Se lei va in giro a dire che è malato, lo vedono, lo guardano con un momento particolare. La gente non è portata verso quelli che sono malati. Allora è chiaro che le persone tengono ad essere isolate. A me, poi, che piacciono molto gli animali, ritengo che quando sono vecchi e sono malati, chi vive libero se ne va a morire da solo senza dare fastidio a nessuno. La natura ci insegna molto da questo punto di vista”.

Non le è mai capitato di essere stato costretto dalle circostanze della vita a dover rivivere un dolore, anche da bambino?

“E, purtroppo, nella vita sì. Eh, purtroppo, sì, e non è piacevole. Io non ho sofferto molto i problemi di infortuni, però, io ho avuto una gioventù, un'adolescenza splendida perché i miei genitori. Io ho avuto una famiglia splendida, che non la baratterei con nessuno, e i dolori che posso avere avuto io erano quelli degli infortuni in età estremamente giovanile, che ti impedivano di poter raggiungere quella meta che ti eri prefisso e che era quella di essere un calciatore. Che poi dopo con la volontà, con la fortuna, con tante cose, con la gioventù, sono riuscito a superare. Però, poi, i miei dolori erano quelli. Fortunatamente, non ho avuto dolori ben più gravi sotto il profilo psichico”.

Quale sentimento le è costato di più: quello dell'amore o di una grande amicizia?

“Tutti e due: direi che di amore ne ho ricevuto molto dai miei familiari. L'amicizia è più difficile da ottenere. Io sono abbastanza fortunato perché ho ottenuto più amore che amicizia”.

Mister, se s'accorgesse che una persona dovesse soffrire moralmente, cosa gli consiglierebbe, cosa farebbe perché venisse fuori da quel momento così delicato?

“Eh, bisogna essere molto preparati: non mi ritengo di essere all'altezza. Una domanda che mi faccio spesso, perché, sotto il profilo psicologico, bisogna, per poter dare dei consigli, bisogna essere molto preparati”.

Lei, mister, crede in Dio, ci par di capire, o no?

“Di sicuro. Non sono un grande praticante, però, di sicuro credo in Dio e nell'amore degli altri, anche se spesso e volentieri sono solo frasi fatte. Perché di amore in giro ce n'è pochissimo”.

La ringraziamo, mister.

“Va bene, di nuovo, grazie e buon giorno”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 aprile 2010

Visualizzato(2318)- Commenti(8) - Scrivi un Commento