ULTIMA - 20/4/19 - SCANDOLA (ZEVIO) SUL "CASO BEGALI" DICE: "DECISIONE INGIUSTA!"

Il direttore generale dello Zevio, Giorgio Scandola, a nome della dirigenza bianconera ci dice: "In risposta all'ultimo comunicato ufficiale del Comitato Regionale Veneto fammi sul “Caso Begali” vi dico che come società A.C. Zevio 1925 dobbiamo accettare l’epilogo del nostro ricorso, anche se non abbiamo ricevuto risposte concrete riguardo la
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INCONTRI VIP'S

9/7/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. LINO PIZZI

PORTIERE CON... I PIZZI

Monsignor Lino Pizzi è vescovo della diocesi di Forlì e Bertinoro.
Emiliano di Rivara, frazione di San Felice sul Panaro (Mo) dove è nato il 25 settembre 1942, viene ordinato sacerdote il 18 giugno 1966.
Dal 1986 al 1999 è parroco di Nonantola di Modena e dal 1999 è Rettore del seminario di Modena.
Nel 1987 consegue a Roma la Laurea in Liturgia, mentre nel 1992 è nominato Cappellano di Sua santità Giovanni Paolo II. Papa Benedetto XVI lo nomina vescovo di Forlì e Bertinoro il 12 novembre 2005.

Lei, Sua Eccellenza, ha mai giocato a calcio da ragazzino?

“No, o meglio, giocavo un po' in porta così ma proprio per divertimento, quando eravamo in seminario. Non è che fossi un gran portiere; per di più gli errori del portiere si notano sempre troppo bene, mentre quelli degli altri si possono perdonare facilmente”.

Ma anche le parate clamorose si notano facilmente.

“No, no, no. Giocavo senza alcuna pretesa: era proprio il gioco di ricreazione che ogni tanto abbracciavamo. In seminario non avevamo neppure allora il campetto da calcio: quasi era proibito perché noi ancora portavamo la veste. Succedeva di giocare quando si andava in una parrocchia, dove c'era un campo da gioco, e lì si poteva fare una partita di calcio”.

Si ricorda chi andava forte quando lei giocava in porta?

“Siamo ai tempi di Rivera, ai tempi di Mazzola, di quella gente là. E, quindi...”.

Si ricorda di un portiere che le piaceva?

“No, questo, in particolare, no. Come dico, a quei tempi, io mi ricordo di Mazzola, io mi ricordo di Rivera, in particolare, perché in fondo, non dico che tenessi per il Milan, ma, insomma, una certa simpatia ce l'avevo per quella squadra”.

Nel gioco portiere, nella vita, invece, attaccante, difensore o centrocampista?

“Nella vita mi hanno messo responsabile della squadra, diciamo così. Praticamente, sono quasi sempre stato educatore in seminario, perché la maggior parte del mio tempo l'ho passata lì, e poi, successivamente a Nonantola per 13 anni. Quindi, il mio compito è stato quello di dover sempre guidare”.

Che cos'è che le dà più fastidio oggi e che cos'è che riesce ancora a commuovere in un mondo che sta attraversando una grave crisi di valori?

“Rispondere a una domanda del genere sarebbe un po' difficile. Per esempio, vedo anche nella visita pastorale che sto conducendo nella diocesi che ci sono a volte testimonianze che sono commoventi. Per esempio, cerco sempre nelle parrocchie di visitare anche malati o anziani che non possono generalmente recarsi in parrocchia, e si vedono cose straordinarie. Sia da parte dei malati o degli anziani che anche proprio dei familiari: l'amore con cui curano queste persone a volte immobili a letto oppure costrette a rimanere su sedie a rotelle. Veramente cose commoventi. Sono cose belle, ma non sono quelle che fanno rumore, e tante volte non si sanno. Per esempio, un ragazzo, un giovane di 19 anni portatore di handicap, che praticamente non parla perché è autistico, e che ripete comunicando con un sistema particolare “io sono un giovane felice, anche se a voi non sembra, io sono un giovane felice”. E lo ripete in continuazione come un ritornello. Oppure un'altra ragazzina di 15-16 anni che ho visto - anche quella non parla – in carrozzina, bisognosa di tutto ovviamente, e che con un sistema particolare di comunicazione mi fa scrivere una lettera di una profondità, mistica addirittura. Insomma, cose straordinarie”.

Che cos'è, monsignore, che invece le dà più fastidio?

“Bé, dar fastidio: bisognerebbe vedere che cosa s'intende per fastidio. Forse, a volte il vuoto, la frivolezza, il fatto che non si usi la ragione tante volte anche nei comportamenti. Forse, la cosa che mi preoccupa di più è il fatto che la gente non è aiutata a riflettere, oppure dico sempre che il latrocinio grosso fatto alla nostra generazione, nel tempo presente, è l'aver sottratto alla gente la capacità di ragionare, la voglia di ragionare, di usare l'intelligenza che abbiamo. E, se manca la riflessione, evidentemente dopo le cose si complicano, perché poi le persone sono più manipolabili dal punto di vista economico, dal punto di vista sociale e politico, e in altri rami”.

Che cosa non dobbiamo mai scordare dalla mattina, quando ci alziamo, alla sera quando ci corichiamo?

“Che è già un dono quello di potersi alzare, di potere lavorare nel giorno, perché purtroppo nella vita si incontrano altre situazioni, in cui questo non può avvenire”.

Lei serba un ricordo molto triste, che l'ha fatta piangere?

“Purtroppo, ho perso un fratello minore su dieci che siamo, proprio un mese e mezzo fa: ne stavo parlando con una persona poco fa e mi è venuto da piangere anche lì”.

Si chiamava?

“Attilio”.

In seguito a incidente stradale?

“No, no, per un fatto cardiaco e di edema polmonare improvviso”.

Giovane, monsignore?

“Aveva 58 anni”.

Nella scala di dieci fratelli, lei, Eccellenza, che posto occupa?

“Io sono il quinto”.

Il dolore, sostenevano gli antichi greci, ci aiuta a conoscere, significa conoscere. Lei è d'accordo?

“Si potrebbe dire che amare comporta senz'altro anche la sofferenza, oppure chi è capace di soffrire è capace anche di amare di più”.

Lei non conserva un dolore giovanile? Come è stata la sua infanzia, quali sono le sue origini?

“I miei genitori sono morti 29-30 anni fa. I miei erano agricoltori, contadini, quindi, siamo gente di campagna. Ho ricevuto tanto dai miei genitori”.

Se da lei si recasse un giovane in crisi esistenziale, psichica, cosa le suggerirebbe? Si parla molto in questo secolo di depressione, di ansia che divora.

“Farei leva sugli aspetti positivi che ci sono sempre in una persona ed anche nella vita. E' chiaro che ci sono anche le cose che dispiacciono oppure che potrebbero abbattere, però, noi dobbiamo avere più forza anche per affrontare quelle situazioni. Facendo leva soprattutto sulle cose positive che ci sono. E sono tante: purtroppo, non sono quelle che fanno più confusione ma ci sono”.

Lei è per un dolore redentivo, catartico?

“Mah, certamente anche la sofferenza fa maturare le persone; se il dolore è vissuto con una base, perché se no uno va in preda alla disperazione. Ma, tante cose – lo si può vedere benissimo – che c'è un dolore che fa crescere, fa maturare le persone. Del resto, tutti i passaggi sono sempre un po' dolorosi. Le scelte stesse comportano sempre un po' di dispiacere perché si lascia qualcosa per prendere qualcos'altro. Quindi, credo che ci sia già una capacità insita. Se, poi, uno ragione e ha anche la Fede che lo illumina su questo fatto, indubbiamente anche quello può diventare un momento redentivo o che fa maturare le persone”.

La sua definizione dell'Aldilà; come se l'immagina?
“La intendo sempre così: quella pienezza di vita e di gioia che qui intravediamo soltanto, in qualche modo, in qualche sprazzo. Del resto, sta scritto che Dio sarà tutto in tutti. E Lo vedremo faccia a faccia, sarà lui la nostra vita, sarà lui la nostra gioia. E non ci stancheremo mai, perché mentre parliamo ancora di qua, qualche volta verrebbe da dire ma ci si stanca sempre così. E, invece, Dio non lo possiamo mai esaurire: è quella Pienezza di vita, di gioia che qui non possiamo avere per tanti motivi: perché siamo limitati, perché siamo soggetti ai limiti del tempo e dello spazio, perché è sempre incombente la morte, mentre quando parliamo della Vita eterna è la Vita per sempre, la Vita”.

Il suo motto episcopale è “Mane nobiscum domine”: rimani, o Signore, con noi”. Tratto da?

“Dal Vangelo II Luca, che parla dell'episodio di quei due pellegrini di Emmaus, i due discepoli di Emmaus. L'ho scelto perché l'anno in cui sono diventato vescovo si celebrava l'anno eucaristico, e Giovanni Paolo II aveva consegnato quel documento “Mane nobiscum domine”, che era, appunto, sull'Eucarestia”.

Ma è vero che chi soffre, chi è sfortunato è sempre solo, mentre chi vince, chi è fortunato, chi è felice è sempre circondato da persone?

“Mah, quelle sono le illusioni del tempo. Perché poi non è esattamente così. A volte, se lei guarda la televisione o altre cose, la gente si sforza di ridere o di far ridere, ma la vera gioia non è quella lì. La gioia è quella che è dentro le persone. Lei trova tante persone serene, tranquille, impegnate a volte anche in situazioni difficili e quelle sono le testimonianze che contano”.

Mi piace la definizione che San Francesco dà del dolore: “Ti ringrazio, a Signore, perché Tu ci hai dato tutto il creato, mentre noi possiamo donarTi solo la nostra sofferenza”. Il suo parere, monsignor Pizzi?

“Non è che l'andiamo a cercare la sofferenza, il dolore. La troviamo, la incontriamo nella nostra vita e anche solo per essere fedeli al Signore , ed è quella la Croce che giorno per giorno ci vien richiesta: quella cioè di essere disposti a fare la volontà di Dio. Del resto, Gesù dice che è venuto per fare la volontà del Padre, e la Croce è proprio il segno massimo della Sua disponibilità alla volontà del Padre”.

Il “gol” più bello della sua vita e l'”autogol” più clamoroso, Eccellenza?

“No, gol, non lo saprei. L'autorete non saprei, perché non mi sento frustrato, deluso, però, sono contento. Certo, ho anche una responsabilità grossa, anche quella di essere vescovo, perché non l'ho cercata io e ne forse anche fatto a meno. Ma, visto che sono stato chiamato, cerco di farlo nel migliore dei modi”.

Il peccato più grande, secondo lei, è ammettere che non esiste un Dio, padre e madre come diceva Giovanni Paolo II, che ama le sue creature, i suoi uomini?

“E' forse il negare la Verità, il negare non dico l'evidenza perché non abbiamo l'evidenza, ma, insomma, chiudere gli occhi di fronte alla Luce e non voler vedere”.

Simpatizza per qualche squadra di calcio? Oltre a Gesù, per chi tifa, monsignor Lino Pizzi, forse Juventus, da buon emiliano?

“No, le ho detto prima che non tengo per nessuna squadra, ma, questa forse è una mossa birichina per poter ridere degli altri quando si scaldano un po' troppo, si accalorano un po' per il tifo per questa o quest'altra squadra. In seminario, ma anche in famiglia mia eravamo quasi tutti juventini oppure qualcuno milanista. Vedevo quando a volte si accaloravano tra di loro a discutere di questa o di quell'altra partita tra gli amici. No, no, nell'ambito del tifo, sono stato un po' fuori dalla mischia”.

In lei ha vinto finora più il cuore o la ragione?

“Cerco di usarle tutte e due, visto che siamo dotati di queste due peculiarità. Poi, dopo c'è anche – come dice lei – la Fede evidentemente, o a volte precede la Fede, ma, poi, dopo si coniuga, per forza, con la ragione o con il cuore”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 9 luglio 2010






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