ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

10/8/10 - INCONTRI RAVVICINATI: GIUSEPPE GIULIETTI

SPRINTARE IN GIULIETTI

Nato a Roma il 19 ottobre 1953, Giuseppe Giulietti , dopo aver conseguito la laurea in Storia delle religioni, riesce ad entrare in Rai, vincendo il concorso per giornalisti indetto nel 1979. Partecipa come inviato anche a “La domenica sportiva”, si dedica subito alla carriera sindacale che lo porterà a fondare, assieme ad altri colleghi, il “Gruppo Fiesole” e diventando presto capo del sindacato dei giornalisti Rai, l'Usigrai.

Nel 1994 viene eletto parlamentare come indipendente dei Progressisti, successivamente aderisce al Pds e all'Italia dei Valori. E' tra i fondatori dell'associazione giornalistica Articolo 21, liberi di..., di cui è il massimo portavoce.
Lascia l'Idv per passare al gruppo parlamentare Misto: questo il 29 luglio 2009.

Attualmente, fa parte della Commissione Cultura della Camera, dopo essere stato, nelle passate legislature, membro della Commissione Cultura della Camera.

Beppe, hai mai giocato a calcio?
“Sì, ho giocato a calcio”.

E in che ruolo?
“Ero un pessimo terzinaccio: tentavo di fermare il centravanti, distraendolo”.

Qual era il tuo idolo da ragazzino?

“Ne avevo tanti. Ero ammirato da Giacomo Losi, un vecchissimo libero della Roma, calvo, tracagnotto, che ogni tanto si slanciava in improbabili avventure offensive. Un giocatore molto generoso: è questo che di lui soprattutto mi colpiva”.

Il giocatore che stimi più di tutti adesso è Totti?

“Mi piace Totti perché è un giocatore intelligente, uno che in campo riesce a inventarsi qualsiasi soluzione. Ma, non solo lui. Totti è uno di quelli che mi colpisce perché riesce sempre a inventare qualcosa ormai giocando con una gamba sola”.

Ricordi un bell'articolo, un bel pezzo sportivo?

“Mi ha sempre molto colpito Giorgio Lago, direttore a lungo de “Il Gazzettino”, perché ha sempre smentito tutti i luoghi comuni e le banalità sul giornalismo sportivo. Giorgio Lago aveva una capacità di raccontare con ironia e con divertimento quello che avveniva in campo e contemporaneamente di raccontarti anche quello che
avveniva attorno al campo. L'ho sempre trovato un vero gentiluomo della scrittura, un uomo colto, un uomo garbato, soprattutto ricco di ironia. Non ho mai trovato nei suoi pezzi nulla che potesse mai sconfinare nella volgarità o nell'incitamento all'odio o nell'incitamento alla volgarità. E, francamente, non mi sembra poco”.

Ti ricordi un articolo infelice sul calcio?

“In genere, io trovo infelici tutti quegli articoli, nei quali si cerca di creare un odio tra tifosi, un odio tra Paesi, un odio tra squadre, in cui si eccita il peggio che c'è nell'animo di ciascuno di noi. Quelli che pensano che la partita di calcio sia il sostitutivo di una guerra o di una guerriglia. Io provo orrore per tutto quello che eccita, incita all'odio, alla divisione e allo scontro. E, nel calcio ci sono parecchi esempi”.

Esiste un Beppe Giulietti cronista calcistico?

“Come no? Io, appena fui assunto alla Rai, sono stato messo al calcio minore e poi ho avuto la grande fortuna – assolutamente immeritata -, perché mi fu chiesto di seguire il Verona di Bagnoli, perché secondo me molti non credevano nel Verona di Bagnoli, una squadra che all'inizio venne presa sotto gamba, ed ebbi la fortuna di conoscere questa straordinaria città, questa straordinaria squadra e questo allenatore che forse è una delle persone che io ho apprezzato, stimato di più. Un uomo mite, Bagnoli, moderato, una persona seria, un vero faticatore del pallone, davvero uno lontanissimo dal divismo, lontanissimo dalle luci della ribalta”.

Ti ricordi una stecca, un “autogol” professionale?

“Ho fatto giocare per un'intera partita, durante una telecronaca regionale, nel Verona Marco Pacione, che non era mai entrato in campo perché stava in panchina, e ancora chiedo scusa ai tifosi del Verona e non solo”.

Che cos'è che ti riesce ancora a commuovere nella vita di tutti i giorni?

“Guarda, tante cose, ma, soprattutto, quelli che tengono la testa dritta di fronte ai prepotenti e ai superiori, e riescono sempre a manifestare umiltà ed attenzione nei confronti degli inferiori. Purtroppo, è una specie umana in via di estinzione. Normalmente, accade il contrario: si mostrano i muscoli agli inferiori e il deretano ai superiori”.

Quand'è che ultimamente hai pianto di dolore e invece quando di gioiosa commozione?

“Ma, sai il dolore è sempre legato alla perdita di una persona cara, il dolore è legato a tante cose. Il dolore più forte è stato per me legato alla perdita di mio padre, che è accaduto, tuttavia, più di due anni fa. Quelli sono i dolori più privati, i dolori più forti”.

Come si chiamava tuo papà?

“Mio papà faceva il pilota del porto: prima guidava le navi e poi faceva il pilota del porto. A Venezia”.

Quand'è che hai pianto di commozione?

“Io ho dei sentimenti molto interiori, che raramente si manifestano in modo eclatante. L'ultima volta che credo di aver provato una commozione molto forte è stato nel vedere una commozione pubblica - ma, insomma, i sentimenti coincidono -, nel vedere Mandela tornare allo stadio in Sud Africa. E' una cosa che mi ha molto colpito, vedere un signore che nella vita si è preoccupato di liberare non solo se stesso, ma di liberare milioni di persone. E, vederlo in quello stadio ormai a fatica tornare, e sentire come si è identificato con la liberazione di milioni e milioni di persone, ebbene, è stata un fatto che mi ha suscitato una forte e profonda commozione”.

Il più grande “gol” e l'”autogol” più clamoroso di Beppe Giulietti? Anche, se preferisci, da parlamentare.

“Il termine “autogol” lo trovo un po' improprio. La cosa che avverto come una ferita anche nella mia vita professionale e politica è la mancata risoluzione del “conflitto di interessi”. Credo che sia una responsabilità ovviamente non attribuibile soltanto a me. Ma, io ci ho provato, ma in ogni caso quello è stato un errore drammatico perché ha alterato l'ordinamento democratico in Italia. Io credo che sia un “autogol” non solo mio, ma che riguarda poi milioni di persone e le conseguenze che esso ha avuto. I “gol”, sai, io li lascio giudicare agli altri”.

Uno tuo scoop, un servizio azzeccato?

“Mah, non lo so: sono più portato a ricordare gli “autogol” che i “gol”. No, così, a brucia pelo non te lo saprei dire. Per mia natura, sugli “autogol” mi soffermo con molta attenzione. Sui “gol” faccio più fatica, perché ho sempre paura che chi si loda s'imbroda, come dicono nel Veneto. I “gol” li lascio giudicare agli altri”.

Cosa credi di aver preso dai veneti?

“Mah, guarda, una certa ironia, che purtroppo si sta perdendo anche nel Veneto. Ma, quell'espressione che a me piace molto “do schei de mona in tasca” (“due soldi di stupidità in tasca”). Un'espressione veneziana, ma, credo che si usi anche in altre zone del Veneto. Che non è un'espressione qualunquista, ma, un'espressione che indica di non prendersi mai troppo sul serio. E che significa: quando esci di casa, non fare lo sbruffone. Ricordati sempre che sei un “meso mona”, uno mezzo stupido. Non dire tante stupidaggini, pigliati con un po' di ironia. Però, devo dirti che quello dell'ironia, dell'autoironia è un tratto di stile che credo si stia perdendo in Italia e nel Veneto. Mi pare che oggi prevalga molto di più il superominismo, la sbruffoneria, il “fasso tuto mì” (“faccio tutto io”). Ma, il “fasso tuto mì” era uno slogan più lombardo che veneto. Infatti, è uno slogan che non mi è mai piaciuto: io non credo al lombardo-veneto. Il Veneto ha delle caratteristiche diverse”.

Tu, Beppe, credi in Dio?

“Uffh. Guarda, io credo che ci sia un primo motore che abbia avviato l'ordinamento; però, sono cose molto private, molto intime. Poi, in genere, il dio andrebbe declinato, ciascuno lo declina secondo la sua opinione. Io sono tra quelli che pensano che ci sia un'entità superiore che abbia dato, come dire, l'avvio alla vita come poi si è organizzata. Però, detto questo, non credo ai dogmi, non credo alle Chiese costituite, non credo a chi vuole imbrigliare dentro i dogmi la creazione, lo sviluppo. Mi sembra una cosa diversa. Credo in Dio, tento di credere, diciamo così. Tento di avvicinarmi con grande rispetto, tento di comprendere le ragioni della Fede, ma non sempre ci riesco. Sono costernato quando vedo persone che si riempiono la bocca di fede e oltraggiano i Dieci Comandamenti tutti i giorni. Questa è proprio la cosa peggiore che mi capita di vedere e mi capita di vederla spessa. Tanto per tradurtelo: quelli che prendono i voti, invocando la famiglia e ne hanno 14. Preferisco quelli che ne hanno 14 e non fanno i comizi”.

Tu non credi nei ministri della Fede...

“Credo che la storia ci abbia insegnato che ci sono ministri che non sono nella Chiesa cattolica: ci sono ministri tra i cattolici, tra gli ebrei, ciascuno usa nomi diversi. Tra i cattolici, tra gli ebrei, tra i valdesi, tra gli ortodossi, tra i mussulmani. Ci sono persone degnissime, e sono moltissime persone di Chiesa e di Fede e che sono persone degnissime e che contribuiscono a rendere migliore la vita dei loro vicini. Io non credo, invece – questo è il punto – quando la Chiesa diventa militante, non credo alla Chiesa militante, o alla Chiesa militare qualunque essa sia, ho paura degli integralismi e ho paura quando c'è qualcuno che vuole spiegare agli altri quello che debbono fare”.

In te ha vinto di più la ragione o il cuore?

“Non credo alle separazioni. Credo che bisogna usare tutte le facoltà che ci sono state date in tutti i momenti. Dopodiché credo che ci siano situazioni, nelle quali, sapendo lucidamente di difendere la causa sbagliata, la difendi lo stesso perché appunto ci sono gli elementi di cuore e di passione che ti dicono che si può stare anche dalla parte degli sconfitti. La ragione ti consiglierebbe di stare sempre dalla parte di chi vince e usando la ragione e il cuore probabilmente capisci che delle volte la ragione può consigliarti in una direzione, però, il cuore può portarti a stare con gli sconfitti. Che magari hanno, come dire, torto oggi e ragione domani”.

Di chi non dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

“Di quelli che ti sono stati vicino quando avevi le pezze al culo (io uso sempre quest'espressione). Non dimenticarti mai le persone, le donne, gli uomini che ti hanno dato l'amicizia, hanno parlato con te, hanno dialogato con te, ti hanno aiutato quando avevi le pezze al culo. Perché quelle sono le persone che hanno scelto di fare un pezzo di cammino con te, perché hanno valori, hanno passioni, perché hanno amicizie. Poi, invece, ci sono quelli che incontri e vedi, e ti salutano solo quando sali e mai quando scendi. Io sono per non dimenticarsi mai di quelli che ho conosciuto all'inizio del mio percorso. Possono anche non essere per forza gli ultimi, ma quelli che hanno scelto di camminare con te, a prescindere dagli interessi, perché condividono dei valori e delle passioni. Questi te li troverai nell'arco della vita: gli altri te li troverai solo quando salirai e poi non li troverai più”.

Il tuo motto, qual è?

“Mah, non è nessuno in particolare. Il mio motto è quello che ti ho detto prima: di ricordarsi cioè di non essere mai prepotente con gli ultimi e genuflesso con i primi”.
L'evangelico e latino “parcere subiectis et debellare superbos” (“abbi cura degli ultimi e combatti i prepotenti”)?
“Praticamente sì. Dalla stessa frase la trovi poi in altre religioni, in altre confessioni. Ci sono alcune frasi-chiave che le ritrovi nella tradizione ebraica, nella tradizione coranica, nella tradizione cristiana, nella tradizione buddista, nella tradizione induista. E la frase-chiave la trovi anche nella tradizione di chi non crede ed è quella che recita di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

E' vero che di amore si vive, senza amore si sopravvive? Amore inteso come passione religiosa, ma anche politica ed altro?

“Io credo che non si possa sopravvivere senza nutrire passioni, qualunque esse siano. Anche perché io diffido di quelli che ritengono che le passioni siano solo le proprie. Io penso che sia opportuno avere delle passioni: io ho un grandissimo rispetto per chi è distante da me anche politicamente, purché abbia delle passioni forti, e non solo degli interessi forti. Ho conosciuto delle straordinarie persone, lontanissime da me politicamente e culturalmente, con delle fortissime passioni. Con loro io riesco a dialogare e svolgere anche delle azioni comuni. Quelli con cui faccio fatica a dialogare sono quelli che non hanno mia forti passioni, ma solo forti interessi. Le passioni possono essere la passione calcistica, la passione politica, la passione di fare il volontariato, la passione per un Continente. Passione significa che tu pensi che ci siano questioni nella vita, per le quali vale la pena di spendersi anche senza avere un obbiettivo immediato, anche senza avere una redditività, anche senza metterti subito dei soldi in saccoccia. Passione significa che ritieni che quell'obbiettivo per te sia talmente importante che valga la pena di dedicarci un pezzo della tua vita, ed anche gratuitamente. Come, per altro, fanno milioni di ragazzi anche nel Veneto, che si dedicano al volontariato, in silenzio, senza esibizioni e senza chiacchiere. Che cosa non sopporto io? Guarda, te lo dico con un'immagine da vecchia parrocchia. Io non sopporto tutti quelli che fanno l'elemosina, facendosi inquadrare dalle telecamere, in modo che si sappia che fanno l'elemosina. Ho sempre detto diffidate da tutti quelli che fanno carità, solidarietà ed elemosina, facendosi inquadrare, facendolo sapere. L'antica virtù dice che questi gesti devi farli solo di nascosto, perché quando si cerca di esibire virtù , carità, sapienza, si cerca di rappresentare se stessi in un modo eccessivo, io diffido sempre. Amo più il minimalismo. Prima, infatti, ti avevo detto che amo descrivere gli “autogol” e che sono sempre più dubbioso sui “gol”, perché i “gol” deve giudicarli chi guarda”.
“Vuoi sapere uno dei “gol” cui sono più affezionato? Insieme a tante donne, a tanto uomini di Articolo 21 avere strappato dal silenzio il tena delle morti sul lavoro. Se dovessi scegliere il tema di un “gol”, sceglierei un gol collettivo, non individuale. Io non credo ai “gol” individuali: gli “autogol” a volte possono essere individuali, i “gol” sono sempre frutto di un'azione di squadra. Insieme a tantissime persone, giornalisti, scrittori ed autori, medici, siamo riusciti tutti assieme a strappare il tema delle morti sul lavoro dal silenzio nelle quali erano precipitate”.

Argomento amore: grandissimo l'amore tra te e la tua collega Lilli Gruber: vi sentite ancora oppure tutto è finito?

“E' stato tanti anni fa. Sì, certo, ci sentiamo, abbiamo un ottimo rapporto”.

Ti ha cambiato il rapporto con Lilli, giornalista e parlamentare europea?

“Tutti i rapporti cambiano, ci mancherebbe altro! Altrimenti non sarebbero rapporti. Un rapporto per essere tale deve essere un rapporto di scambio. Io sono grato a tutte le persone che mi hanno arricchito. Sicuramente, lei è stata una di quelle persone che mi ha arricchito, che mi ha fatto esplorare mondi che non conoscevo. Quindi, ho un ricordo assolutamente positivo”.

Dostojewski diceva che le felicità sono diverse: uguali invece sono i dolori tra persona e persona. Cosa dici in merito?

“Non so dirti se i dolori sono tutti uguali. Il dolore ti provoca senso del vuoto, mancanza. Temo anche i dolori...Capisco il senso della frase, la ricordo, so che è di Dostojewski, ma anche i dolori non sono tutti uguali perché i dolori possono essere dolori collettivi, dolori individuali, sono dolori sempre legati a una situazione, a un'amputazione, a una ferita. Anche i dolori sono diversi perché ricordano momenti diversi della tua vita”.

“Pene d'amore, pene d'inferno” nella Divina Commedia di Dante...Sei d'accordo?

“No, ci sono tante pene che sono maggiori a quelle che ti provoca un amore. Io sono per intendere l'amore in senso lato, inteso come amore per una persona, amore per un figlio, amore per una causa. In questo caso, ogniqualvolta vieni ferito in una grande passione, provi una pena infernale, non c'è dubbio. Ma, intesa in senso molto lato. Inteso come amore universale, come amore individuale, come amore per una causa o come amore per una persona, sì, certo”.

Ad un giovane che sta attraversando un momento di sofferenza psichica, di forte crisi, cosa raccomanderesti?

“Ah, guarda...E' molto difficile. Sai perché? Perché ogni giovane è diverso dal suo vicino. Quindi, per poter dare un consiglio, io credo che la prima cosa è quella di sapere che ogni giovane è diverso dal suo vicino, che non esistono le persone, i giovani genericamente. Ogni persona, ogni giovane ha una sua storia, una sua famiglia, un suo paese e una sua vicenda. E per dargli un consiglio bisogna in primo luogo incontrarlo, ascoltarlo, tentare di capire nel suo cuore, nel suo animo lui lui che cosa – forse, confusamente – ha già deciso. E, a quel punto, aiutarlo a percorrere la strada che lui ha deciso. Sai qual è il dramma dei consiglieri? I consiglieri vorrebbero sempre convincere il proprio interlocutore a prendere se stessi come modello e a seguirli. Invece, credo che la cosa più importante è tentare di capire dentro l'animo di un giovane qual è la sua strada. E, poi, tentare di convincere lui a seguire la sua strada. Se mio figlio parlasse, si esprimesse, agisse, e avesse le stesse bandiere mie, io non sarei felice: riterrei di aver fallito tutto perché sarebbe un idiota. Egli non può che avere un suo linguaggio, dei suoi sogni, delle sue passioni e delle sue cause”.

Non essere un maestro, ma un compagno di viaggio?

“Bisogna – faccio fatica anch'io a spiegarmi e a farlo – tentare di essere capaci di ascoltare per aiutare. Mentre in molti casi noi ci sovrapponiamo ad ascoltare il soggetto. In realtà, non lo consigliamo, ma gli proponiamo noi stessi come modello”.

Non avessi fatto il giornalista o il parlamentare, cosa ti sarebbe piaciuto fare da grande?

“Un sogno nel cassetto è il maestro di tennis. Sarei stato assolutamente una iattura. Ero molto attratto da alcuni miei amici che facevano i maestri di tennis. Ho provato anche a giocare a tennis, ma non credo che sarebbe stato un successo. Però, mi sarebbe piaciuto oggi partecipare ai tornei veterani. Uno dei sogni che coltivo ogni tanto è quello di partecipare ai tornei Veterani, sperando che, essendo passati 30 anni, quelli che non battevo allora posso batterli oggi. E il risultato sarebbe lo stesso”.

Garrincha, Meroni, Maradona e Totti: di chi di questi quattro assi del calcio mondiale ti piacerebbe scrivere la biografia?

“Immagino che ti aspetti Totti”.
No, Garrincha.

“No, Meroni, Meroni, perché sono stato conquistato alla sua causa da quello straordinario scrittore che è Nando Dalla Chiesa. Che è stato un parlamentare ed è un grandissimo scrittore, giornalista, che ha dedicato dei libri bellissimi alla storia di Gigi Meroni (“La farfalla granata”). Eppoi, perché ho sempre avuto un'attrazione particolare per due nomi che hanno giocato nel Veneto: uno si chiama Ezio Vendrame, l'altro si chiamava Cerilli, che giocava nel L.R. Vicenza. Vendrame e Cerilli, come in parte Meroni – Meroni, purtroppo, per situazioni anche tragiche – erano tre “poeti del pallone”, tre “geni del pallone”, tre persone che in un quarto d'ora potevano ribaltare una partita. Avevano anche altri interessi, altre passioni nella vita, si sono divisi tra diverse passioni. Però, quando giocavano in quel quarto d'ora accendevano in campo quella scintilla . Io oscillo, come in tutto, tra due estremi. Così come sono attratto da Losi, stoico combattente, ero attratto contestualmente anche dai Vendrame e dai Cerilli, che non erano storici combattenti, ma erano devo dire “poesia allo stato puro”, come avrebbe detto Brera”.

Parlando del calcio veneto, ti sei dimenticato di un altro grande personaggio, di cui la Verona sportiva e la Roma ne rivivono ancora le gesta.
“Chi è?”

E' Gianfranco Zigoni!

“Eh, no, non me lo sono dimenticato. Lui è un caso diverso da loro, perché loro erano giocatori che dominavano la scena quindici minuti, mentre Zigoni era un caso, come sai, diverso: era proprio un estroso, matto, uno che poteva giocare anche 90 minuti, anche. Dipendeva da come prendeva la giornata. Zigoni è un altro genio. Girava con la scimmietta, se non ricordo bene, venne anche a Roma a giocare. Zigoni, come caso di talento puro, non aveva uguali. Probabilmente, è stato anche uno dei primi che ha contestato duramente un certo modo di essere del circo del calcio. Maccome, no. Zigoni, sicuramente! Eppoi, Zigoni mi è simpatico perché uno che è arrivato a una certa età, se non ricordo male, se ne è andato a giocare anche ad Oderzo”.

Sì, ha chiuso la carriera nell'Opitergina, la squadra del paese dove vive.

“Ma, pensa te, io ho sempre il gusto del paradosso! Un Zigoni cui sono più legato è quello dell'Oderzo, perché, siccome io andavo a studiarmi sulla “Gazzetta dello Sport” la rubrica “Polveri di stelle” e Zigoni era uno dei grandi che era terminato in serie D”.

All'Opitergina.

“Bravissimo! E trovare un giocatore che è stato alle soglie del calcio internazionale e che si diverte ancora a giocare con i dilettanti, bé, insomma, vuol dire che ha un grande bagaglio umano”.

Grazie, Beppe.

“Grazie a te di tutto. Sei stato gentilissimo!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 agosto 2010









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