ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

14/8/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MAURIZIO BERETTA

TANTO DI...BERETTA!

Nato a Milano il 6 giugno 1955, Maurizio Beretta diventa giornalista professionista nel 1980.
Lo assume la Rai, all'interno della quale copre quasi tutti i più importanti ruoli, fino a diventare vice-direttore del Tg1.
Direttore delle Relazioni Istituzionali della Rai, riceve la nomina di Direttore della Divisione Uno.

Nel 2001 entra nella Fiat, in qualità di direttore delle relazioni esterne e comunicazione. Nel 2003 è anche direttore delle relazioni esterne istituzionali ed internazionali dell'importante gruppo torinese.
Dal 7 luglio 2004 al 30 gennaio 2009 è nominato Direttore Generale di Confindustria.

Il 30 aprile 2009 viene nominato dai presidenti di club di serie A e di serie B italiani Presidente della Lega Calcio. Succede al Commissario Straordinario Giancarlo Abete – presidente della Federcalcio -, il quale aveva guidato la Lega dopo la presidenza di Antonio Matarrese.

Presidente, ha mai giocato a calcio da ragazzino?

“Sì, come tutti, da ragazzino, nell'oratorio e poi a scuola”.

In che ruolo?

“Mah, in un ruolo che era a metà tra l'ala destra e la mezzala destra, a seconda delle esigenze del momento”.

Aveva un idolo allora? Siamo intorno alla metà, alla fine degli anni 60: da buon milanese, forse, le piaceva emulare Sandro Mazzola, oppure Gianni Rivera?

“In quegli ani c'erano tutti i grandi giocatori. Certamente, l'eroe più blasonato in assoluto era Gigi Riva”.

Qual è stato il “gol” più bello che finora ha siglato dal punto di vista professionale?

“E' difficile: questo è meglio lasciarlo giudicare agli altri. E' bene riconoscere gli errori e lasciare che, se ci sono dei risultati buoni, li valutino gli altri”.

Lei è stato al Tg1 un busto molto apprezzato: riusciamo a ricordare un servizio che le ha dato una particolare soddisfazione?

“E' difficile trovare un elemento particolare. Io fui uno di quei giovanissimi ragazzi inviati a fare, nel giugno 1981, la telecronaca per quel dramma di Vermicino. Restammo lì un giorno e mezzo con la speranza di veder salvare il piccolo Alfredino Rampi, caduto in quel maledetto pozzo vicino a Roma: purtroppo, non si riuscì e ci fu una grande mobilitazione corale nel tentativo di fare qualche cosa veramente di positivo. Purtroppo, non si riuscì perché la situazione era troppo pregiudicata”.

E un “autogol”, nel senso di rimpianto, un flop, un servizio televisivo riuscitole male?

“Non solo sarà capitato di sicuro, ma non ho dei ricordi nitidi. Io penso sempre che chiunque lavori, anche con grande impegno, è esposto al rischio di sbagliare, e di errori se ne fanno. Importante è che nel bilancio finale di un periodo, di un'attività, se ne facciano 8 giuste e 2 sbagliate”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cosa invece riesce ancora a commuoverla oggi?

“Io penso che dal punto di vista generale che dobbiamo recuperare un grande spirito collettivo, un forte senso di missione di carattere generale. Credo che questo sia un Paese, una realtà, dove ci siano tante grandi individualità e bisogna riuscire a far sì che si fondano in un disegno, in un obbiettivo collettivo. Penso che questo sa un problema caratteriale che noi abbiamo nel corso dei secoli e non a caso questo è stato un Paese che è diventato Nazione più tardi degli altri. C'è un forte individualismo caratteriale. Però, questa è una straordinaria leva, uno straordinario punto di forza, perché è la capacità di reagire, è la capacità di trovare soluzioni, è la capacità di progettare il proprio futuro, e questo credo che sia la cosa più importante che noi abbiamo. Dobbiamo forse fare uno sforzo maggiore per metterla a fattor comune”.

E, cosa, invece, presidente, la riesce ancora a sciogliere?

“Sono del parere che noi dobbiamo guardare sempre con grande attenzione e con maggiore disponibilità complessiva alla persona umana. Credo che questo sia nella cultura del Paese. Dobbiamo essere più rigidi nel sanzionare comportamenti che sono contro la persona ed essere più complessivamente attenti a difenderne e a valutarne tutte le potenzialità positive. Insomma, io credo che questo vale un po' per tutti e in tutti i campi abbiamo bisogno di distinguere di più i comportamenti giusti e i comportamenti sbagliati, ed essere nello stesso tempo più rigorosi e più solidali”.

Il dolore altrui, cos'è che le trasmette di più?

“A me trasmette, come è evidente, preoccupazione e rispetto. Credo che purtroppo in isola diversa, in ambiti diversi, i bambini, gli adulti, gli anziani, in dimensioni diverse sono costretti nella loro vita a fare l'esperienza del dolore e credo che il vederlo, il dolore, negli altri deve da un lato portarci a un senso più forte di solidarietà, di condivisione, dall'altra deve suonarci un campanello d'allarme. E' un'esperienza che in un modo o in un altro, in una fase o in un'altra, saremo chiamati, o siamo stati chiamati a sperimentare. D'altra parte, con declinazioni diverse, con esperienze diverse credo che sia una realtà, un mistero cui sia difficile sfuggire”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di dolore e invece quando di commozione?

“In questo mi sento più vicino ad una sensibilità delle culture giapponese, delle culture orientali. Io penso che debba spesso prevalere una forte riservatezza rispetto alle esperienze personale. Io, personalmente, non mi sento di citare episodi, ma, ripeto, credo faccia parte del bagaglio di umanità il fatto di avere momenti di tristezza e momenti di gioia. Personalmente, preferisco continuare a parlare in termini generali ed evitare episodi”.

Non le è mai capitato di rivivere un dolore antico? La sua infanzia, presidente, come è stata?

“No, no, io devo dire, ringraziando la Provvidenza, i miei genitori, che la mia è stata un'infanzia serena, molto normale, ecco, se posso usare questo termine”.

Lei crede in Dio?
“Sì”.

Chi vorrebbe vedere tra cent'anni nell'Aldilà?

“Mah, io penso che le regole dell'Aldilà... Non fa parte del mio esercizio pensare cosa ci sia nell'Aldilà un indomani. Credo che ci sia un qualche cosa di trascendente che proprio per questo sarà diverso dalle categorie umane, da come sperimentiamo le cose. Io penso che fare delle proiezioni su mondi in realtà che saranno inevitabilmente, così drasticamente diversi sia un esercizio che personalmente non faccio e non so se francamente valga la pena di fare. Credo, immagino che ci possa essere un mondo di grande positività, di serenità, con una declinazione che probabilmente è molto diversa da quella che noi possiamo immaginare”.

C'è qualcuno che lei vorrebbe riabbracciare?

“Ho molti affetti, ho molti ricordi positivi. Forse, e stiamo sempre ragionando nel campo delle probabilità e del dubbio, ci sarà un forte dato di ricomposizione. Penso che questa sia l'intuizione più vicina. Quello che abbiamo letto, a cominciare dalle Scritture, ci spiegano che è molto difficile immaginare con le categorie umane, terrene, quello che può essere il trascendente. Credo che anche per questo sia un esercizio di umiltà quello di aspettare serenamente quello che ci sarà, quello che avverrà, perché, ripeto, penso che le categorie saranno estremamente diverse rispetto a quelle con cui siamo immaginati a confrontarci”.

Torniamo all'immanente, presidente: lei nutre una fede per l'Inter, il Milan o per la Roma, visto che ha vissuto tanti anni nella Capitale come giornalista Rai?

“Non no ho mai avuto una predilezione particolare per questa o quella squadra di calcio. Penso che questo sia un mondo dove è importante il prodotto finale che si dà, quindi, un grande campionato, trasmettere emozioni, suscitare passioni, però, evidentemente, c'è bisogno di sana competizione, c'è bisogno di sana rivalità e c'è bisogno di una pluralità di soggetti. Abbiamo anche bisogno di guardare al calcio anche da questo punto di vista”.

Si sbilanci, presidente: il suo cuore batte più per l'Inter o per il Milan?

“Ripeto, non è un dato di comodo, ma, francamente, se la vogliamo mettere così, vale per una bella competizione che si decide all'ultimo minuto, per un qualcosa che trasmetta molta passione, molto fair play, e che dia quella giusta quantità di adrenalina, di cui tutti noi abbiamo bisogno”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Guardi, io le dico la verità: sono convinto che raramente il cuore e la ragione sono in contraddizione, perché alla fine noi abbiamo del raziocinio che si accompagna evidentemente ai sentimenti. Credo che questa sia, se posso definirla così, un'impostazione letteraria, romantica della contrapposizione tra il cuore e la ragione, ma, onestamente, non credo che nella realtà questa contrapposizione sia reale e comunque sia così pronunciata come in realtà, ripeto, nella tradizione romantica si è tramandato, si è fatto credere”.

Lei è stato dirigente della Fiat: si ricorda un aneddoto dell'”Avvocato” Gianni Agnelli?

“Aneddoti sull'”Avvocato” ne abbiamo letti, visti, conosciuti tantissimi. Io penso questo: che l'”Avvocato” aveva una straordinaria capacità di trasmettere dei valori positivi. Aveva una grandissima curiosità, nel senso positivo. Amava tenersi aggiornato, amava capire il nuovo, interpretarlo”.

Si ricorda un consiglio che le ha impartito l'”Avvocato”?

“Io credo che ci sono tante cose che ho in anni di lavoro apprezzato: uno straordinario senso del dovere e una, come posso dire, un'indicazione forte che più volte diede ai dirigenti dell'azienda in fasi diverse, che io trovo assolutamente fondamentale. Ed è di guardare con grande attenzione al valore dell'autonomia, della possibilità, capacità di decidere autonomamente. Autonomia che passa per la possibilità data dai risultati di essere, come dire, indipendente ed autonomi, perché questo è garantito, assicurato dai risultati che si portano. Io credo che questa sia una grande verità che vale per le persone, che vale per le aziende, vale per qualunque realtà. Dobbiamo impegnarci molto per avere dei risultati positivi, perché la forza di questi risultati consente questo grandissimo valore dell'autonomia, dell'indipendenza, della possibilità di progettare il proprio futuro”.

Il sogno dei sogni di Maurizio Beretta come presidente della Lega di A e di B?

“Ma, guardi, il sogno è quello di poter contribuire alla possibilità che il grande calcio italiano sia messo nelle condizioni di poter progettare il proprio futuro, sapendo che ha potenzialità straordinarie. Già oggi è un settore che produce ricchezza in maniera importante. Può fare ancora di più, e può essere in una fase in cui cresce il postindustriale, cresce il sistema diciamo terziario, e può essere una risorsa di grandissima importanza per chi lavora in questo settore, ma anche, più in generale, per il Paese. Oggi il calcio italiano è un prodotto di eccellenza: penso al valore del campionato, penso al valore della “Tim Cup”, penso al valore delle nostre squadre nelle varie competizioni europee. E' un grande patrimonio ed è un modello di eccellenza a livello mondiale che si sta consolidando anche all'estero. Noi stiamo vendendo i diritti anche nei Paesi esteri, e si vede una forte capacità di attrarre interesse, tifosi anche in Paesi diversi dal nostro. Io penso che, se ho un sogno, ebbene, è quello di consolidare e di aiutare a far leggere, a far percepire il calcio italiano come questa straordinaria realtà e che può essere al servizio del Paese”.

Grazie e buon lavoro, presidente.
“Grazie a lei”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 agosto 2010

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