ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

30/8/10 - INCONTRI RAVVICINATI: GIORGIO NOCINI

QUELLA VOLTA A LOCARA, “GAMBE DI SEDANO” NON SEGNO'


Colpa, forse, di quei bigoli alla siciliana, piccanti come l'aria respirata ieri sera al “San Giovanni Bosco” di San Giovanni Ilarione - in occasione del "Memorila" dedicato a mio fratello - e trangugiati, meglio, divorati, al bar “Dalla Bice”.

O merito di mio fratello, il “Giorgione Chinaglia dei poveri”, che una volta vidi, con la maglia granata, caricarsi sulle spalle quel difensore delle Confezioni Duemila di Povegliano (Prima categoria), alla “busa” sanzenate, ed esplodere un sinistro aria-terra-aria-terra, che polverizzò la rete dell'esterrefatto dirimpettaio poveglianese.

E, tutti a cercare la palla, chiedersi dove era finita. Gli ombrelli scagliati al cielo in segno di tripudio, il mio e quello di mio babbo Sinibaldo, ma, l'interrogativo ancora aleggiava in quel piovoso meriggio di autunno. La palla – si scoprì poco dopo – come uno skater navigato dei Navigli di Milano – aveva percorso tutta la curva dei bastioni, retrostanti la porta, per impegnare un ragazzino a raccattarla, lassù, in cima, alla collina.

Ne è passato di tempo, da allora; di acqua sotto i ponti, da quel pomeriggio del 1983!
Giorgione, ieri sera, grazie anche al grande cuore virtussino – che l'ha allevato – ha fatto ancora gol, immortalandolo in un torneo onorato non da ballerine o sciacquette, ma, da veri leoni in campo (gli sfidanti). Statuario, alto 188 cm, sinistro al fulmicotone, capelli rasati come una palla di biliardo, un look assolutamente controcorrente a quell'epoca, in cui si agitavano i baiosi (frequentatori la “Baia Imperiale” di Gabicce Mare; che raggiungevano con la Citroen Charleston 2 cavalli - i più ricchi con lo Squalo; e con la zazzera bella folta), e gli echi dei “figli dei fiori” non si erano ancora spenti.
Generoso, il Giorgione virtussino, come quella volta che non volle spingere in fondo al sacco la palla inzaccherata, prendendosi teneramente in braccio il portierino, e deponendogli poi altruisticamente la biglia tra le sue tremanti mani di debuttante.

Generosa, questa Virtus, che non si è mai dimenticata della sua estrosa, meglio, introversa, ala sinistra, che si fasciava il polso a mò di “Puliciclone” (Paolino Pulici, bomber del Torino dell'ultimo scudetto granata, 1975-76). Le partite disputate in casa nei corridoi e sui tappeti, appena portati dal Marocco da mamma e babbo, le finestre delle porte mandate in frantumi per colpa del “Garrone” dei Nocini, il Giorgione, e colpevole, parafulmine sempre di turno, quello Stanlio e brocco e smilzo (o Biafra) di suo fratellino, Andrea.

Testa rasata, ma, non apposta per schiacciare meglio in rete i palloni: al massimo, per spizzarli verso i compagni di squadra della classe 1960, Allievi "A" della Virtus Borgo Venezia vice-campioni provinciali sotto la guida de “Il Cile”, al secolo Roberto Bonente. Passaggi e palle indirizzate a beneficio dei compagni “Ange” (Angelo Chesini), “Mazzolino” (Stefano Mazzola) e al "Pasqua", Andrea Pasquali.

Lui, Giorgio, seppur alto come un obelisco, di testa non era portato; ma, guai a lasciare strada e varco a quel sinistro impossibile, esplosivo, tonante come un fulmine. Che stupì perfino gli osservatori della Spal.
In casa Nocini, insomma, con il fratello maggiore Pierfrancesco amante dei centauri più sfreccianti e delle belle pupe, il vero calciatore era lui, solo lui.

Una volta, al mitico “Luigi Piccoli”, sulle Torricelle, mi capitò di firmare una doppietta (ma come ho fatto?); lui andò contemporaneamente in bianco, e, mamma mia, quante botte presi da lui quella sera! Gli avevo tolto i riflettori di famiglia...
No, non ero bravo come lui: il fisico era cadente come un salice, la scoliosi e i piedi piatti compensavano una risicata idoneità agonistica. Del fiato, nemmeno parlarne, il cuore era tachicardico e tutt'altro a tavoletta; a differenza di mio fratello più piccolo, Filippo, classe 1965, e Berretti del Verona per i buoni interfici negoziati più avanti dal fratello "Stanlio".

Giorgione, il nuotatore, il modello del liceo artistico “Il Nani”, vicino alla stazione ferroviara, e, solo Dio sa quanto lui godeva sotto i baffi quando doveva posare sul piedistallo; e quanto io invece mi immalinconivo nel vedere lui l'arcangelo folgorante e bello, ed io il Leopardi di turno.

Giorgione che si iscrive a Isef, e cos'altro poteva frequentare quel corpo quasi perfetto?, il fratellino che continua a fare il corrispondente per "L'Arena" di un quartiere-laboratorio, grande e grosso come un elefante: quartiere popoloso, operaio dalla punta delle scarpe fino ai capelli, che riempiva le grandi fabbriche del “Tiberghien” e della “Mondadori” anche al dì di festa.

Ma, quella volta, a Locara, trasferta nel retro del furgoncino mezzo scassato di proprietà del signor Adriano Tagliapietra, pizzicagnolo del quartiere Venezia di professione, padre di Claudio, il nostro portierone a quattro ante, nonché - il Tagliapietra sr - cronometrista federale automobilistico provetto (avete capito perché arrivammo, quella volta, a Locara puntuali?)

Ebbene, il pomeriggio, signori miei, è uno dei più tragici e uggiosi che l'inverno ti possa offrire: di quelli, per capirci, alla Fantozzi.
La pioggia continua a sferzare la macchina e a impantanarla tutta, a tal punto che non vedi neanche le automibili che seguono dal vetro del lunotto posteriore.
Partire da borgo Venezia ed arrivare a Locara – frazione sperduta e minuscola di San Bonifacio – è come pretendere di scalare l'Everest in scarpe da tennis. Ma, gli Allievi “B” della Virtus Borgo Venezia, quella volta, raggiunsero la destinazione in perfetto orario.

Oggi, forse, gioco un quarto d'ora nella ripresa. Così almeno ho a lungo sperato, quella volta, quel sabato pomeriggio tra me e me.
In quel loculo di macchina, da deportati ad Auswitz (ma, era già un onore starci dentro tutti e 4), io, Orazio “Ciacio” Barana, Gigi Fresco, Stefano Bombieri e l'armadio del portiere Claudio Tagliapietra. Che ho scoperto oggi sciolto autoferrotranviere.

Già, pigiati, come si dice, come acciughe, come sardine, come filetti di tonno.

Gigi Fresco indossa il 2 (il mio unico numero preferito, agognato: l'unica breccia attraverso la quale avrei potuto giocare almeno uno scampolo nella ripresa).
Mister Lele (Raffaele) Fiocco – che amava schernirni battezzandomi “gambe di sedano”, per la magrezza delle caviglie (sono da modelle, da veri gentleman! – mi consolava mia madre! Grazie tante, mami..., sì, ma col calcio non centrano proprio un'acca...) -, ebbene, mister Fiocco, ferroviere, mi affida il 14: già, il numero del mio grande idolo Joahn Cruyff (mi consolai così quella volta!).

Claudio Tagliapietra indossa, come sempre, il numero uno, “Ciacio” Barana, pure lui inamovibile, gioca centravanti. "El Ciacio" è dotato di un gran fiato e spinto da una gran voglia di cacciarla dentro. Stefano Bombieri fa lo stantuffo sulla sinistra e quasi ci lascia il solco.
La Virtus sta vincendo ampiamente, 0-3, 0-4, 0-5: i miei occhi, al termine del primo tempo e di una partita già dall'esito scontato, deciso, sono puntati come mitra o come languidi, implorevoli sguardi alla coker, verso il mister, un marcantonio, "El Fioco", che per scuoterlo e fisicamente e dai suoi dogmi calcistici non bastava neanche il più feroce degli tzunami.

Alè, 0 a 7, ma, mi raggela il sangue il fatto che segna anche Gigi Fresco – il giocatore che non poteva più a quel punto essere sostituito con il sottoscritto, in quanto si era guadagnato fino in fondo la maglia di titolare! -.
L'arbitro, bagnato come un pulcino, sputa il triplice fischio finale in quel cilindretto di alluminio.

Giuro di non ricordare più niente: lo chiamano choc calcistico, trauma pedatorio, da lettino da psicanalista.
Non ricordo più nemmeno il viaggio di ritorno su quella sferragliante littorina del “Taglia”: tutti felici come Pasqua gli occupanti quella scoppiettante caffettiera a quattro ruote – serenamente rassegnati pure anche i ridicolizzati sconfitti biancazzurri del Locara, mannaggia! -; ed io più nero del nero, più imbufalito di un toro, colpito a morte nell'arena da 7 frecce 7.

Non ricordo, giuro, più niente: faticavo un mondo a sorridere – già malinconico per natura -, i canti di gioia, i continui hurrà dei virtussini vincitori mi davano un fastidio della madosca: mi parevano continue fitte, aghi conficcati nel cuore.
Già, oggi titolerei quella trasferta mia fantozziana con “Locara, amara!”, altro che “Ciclone virtussino, "Settebello" virtussino!”

E' andata così, quel tragico pomeriggio di pieno inverno. Pazienza. Avessi disputato un “consolatorio”, "raccomandatissimo" quarto d'oro da figlio di presidente qual ero (meglio non esserlo mai stato: mi sarei creato meno illusioni!), sono sicuro che non l'avrei mai ricordata quella partita; anzi, quella non-partita.

“Pene di calcio, pene d'inferno”, le avrebbe poetate il grande Dante Alighieri; altroché "pene d'amore, pene d'inferno!".
Chissà, forse, aveva ragione il "Garrone di casa Nocini", il “Giorgione dei poveri”: il calcio non è per tutti, tanto meno per sghimbescie ballerine, con in più le “gambe da sedano”.

Adesso che un terribile auto-gol ha falciato in piena area di rigore - la gioventù - mio fratellone, adesso che l'incipiente mezzo secolo mi sta soccorrendo con la sua impagabile saggezza, devo dire – non più a malincuore, non più melanconicamente – che non ero certo un asso, non un'autentica schiappa, ma uno zelante scartino.

E che mi sono rimaste, all'interno di un corpo arrotondato dal peso e dall'età – di buone e di autentiche – quelle “gambe di sedano”.
Avevi ragione, mister Fiocco, il “Bolscioi” stava da un'altra parte, era tutta un'altra cosa: come gli struggenti ricordi che si annidano per sempre nel cuore e nei struggenti ricordi, che ti fanno solo fiorire le farfalle nello stomaco.

Mi sono chiesto, per anni e anni, dove sei finito, dove sei volato, dove giochi ora, caro, ma mai vecchio (perché la morte precoce ti ha almeno risparmiato le molestie e le insidie della vecchiaia) “Giorgione Chinaglia dei poveri”.
Mancinone dai tiri tutt'altro che maldestri, tutt'altro che luciferini ed umilianti il prossimo.

Ah, sì, adesso che ricordo bene, mi ha detto una notte in sogno un angioletto caduto dal cielo: “Non piangere, “Gambe di sedano”, tuo fratellone è stato convocato per sempre nella “Nazionale Celeste”".

"Mancava un mancino, alto e muscoloso, buono in campo e generoso fuori dai terreni di gioco che laggiù prima o poi si seccano. E, da guardare, quel "Giggirriva" senza più agitare l'ombrello nell'aria, senza più preoccuparsi dove finì quella volta nella “busa” di San Zeno quel pallone inzaccherato, pesante come questo magone che ti sta, immagino, caro Andrea, opprimendo. Quel pallone di cuoio inzaccherato è stato inghiottito dalle bianche nuvole".

Ed ancora: "I cieli, lassù, caro "Stanlio borgo-veneziano", caro "Gambe di sedano", sono sempre azzurri, mai una volta imbronciati. E' una crociera che hanno fatto in molti, e che in molti dovranno solcare; prima o poi. Indistintamente”.

Tuo fratello Andrea (Nocini)












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