ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

7/9/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. FRANCESCO GIOVANNI BRUGNARO

MONSIGNOR BRUGNARO, CUORE “VECCHIO PADOVA”

La sede arcivescovile di Camerino-San Severino Marche conta circa 60.000 abitanti e comprende un territorio di 34 Comuni delle Marche sparsi tra le province di Ancona e quella di Macerata. Raccoglie 93 parrocchie.

Di fronte alla basilica-cattedrale della Serenissima Annunziata troneggia la statua in bronzo di Emilio Bonaventura Altieri, eletto a 80 anni papa Clemente X, e che “regnò” dal 1670 al 1676.

Francesco Giovanni Brugnaro è nato a San Donà di Piave il 16 marzo 1943, frequenta il seminario salesiano e viene ordinato presbitero il 18 dicembre 1982. Il 3 settembre 2007 è eletto alla sede arcivescovile di Camerino-San Severino Marche.

Monsignor Brugnaro, ha mai giocato a calcio?

“Sì, da ragazzo fino, penso, alla maturità classica, con i compagni di Liceo “Tito Livio” di Padova. Qualche volta si giocava a calcio”.

E che in ruolo giocava?

“Centravanti, dipende. Insomma, non avevo un ruolo fisso”.

Aveva simpatia per qualche calciatore famoso di allora?

“Non sono mai stato veramente un appassionato ferventissimo del calcio. Tifavo un po' per il Padova, quando i bianco-scudati godevano un momento un po' più glorioso (1956-1958) e quando eravamo ragazzi”.

Era il Padova cosiddetto dei “manzi”, per la grande struttura fisica dei vari Pin, Blason, Scagnellato, che, sotto la guida di “paron” Rocco, conquistò il punto più alto della sua parabola calcistica (3° posto a 42 punti, dietro alla Juventus e alla Fiorentina, stagione 1957-58)...

“Sì, sì, era proprio quel Padova lì”.

Che cosa le trasmette il dolore altrui?

“Il dolore spinge sempre a chinarsi sulla persona che ha difficoltà e condividere la sua sofferenza per alleviarlo e, soprattutto, a spingerci a fare in modo che i dolori che possiamo evitare vengano evitati e a condividere sempre in maniera più profonda ed autentica quelli che vengono inevitabilmente dovuti alla fragilità dell'uomo”.

Di che cosa noi dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

“Dell'amore di Dio”.

In lei ha vinto di più il cuore o la ragione?

“I salesiani mi hanno sempre educato a tenere insieme i due aspetti: illuminare il cuore con delle ragioni importanti e dare alla ragione delle motivazioni cordiali ed affettuose, che spesso sono in grado di portare l'intelligenza ancora più profondamente”.

L'Aldilà: come se l'immagina, come se l'aspetta?

“Io da bambino fantasticavo, poi, io ho cessato di fantasticare. Io penso che l'Aldilà sia un'esperienza di profonda, misteriosa comunione con Dio e con quelle persone che il Signore concede e che possiamo vivere nella beatitudine”.

E' vero che chi è nel dolore è più solo di chi invece sorride, è un vincente nella vita?

“Mah, certamente la sofferenza produce solitudini, ma io credo che ci siano oggigiorno delle solitudini dovute alla nostra cultura, che ha spesso un travisamento dei rapporti umani peggiori, ci siano delle solitudini di chi apparentemente sembra vivere in comunione e in simpatia con gli altri, ma, in realtà, la loro coscienza è profondamente sola”.

Che cos'è che la riesce a commuoveree di più?

“Mi commuove la generosità, soprattutto, quando viene dalle persone o dagli ambienti dove è inaspettata, e poi che il Signore continua, nonostante a volte le ottusità e le pesantezze maligne della cultura umana, continua a suscitare tanta gente generosa e continua a donare abbondantemente il dono della vita".

E' vero che il dolore, per chi ha Fede, va accettato di più, va maggiormente, ricorrendo a un termine medico, metabolizzato?

“Non credo che sia una metabolizzazione. Penso che il cristiano viva nella dimensione delle beatitudini e sa che, nonostante si trovi nella situazione della prova, il senso delle beatitudini è che se nella prova non ti senti lontano da Dio, meglio, Dio non è lontano da te, ma vive con te la prova, ecco che anche l'esperienza del dolore rientra in un disegno di misericordia dove ciascuno, anche il sofferente, è dentro con una capacità di essere libero, cioè libero di dire posso contribuire a dare senso al mondo, nonostante la mia sofferenza”.

Se nella vita non avesse fatto il sacerdote, cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Ho fatto per 38 anni il professore di Università, quindi, non vedo perché non potrei continuare a farlo. Comunque, io sono contentissimo, non ho mai avuto pentimenti da quando sono diventato sacerdote di essere sacerdote”.

Conserva un dolore giovanile?

“Un dolore giovanile? Sì, la prima mia esperienza di morte, o varie esperienze di morte che da ragazzo, da adolescente, soprattutto, da giovane liceale ho potuto sperimentare via via che crescevo”.

Ha perso presto il padre o la madre?

“Sì, io sì in seconda Liceo ho perso il papà”.

La sua famiglia, le sue origini?

“Viveva delle cose di casa, del commercio e di tante altre attività”.

Il suo motto episcopale, monsignor Brugnaro?

“Il mio motto è “Omnia possibilia credenti”, ed è un'espressione che viene dalla bocca di Gesù, dove il Signore, dopo che ha guarito il figlio dell'indemoniato, il figlio di un papà che era disperato, Gesù gli dice “Va, torna a casa tua!” e questo ragazzao viene guarito. E, Gesù evidentemente dice “Tutto è possibile a colui chi crede”. Quindi, la Fede è una dinamica che mette il credente nella condizione di superare, non per motivi psicologici o moralistici, ma per il dono stesso della forza che viene dal Risorto, di superare ogni condizionamento. Quindi, l'impossibilità mette in gioco la potenza di Dio. La Fede è proprio, come dire, questa chiamata a corresponsabilità da parte di Dio, perché Dio si metta a giocare con noi e noi giochiamo con Dio, rispettando la libertà degli uomini, ma, anche contemporaneamente la fragilità al servizio dell'onnipotenza”.

Lei è un salesiano: una sua riflessione sulla rivalorizzazione degli oratori, grande intuizione di San Giovanni Bosco.

“Sì, bisogna ricordare che è San Filippo Neri quello che inventa bene queste cose. Don Bosco ha capito che far coltivare i ragazzi attraverso la mediazione della vita oratoriana è condividere con loro quel piano educativo che vede l'educatore non all'esterno ma dentro la dinamica dell'educazione. Non a caso, il sistema di don Bosco – don Bosco l'ha chiamato sistema preventivo perché si tratta di prevenire il giovane e non invece di punirlo dopo che ha conosciuto la legge a cui deve assolutamente sottomettersi – è stato oggi ripreso. Quindi, chi ama, come dice il Vangelo, Gesù dice per primo “Vi ho amati”, educatore che ama precede il giovane e, quindi, è capace di assumersi con lui la fatica e la gioia di farlo diventare uomo adulto. Come diceva don Bosco: “fare in modo che siano dei buoni cristiani e degli onesti cittadini””.

Grazie, Eccellenza.

“Grazie a lei”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 settembre 2010

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