ULTIMA - 25/5/19 - IL BASSANO 1903 BATTE IL MONTORIO ED E' CAMPIONE REGIONALE

E' stata una bella partita, quella giocata ieri sera a Montecchio Maggiore, fra il Bassano e il Montorio, calcio valida per il titolo Regionale di Prima categoria. I giallorossi di mister Francesco Maino partono subito forte e passano in vantaggio dopo soli 5 minuti con Cosma, che, su invito di Garbuio, mette in rete con un tiro da sotto
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INCONTRI VIP'S

18/9/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. PIERO COCCIA

QUANDO LA PALLA IN...COCCIA CONTRO IL PALO!

L'arcidiocesi di Pesaro annovera circa 130.000 abitanti ed è “governata” da monsignor Piero Coccia. Ascolano (4 dicembre 1945), dopo il liceo classico e il seminario vescovile di Ascoli Piceno, monsignor Coccia consegue il Dottorato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense, e successivamente la laurea in Sociologia presso la Libera Università degli Studi di Urbino (PU).

L'ordinazione sacerdotale, il 25 novembre 1972, poi la nomina vescovile il 24 aprile 2005 e la guida della comunità cristiana di Ascoli Piceno, prima di essere eletto arcivescovo di Pesaro. Attualmente è membro della Commissione CEI per l'Educazione Cattolica.

Monsignor Coccia, ha mai giocato a calcio?

“Sì, questa è stata una mia esperienza anche dopo essere entrato in seminario, ma, ancor prima, allorché frequentavo la parrocchia – sono originario di Ascoli Piceno – e appartenevo alla parrocchia del Sacro Cuore, una parrocchia che dedicava tante energie e tante risorse al mondo giovanile anche nel campo dello sport. Quindi, io ho svolto questa esperienza proprio in quell'ambito lì, ma, a fianco al calcio, ho avuto anche una bella esperienza con il tennis da tavolo, sempre nella parrocchia, dove c'era un circolo e dove abbiamo anche avuto la possibilità di esprimerci a livelli provinciali e regionali”.

In che ruolo giocava, Sua Eccellenza?

“Ai miei tempi, gli schemi erano diversi da quelli di oggi. E, allora, c'era il difensore, difensore che era anche in parte anche un po' centromediano, ma era il difensore, a cui facevano riferimento gli altri difensori. Forse, un po' per la mia statura, anche precoce in quell'età, un po' per la mia stazza fisica mi hanno orientato in quel ruolo non di un centromediano, però, difensore, ecco”.

Aveva qualche giocatore che le piaceva imitare? Tifava per qualche squadra?

“Ai miei tempi, quando io ero ancora un ragazzino, e l'Ascoli era nella Quarta Serie di allora, poi, dopo ha fatto l'Ascoli più salti in avanti fino alla serie A, ebbene, a quei tempi della Quarta Serie o della Serie C, c'era la possibilità di avere contatti con i giocatori del tempo. Ricordo ancora alcuni di loro, in particolare Mazzone, che poi è stato un allenatore mi pare anche di grosso calibro e al quale mi legano sentimenti di grande amicizia e di stima a tutt'oggi perché poi me lo sono ritrovato come mio parrocchiano quando io ero parroco nella mia città di origine, e, quindi, questa figura un po' ha inciso sulla mia esperienza calcistica. Anche perché il ruolo era più o meno simile e, quindi, ricordo bene questa figura. Poi, a livello nazionale, ricordo Boniperti, ricordo Sivori, ricordo altri personaggi, ma, questi erano quelli che li si leggeva sì sui giornali, ma non c'era nessun rapporto se non di proiezione affettiva e in parte anche di desiderio anche di imitazione”.

In che ruolo crede di aver giocato finora nella sua missione di sacerdote?

“Il ruolo di un vescovo è sempre un ruolo duplice: per certi versi, il vescovo è colui che deve garantire l'esperienza del cammino cristiano e quindi di tutto quello che è definito il patrimonio della Fede: quindi, deve essere un uomo che sa difendere, ma, si dice che la miglior difesa sia l'attacco. E, allora, non basta solamente tutelare il patrimonio della Fede e che la Chiesa ci conferisce, ma, bisogna che questo patrimonio – che non è immobilista, non è fissista, ma è un patrimonio da garantire, da tutelare in termini di difesa - venga messo a servizio dell'umanità, e, nel momento in cui questo patrimonio è vissuto, diventa anche un patrimonio che favorisce un progresso, uno sviluppo, direi quasi un attacco. Nel senso buono e positivo del termine. Un patrimonio della Fede, che va riproposto continuamente e, in questo senso, esso ha anche un ruolo provocatorio dell'uomo di oggi e credo per l'uomo di sempre”.

Che cos'è che le dà più fastidio oggi e cos'è che riesce ancora a commuoverla in un mondo di cui si apprendono dai Mass Media solo notizie tragiche e drammatiche?

“Mi dà fastidio sentire solamente le cattive notizie, di cui siam pieni e grazie a un impiego mass mediatico eccessivo, un impiego certamente che risponde a determinate logiche. Fastidio perché la mia esperienza di sacerdote prima e di vescovo oggi mi dice che la vita è fatta anche di tante bellissime esperienze, positive, costruttive, di pienezza di vita, e di questo poco si parla. Ed, allora, questo fatto mi infastidisce. Però, per quello che mi compete e per le possibilità che mi sono date, mi faccio portavoce di queste esperienze così positive dell'umanità ed anche di una umanità vissuta nella Fede e con la Fede del Signore, perché possano queste esperienze trapelare, passare nell'animo soprattutto del mondo giovanile. Un mondo spesso soffocato da queste brutte, cattive notizie, ed è un mondo, a volte, anche soggiogato purtroppo anche da questi elementi. Credo che un vescovo abbia anche il dovere, oltre che il piacere, di riproporre sempre l'esperienza del positivo in tutta la sua estensione, profondità e larghezza a tutti i livelli. Chiaramente, in questo positivo, il primo elemento riguarda la Fede vissuta concretamente, che è l'esperienza che dà il sapore vero alla vita”.

Cos'è che la riesce invece a commuovere?

“Mah, ogni esperienza di umanità vera ancora mi commuove, anche perché un vescovo è l'uomo certo che guida una comunità cristiana, ma questa comunità cristiana è fatta di persone, le quali ancora oggi sono capaci – nonostante i tempi e nonostante quest'attacco mass mediatico a volte massiccio e deleterio – e sono fatte di persone le quali hanno un animo, un animo semplice, un animo che cerca la verità, un animo capace anche di gesti incredibili per il mondo di oggi, ma, pure incredibili, però realizzati. E, quindi, sono quelle esperienze di incontro con la gente, quelle esperienze dove mi si comunica anche nella semplicità del cuore ciò che le persone hanno raggiunto, quelle esperienze di voler parlare, di voler comunicare tanti aspetti belli, positivi della vita in tutti i campi, dal campo affettivo, dal campo relazionale, al campo poi di impegno anche nel settore della politica, dell'economia e, soprattutto, dell'educare, cosa a me molto cara e su cui sono coinvolto anche per il mio ministero di vescovo”.

Di cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Io credo che non dobbiamo mai dimenticarci che il bene è un'esperienza fattibile e che la vita cosiddetta buona è realizzabile. Se abbiamo questa convinzione, troviamo anche le motivazioni non solo per andare avanti, ma, per creare, per costruire di fronte a un mondo, il quale è sostanzialmente nichilista, o, comunque, come dice spesso il papa relativista, dove una valutazione viene messa a fianco alle altre senza nessuna differenza. Ebbene, di fronte a questo mondo e a questa cultura, io credo che tutti dobbiamo ritornare a fare i conti con la fattibilità del bene. Il bene è fattibile, è realizzabile, praticabile, basta avere le motivazioni giuste, e basta avere anche la tenacia nel saper perseguire gli obbiettivi che questo bene di per sé ci prefigura”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“A me l'esperienza del dolore già per sua natura suscita in me tanta attenzione. Se, poi, mi verifico nel mio ministero di vescovo – sto facendo già da due anni la visita pastorale e ho messo in questa visita anche l'incontro con il mondo degli ammalati – quello che mi sorprende è che trovo tante persone di una fede incredibile, di una fede veramente autentica, che affrontano la propria malattia, la propria sofferenza anche fisica nell'ottica stessa della Fede. Questo, per me, è motivo di edificazione ed anche motivo di crescita personale nel campo della Fede. Vedo che l'esperienza del dolore vissuta nella Fede acquista altra prospettiva, acquista altra visione, e trova nella Fede motivo per essere – questa esperienza – vissuta anche con la gioia, anche nella gioia. Cosa che umanamente è di per sé incredibile se non ci fosse l'esperienza della Fede”.

E' vero che chi soffre e ha Fede supera meglio, accetta meglio il peso del dolore?

“Bé, indubbiamente, l'esperienza del dolore e della sofferenza è un'esperienza che fa parte della condizione umana. Per quanto noi vogliamo adoperarci per eliminarla, è una realtà ineliminabile. Nel momento in cui facciamo l'esperienza dell'avventura umana, facciamo anche l'esperienza della sofferenza, del dolore, che poi si configura attraverso tante modalità e tanti volti e tante maniere. C'è un dato di fatto: se viviamo, dobbiamo confrontarci con questa realtà. Il problema è vedere se abbiamo le risorse per un confronto non solo sereno, ma anche costruttivo. E, allora, chi ha la Fede crede nell'esperienza del dolore che purifica, del dolore il quale precede una realtà che ancora deve venire, è certamente una persona più motivata nel sapere accettare il dolore, nel saperlo addirittura valorizzare e vivere anche nella gioia e con la gioia”.

Il dolore estremo ci porta alle porte dell'Aldilà. Come vorrebbe che fosse l'Aldilà, come se l'immagina?

“Mah, io immagino l'Aldilà come un'esperienza realizzativa nella persona umana in tutte le sue componenti, soprattutto, in quella che è la componente del desiderio della verità, in quella che è la componente del desiderio del bene, in quella che è il desiderio della volontà di raggiungere il Bello e il Bene nella sua dimensione più piena. Noi certamente abbiamo delle categorie umane, e come tali queste categorie hanno dei limiti evidenti. Però, c'è un desiderio del cuore, c'è un desiderio della mente, c'è un desiderio della volontà, che ci introduce già fin da ora a questo Bene globalmente inteso. Io immagino questo bene come compimento del desiderio del cuore umano, della mente umana e della volontà umana”.

Esiste un pianto della commozione e un pianto di dolore vero, di lutto. Quand'è l'ultima volta che ha fatto la conoscenza di questi due stati d'animo?

“Certo, la commozione – se uno sa leggere la storia con gli occhi della Fede soprattutto - direi che fa parte della quotidianità. Non è una quotidianità sistematica, ma una quotidianità che prevede anche questi momenti. E, quindi, certamente ho avuto tante esperienze, tra cui anche l'esperienza della mia consacrazione sacerdotale prima ed episcopale dopo che mi hanno portato a questo momento di grande commozione. Una commozione che registro comunque anche quando nel mio ministero di vescovo incontro tante realtà molto belle, molto positive. Ancora oggi mi commuovo nonostante un'età non avanzatissima, comunque, sufficientemente adulta. Il cuore è sempre giovane: importante è avere questa antenna per percepire anche queste bellezze della vita, queste prospettive di vita che producono commozione. Però, c'è anche il pianto del dolore e della sofferenza, soprattutto, del lutto”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta, in che occasione, monsignore?

“L'ultima volta che pianto è stato per un lutto di 4 ragazzi che sono scomparsi 4 anni fa, qui nella diocesi di Pesaro, a causa di un incidente automobilistico drammatico: erano usciti di casa alle ore 19.00 e, dopo avere mangiato qualcosa in una pizzeria, l'incidente è avvenuto alle ore 22.00 circa. Ragazzi che avevo avuto anche modo di conoscere personalmente, ragazzi che nel giro di tre ore hanno concluso la loro avventura umana. Quando il giorno successivo alla notizia sono stato a dire delle preghiere e quindi anche ad incontrare i genitori di questi quattro giovani, ho avuto anche un momento di commozione dovuto proprio a un confronto diretto col dolore e con la morte di quattro vite stroncate nel giro di qualche ora”.

Lei ricorda un dolore giovanile? La sua infanzia com'è stata? L'origine dei suoi genitori qual era?

“Io ho avuto dei genitori di un ceto sociale medio. Ho avuto anche un'infanzia e un'adolescenza molto tranquilla, molto serena. Anche se tipica del tempo: io sono del secolo scorso, lei lo deve sapere”. E, alè, una bella risata. “Sono vissuto nel dopoguerra, e negli anni Sessanta circa c'era un clima generale che rasserenava molto, perché c'era la volontà di recuperare, di ricostruire, e, quindi, c'era anche un sentimento di apprezzamento di tutto e di tutti. Non ho avuto momenti di strabiliante sofferenza nel periodo della mia infanzia, né di adolescenza. Piuttosto ho avuto sempre questo elemento di positività soprattutto costruttiva, che mi ha molto aiutato, ma che io ho assorbito dalla cultura del tempo e debbo dire dalla mia famiglia e, non ultimo, anche dalla mia parrocchia. Essendo vissuto in una comunità parrocchiale molto viva, che dedicava molto tempo e molte energie – come ho già detto – ai giovani e ai ragazzi, e dove ci è stato trasmesso questo gusto del bello, del vero e del buono direi. Categorie oggi queste filosofiche, ma che ripenso anche nella mia esperienza di ragazzo, di adolescente, come categorie che ho vissuto non tanto conosciuto e basta”.

I suoi genitori?

“Noi eravamo tre figli e ho avuto una sorella che è deceduta quando io non ero ancora nato, e siamo due maschi (c'ho un fratello più anziano di me di dieci anni). I miei genitori erano di un ceto medio: mio papà vendeva le auto, e, quindi, aveva la rappresentanza delle auto. Ci ha trasmesso la passione per i motori, e la mamma era casalinga, e , quindi, ci ha dato una buona educazione, soprattutto fatta di testimonianza. Il papà era una persona anche molto attenta ai fatti culturali, e, quindi, era una persona con cui si colloquiava molto, e la mamma era di supporto a questo dialogo, il quale ci ha aperto anche tante prospettive, tante realtà della vita positive e tante realtà in termini di costruzione e di costruttività”.

Il papà si chiamava?

“Papà si chiamava Mario e la mamma si chiamava Clara”.

Di cosa non bisogna mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Credo che non dobbiamo mai dimenticarci che la vita è una grande avventura. Un'avventura bellissima, se vissuta con lo spirito giusto. Sicuramente è un dono: il dono non si discute, il dono si accetta, e si accetta valorizzandolo il più possibile. Credo che se abbiamo questa grande fiducia nella vita, per di più per me che sono vescovo, in una vita alla quale nella sua pienezza prevede l'avvenimento e l'evento di Gesù Cristo, credo che da questo punto di vista quest'elemento non dimenticato diventa l'asse centrale su cui costruire tutto e tutti”.

Da giovane, tifava anche per Giacomo Agostini, il “padre di Valentino Rossi” in campo motociclistico?

“Dunque, Giacomo Agostini fa parte del mio periodo di crescita: quindi, l'ho seguito attraverso la stampa. Valentino Rossi, essendo giunto a fare il vescovo a Pesaro, non potevo non confrontarmi anche con questo mito, tutt'ora qui molto forte e ragazzo che mi pare essere molto intelligente. Ho avuto modo di conoscere i genitori, soprattutto la mamma durante la visita pastorale nella sua città d'origine Tavullia, e, quindi, ritengo che anche questa esperienza motoristica sia un'esperienza aiuta il territorio di Pesaro non solo per l'immagine, ma aiuta anche nel trovare nella persona di Valentino un ragazzo molto intelligente, molto spigliato ed anche un ragazzo pieno di coraggio, che osa forse dove altri non osano. Comunque, tutto questo fa parte del mestiere, credo un mestiere però sviluppato bene. Io ho avuto modo di seguire un po' di più l'automobilismo perché papà vendeva delle macchine, al mio tempo ero un appassionato di Alfa Romeo oltre che di Ferrari”.

Per chi tifava della Ferrari?

“Ho avuto modo, tramite il papà, che era molto addentro ai lavoro, di conoscere anche Luigi Scarfiotti – che era qui, della zona di Porto Recanati – perché il papà di Scarfiotti era molto legato a mio papà, e quindi ho avuto la possibilità di seguire non solo le corse in salita, ma, anche di seguire – e sono stato anche in questo uno dei pochi bambini fortunati – le Mille Miglia, perché il papà ci portava a Brescia a vivere quest'esperienza”.

E' vero che il dolore è uguale per tutti: diversa è la felicità?

“Bè, che ci sia un dolore che possa accomunare tutti, in quanto esperienza facente parte della condizione della vita, credo che sia una realtà. Certo che il modo di vivere il dolore, come il modo di vivere la felicità cambia. Questo dipende dal nostro cuore, dalle convinzioni che noi abbiamo, questo dipende anche dalle motivazioni che ci spingono al confronto sia con il dolore sia con la felicità. Da questo di vista, credo che la Fede sia un'esperienza decisiva per farci accettare il dolore, per farcelo valorizzare, come anche per farci gustare anche l'esperienza della felicità”.

Non nasconde, monsignore, anche una simpatia per qualche squadra di calcio? Magari per la sua Ascoli?

“Non sono più nella mia città, Ascoli Piceno, però, seguo gli avvenimenti calcistici della mia città. Ad Ascoli il calcio rappresenta a tutt'oggi un punto di riferimento notevole: siamo una piccola città, una provincia, quindi, se Ascoli ha avuto modo di affermarsi anche a livello nazionale è stato oltre che per il valore di alcuni suoi cittadini è anche perché ha avuto una squadra di calcio che ha fatto storia nell'ambito delle squadre provinciali. Ma, la Fede del vescovo è la Fede del Signore Gesù Cristo morto e risorto : questa è la Fede vera. Adesso debbo farle una confidenza: mi sono interessato a quelle squadre dove Carletto Mazzone faceva l'allenatore: quindi, della Roma, della Fiorentina, del Catanzaro, del Lecce. So che ha scritto anche un libro, mi pare, Mazzone. Mi interessavo, ecco. Con la Roma c'è un feeling maggiore perché io ho studiato a Roma, ho vissuto cinque anni nella Capitale, ci torno spessissimo. E, a motivo di questa figura, quella di Mazzone, che ormai fa parte della città di Ascoli a tutti i livelli, essendo un romano...”

Ma, oltre a Mazzone, non dimentichiamo quella simpatica figura del vulcanico presidente bianco-nero, l'ingegner Costantino Rozzi, eh?

“Con lui, con la famiglia, tutt'oggi ancora siamo molto amici e ho avuto anche modo di celebrare i sacramenti dei figli e dei nipoti. Anche con Mazzone sono rimasto amico e anche per i suoi parenti più stretti ho celebrato i sacramenti”.

Ci può spiegare il suo motto episcopale?

“Il mio motto è “Veritatem dico in Cristo”: è un motto tratto dalla lettera di San Paolo ai Romani ed è un motto che richiama me e la comunità cristiana che l'unica verità, quella verità che ci dà i criteri di giudizio e di operatività della vita, per chi ha Fede, è Gesù Cristo. Un vescovo non parla di altro, un vescovo non testimonia l'altro se non Gesù Cristo. Quindi, è questa la verità che il vescovo ha a cuore e questa diventa anche il programma anche del mio ministero episcopale. Che cerco di svolgere nel migliore dei modi, certamente con tanta passione e convinzione, e anche con modalità che spero siano capite e spero che siano produttive”.

Non vorremmo, questa volta, Sua Eccellenza, farle ricevere una scomunica, avendola fatta parlare non di Gesù, ma di calcio e di sport...

“Sì, ma lo sport fa parte della vita. Il Signore ha recuperato tutta la vita nel Suo interesse, dandoci anche la bellezza della vita e credo quindi anche che lo sport faccia parte di questo discorso e di questa esperienza generale, che è la vita”.

Monsignore, la ringraziamo della sua gentile udienza.
“Grazie a voi”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 14 settembre 2010

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