ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

22/9/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. ARMANDO TRASARTI

TRASARTI...E BURGNIC, C'E' MONS. ARMANDO

A capo della diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola c'è monsignor Armando Trasarti, nato in quella che di recente è divenuta provincia, ovvero la rivale di Ascoli Piceno, Fermo, più precisamente a Campofilone. Dopo gli studi classici e filosofico-teologici, e il seminario, monsignor Trasarti viene ordinato sacerdote il 1° novembre 1974.

La consacrazione di vescovo, nel duomo di Fermo, arriva il 7 ottobre 2007. La diocesi di Fano ha visto passare ben 20 cardinali e oggi raccoglie circa 130.000 abitanti.

Sua Eccellenza è dotato di un gran scatto: terminata l'intervista l'abbiamo visto imboccare il salone di uscita con una velocità alla Pietro Mennea, lasciando basito non solo noi, ma anche il suo segretario don Luca.

Monsignore, ha mai giocato a calcio?

“A calcio ho giocato poco perché negli anni Sessanta era quasi vietato nei seminari: o si andava in campetti esterni o niente. Pallavolo sicuro, pallacanestro di certo”.

Insomma, il campo di calcio era visto come un luogo demoniaco, di perdizione?

“Bé, più che demoniaco il calcio era nei seminari uno sport meno nobile della pallavolo, ma, molto desiderato, molto desiderato più del previsto”.

Se lei avesse potuto giocare di più a calcio, in che ruolo le sarebbe piaciuto militare?

“Mediano. Per dare la palla in avanti e proteggere dietro”.

C'era qualcuno che ammirava?

“Rivera, Rivera. Sempre. E poi come persona ci piaceva: sapeva parlare, veniva all'oratorio, era amico di don Eligio, un frate che curava il “telefono amico”, mi ricordo. Per non parlare i Nereo Rocco, l'allenatore, che era un padre di famiglia. Ci ha dato delle impronte anche psicologiche”.

Nell'ultimo viaggio di questa nostra trilogia affrontiamo il tema del dolore. Che cosa le trasmette, monsignore, la sofferenza altrui?

“Mah, il dolore mi fa prendere atto di una fragilità umana consistente. Qualche volta senso di impotenza, a volte mi trasmette la voglia di aiutare; anzi, spessissimo, avendo molto accompagnato famiglie che hanno perso figli proprio come metodo pastorale 120 famiglie a Fermo e seguo anche qui a Fano i cosiddetti “figli in cielo”. Poi, alle volte rabbia quando è un dolore inutile o quando il dolore, per di più, è peccaminoso. Quindi, mi fa filtrare bene, aiutando la gente a capire quello che è il dolore che dà la vita, che è quasi una necessità embrionale, e quello che è frutto di incidente. Ma, a volte un dolore capriccioso: e questo mi fa davvero rabbia perché ho capito il dolore quello vero. Non tutto il dolore è dignitoso”.

Il dolore estremo conduce inevitabilmente alla morte. Come se l'immagina l'Aldilà?

“Eh, eh: ma non so immaginarlo, però, lo sogno come pienezza di quello che si vive anche qui. Nei momenti estatici, così anche belli della vita, noi diciamo: “vorrei che non finisse mai la giornata” e, quindi, le relazioni buone, una bella giornata, ma, non perché tutto va bene, bensì perché tutto si affronta con positività. Lo immagino così. Poi, me li immagino come un'aspettativa più grande ancora. Nemmeno riesco a codificarlo, perché sarebbe troppo poco immaginarlo”.

Lei, monsignore, non ha mai rivissuto un dolore giovanile?

“Ho trascorso un'infanzia abbastanza serena, seppur una vita sacrificata”.

L'origine dei suoi genitori?

“Contadini, ma, mai sentito un urlo in casa: sono stato fortunato perché ho vissuto in una famiglia patriarcale, quindi, sempre in braccio a qualcuno.
Il dolore che ho sentito e che mi è rimasto impresso è, nella grande famiglia patriarcale, quando un cugino di secondo letto – quindi, era lo stesso nonno, ma non la stessa nonna – ha fatto il figliol prodigo: ci ha lasciato per nove anni. Un uomo intelligente, ha fatto un'avventura, poi, quando è tornato alla grande gioia. E' stato un dolore il suo distacco, che abbiamo sopito nel silenzio di una buona famiglia, ma che ci ha segnato. Il parroco – che poi divenne vescovo di Pesaro - all'epoca ci rispettò molto perché disse pubblicamente una famiglia è come un gran letto di fiume: se c'è un gran letto di fiume, anche l'acqua che va fuori, in breve termine si riassorbe. E lui diceva pure: vedrete, una buona famiglia riassorbe anche queste sofferenze, queste fatiche. E poi lui tornò dopo 9 anni, ed era il migliore di noi. Provammo un dolore non acuto, nemmeno di morte, nemmeno di malattia, ma un dolore delicato, sussurrato in casa”.

E' vero che le felicità sono diverse, mentre i dolori si assomigliano quasi tutti tra di loro?

“Sì. Le felicità hanno il volto delle persone che incontri, il dolore è dentro di te, e, quindi, ha un volto unico. Perché devi assaporarlo tu. Invece, la felicità è relativa in rapporto ad altri. Quindi, la felicità cambia volto, cambia la giornata, la positività; il dolore è più monotono. Però, è sopportabile credo: anche nelle situazioni in cui ho ritenuto da giovane prete dover affrontare morti improvvise, giovani famiglie, preti bravi e più saggi di me mi hanno insegnato che situazioni, che a noi umanamente sembra a noi sembra inizialmente impossibili nella loro soluzione, alla fine riesci a trovare soluzioni, la coperta che si allunga, scopri che la gente si rianima dentro e riesce ad affrontare queste difficoltà, trovando un'energia inaspettata. Proprio come la potatura di una pianta che sembra secca, invece, esce il tralcio nuovo. L'ho capito tante volte nella vita. Molte volte”.

Che cos'è che la irrita di più, che cosa invece la commuove?

“Bé, mi commuove la gratuità: il saluto gratuito, soprattutto nei confronti di uno come noi che parte e va, questa generosità d'intenti. Anche quest'affidarsi al clero, a questa figura nuova: ti dà molta gioia. Mi dà fastidio molto la prepotenza, la superbia. Anche quella di persone buone. Mi dà fastidio perché interrompe lo sguardo altro, che è quello di Dio, perché il bene di solito è pacifico, rasserena, fa star bene. Invece, la superbia è un bene che fa star male e, quindi, non è più un bene”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto: c'è un pianto di commozione e di gioia, e uno invece di dolore?

“Mah, nel lutto ho pianto diverse volte perché ho accompagnato molti figli alla tomba; quindi, ho pianto con i genitori sommessamente molte volte, molte volte. Più di quello che sembra. Soprattutto, ho avuto a volte un pianto dirotto: dopo 8 giovani in due anni scomparsi in una parrocchia ho cominciato a pensare molto male di me e mi son detto ma cosa mi succede? E lì veramente è stato un pianto di un uomo disarmato. Poi, quelle lacrime mi hanno fatto forte. Ultimamente, abbiamo avuto poche morte dirette, pochi dolori fisici, nel senso che siamo stati abbastanza fortunati. Sì, ho perso mio padre sei anni fa, ho pianto, però, la sua è stata una morte da patriarca, da buon uomo. Quindi, anche con serenità, a 90 anni: una testimonianza, la sua, che ci ha dato più consolazione che pianto”.

Il papà era contadino?

“Sì, era di origini contadine. Certamente, un uomo molto saggio. Poi, ci sono dolori sommersi, specialmente quando uno ha una responsabilità e l'impotenza nel bene alcune situazioni non riesce a risolverle. Da preti, si piange di dolore vero, ma quello è altro rispetto a quelli che piangono”.

Qual è il conforto che lei trasmette comunemente alle famiglie colpite da un grave lutto, come, ad esempio, a due genitori che perdono un figlio o per malattia o a causa di un incidente stradale?

“Niente, il silenzio. Il tacere insieme, la mano nella mano senza dir niente, perché il dolore innocente, cioè la morte di un figlio, il dolore come natura non ha spiegazioni: basta già la presenza anche se silenziosa”.

Cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Che siamo fragili, provvisori: non siamo padroni della vita. Tuttalpiù siamo affittuari o in comodato gratuito. Nel momento in cui ci leghiamo troppo, diventiamo padroni, e lo stato di padronanza ti crea poi un'appartenenza che non è tua e, quindi, non hai libertà nel dolore”.

Soffrire è uguale a imparare come dicevano i presocratici?

“Sì, soffrendo si impara. Mi ricordo un lutto enorme quand'ero a Montegranaro: un papà mi disse: io non ho mai sofferto; insegnami a soffrire. Mi diceva: sono nato ricco, bello, bravo, amato dalle donne, laureato a 22 anni, un'azienda fatta da mio padre e un figlio morto, e mi dice: aiutami a soffrire, non so come si soffre. E non c'è mestiere. Ecco perché dicono alcuni nostri vecchi: signori, quando mandi le disgrazie, mandale ai poveracci: sono più allenati. Sembra assurdo dire questo, ma è un proverbio molto vero perché chi ha lottato di più nella vita è più predisposto a sopportare dolori e disgrazie. E, oggi, il problema più grosso dei giovani o dei non più giovani è che non sono abituati dalla vita a soffrire non perché il vivere è soffrire e significa scegliere, fare delle scelte e delle rinunce, perché a volte noi adulti le cancelliamo le sofferenze, le rinunce, le scelte. Sembriamo aiutarli, ma, poi, nei momenti cruciali li abbiamo impoveriti, li abbiamo resi inadatti”.

E' vero che chi crede soffre di meno, accetta meglio il patire?

“Soffre uguale all'altro, però, ha più capacità di reazione, di sopportare la sofferenza. Infatti, nelle morti di tanti ragazzi ho visto che la Fede è un valore aggiunto: non risolve i problemi, aiuta a leggerli, a portarli. Ho visto gente che è impazzita per la morte di un figlio, gente che ha desiderato la morte, gente che si separa perché il dolore è troppo acuto, gente che sprofonda nella depressione totale anche nel mondo religioso. Ecco, perché curo molto l'accompagnamento, anche qui nella diocesi di Fano, di genitori che hanno perso i figli perché è importantissimo non dare soluzioni o parole, ma aiutare a leggere e non a risolverle. Perché la Fede non risolve i problemi, aiuta a portarli, li accompagna”.

Oltre alla Fede verso Gesù, non nasconde un'altra , quella verso una squadra di calcio? Verso l'Ascoli, anche se uno di Fermo come lei sentirà il campanilismo tra le due cittadine.

“Sì, sono marchigiano di Fermo. Noi di Fermo, purtroppo, ci siamo divisi come provincia, però, l'Ascoli ci piaceva quando c'era l'ingegnere Costantino Rozzi: questo padrone, ma presidente-padre, buono e intelligente e senza peli sulla lingua. Non aveva paura a sostenere le proprie convinzioni. Quell'Ascoli, sì, mi piaceva; adesso invece è anonima, perché l'identità di una squadra la dà anche l'allenatore se è stabile, se è affezionato, e lo dà il proprietario: ma, a patto che dia un input. Rozzi trasmetteva umanità, simpatia, verità anche rapportandosi ai prepotenti del calcio, ai club più forti”.

Il suo motto episcopale?

“Eh, “Nolite timere ego sum”: “Non abbiate paura, sono io”. La barca che affonda e il Signore che dice: “Sono io!” agli apostoli che temono di affondare, di annegare. E il vento che improvvisamente si calma. “Non abbiate paura!”. L'ho scelto un po' le paure mia nell'accettare, un po' il primo linguaggio di Giovanni Paolo II quand'ero giovane: “Non abbiate paura!”, cioè fidatevi! Un po' perché in quei giorni mi erano capitate le paure di accettare o meno l'ordinazione e l'incarico vescovile. E il mio accettare anche l'episcopato – mi hanno chiamato a Roma – è nato dopo le comprensibili e solite remore, ma, soprattutto dopo aver celebrato il funerale di un ragazzo di 16 anni a Montegranaro. Guardando la famiglia, mi son chiesto – era di giovedì – il 14 o 15 luglio – ma io parlo a questa famiglia, li invoco a ritrovare il coraggio di affrontare la vita e di ripartire e io sono un vigliacco. E alla notte io ho dato la lettera di accettazione dell'incarico e dopo una settimana l'hanno comunicato in Vaticano. E' stata la morte di un ragazzino, proprio tre anni fa. Avevo tante remore nel dire sì, anche perché avevo già fatto il vicario, avevo fatto la reggenza per 18 mesi e conoscevo i sacrifici che questo nuovo incarico avrebbe importato e non avevo ambizione”.

Monsignore, ci dica la verità: lei non ha paura di morire, della morte?

“Paura di soffrire, sì; però, ci penso poco, perché ho una vita abbastanza piena adesso. Ci penso poco però ho visto morire qualcuno molto bene. Quando ho visto morire il mio vescovo Franceschetti a Fermo, una morte bella, felice, serena, ma soprattutto pacificante. E allora mi son detto: guarda un po', e, vedendo anche morire mio padre questo mi ha aiutato. I due padri miei sono il vescovo Franceschetti, papà Nazzareno . Mamma si chiama Giuseppina ed è ancora viva. Ripeto, mi ha aiutato molto questo vescovo, che ha scritto una bella lettera, senza fare riferimento alla morte. La felicità di un uomo imperfetto – diceva – però, ho fatto del mio meglio, mi sono speso la vita. Non era giunta l'ora, però, è così. E mi hanno colpito quelle mani strette per quattro giorni, sussurrandomi in punto di morte, giunta l'ora della compieta: “Aiutami, nella compagnia finale, ma, anche fidati!””.

E' vero che di amore (per Dio, per un grande ideale, per una forte passione, ecc.) si vive, mentre senza amore si sopravvive?

“Bé, se non ami qualcosa, sei finito. Se non ami qualcuno, ma, questo vale anche per i consacrati: se non viviamo una storia d'amore, siamo aridi, persone infelici. Senza l'amore non c'è vita: l'amore è sempre uno: è spendersi, giocarsi la vita, perdere la testa per qualcuno. E, sposo non sposo, ecc., per una chiesa, per una comunità, per gente che ha un volto senza amore la vita è arida, è nulla, è sprecata, non c'ha alibi per ricominciare, non è sopportabile la sofferenza, non c'è niente. E la cosa peggiore nella vita è non avere un amore. E, se un consacrato non ha un amore, diventa terribile. L'infelice o s'arrocca sul denaro o sul potere. Che sono amori di prostituzione, non amori naturali. Allora, è meglio una donna o un uomo?”

Meglio Gesù, Sua Eccellenza...

“Questo senza dubbio. Però, anche nella vita naturale... Però, sarebbe meglio questo. Ho però anche conosciuto nella mia lunga esperienza persone che hanno scelto un amore sponsale, cioè grande, religioso, ma, senza amore sono i più infelici. Poi, ad amare si impara. La vita di coppia è un percorso lungo lungo, non si finisce mai di imparare. Però, chi ha l'umiltà...Io parto sempre da un principio e lo prendo da Viktor Emil Frankl, quel grande neuropsichiatra (ha scritto libri sulle terapie della sofferenza) che è stato in 4 campi di concentramento nazista per 3 anni, tra cui quello di Auschwitz (è poi morto nel 1997) e diceva sempre: se tu vuoi diventare grande, maturo, non chiedere sempre tu cosa devi per me, ma io cosa posso fare per te. L'amore è questo: è oblativo. Vale per tutti, moglie, marito, chiesa, gente di strada, un figlio per i genitori. Cosa fare per te, e nel momento in cui mi chiedo cosa posso fare per te?, divento grande, autentico, “homo faber”, cioè “uomo facitore”. Se chiedo sempre sono un moccioso, un viziato che chiede. Ma, anche da vecchi si può diventare mocciosi, lamentosi, esigenti, prepotenti, non invece oblativi. Ma, la grande terapia del vivere bene è chiedersi sempre cosa posso fare per te? Allora, non t'annoi, allora il genitore non è una statua, non è un daziere, non è un bancario, ma, è una persona che sa dire “Buon giorno, come stai oggi? Sono felice che ci sei? E senza dire sempre “Cosa mi dai oggi?””

Grazie tante, monsignore.
“Grazie a lei!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 14 settembre 2010

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