ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

24/9/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. EDOARDO MENICHELLI

SCHIACCIATORI ALLA MENICHELLI

La statura ha consentito all'attuale arcivescovo della diocesi di Ancona, monsignor Edoardo Menichelli – nato a San Severino Marche il 14 ottobre del 1939 – di preferire, da ragazzino, la pallavolo al gioco del calcio. Sua Eccellenza è stato ordinato presbitero il 3 luglio 1965, nominato vescovo dal cardinale Achille Silvestrini il 9 luglio 1994.

Dall'8 gennaio 2004 è arcivescovo di Ancona e Osimo, una diocesi che conta circa 220.000 abitanti, ma, prima di arrivare nel capoluogo marchigiano, viene eletto alla sede arcivescovile di Chieti-Vasto. Attualmente ricopre l'incarico di vice-presidente della Conferenza Episcopale marchigiana. Nella città di Ancona è nato Annibale Sermattei della Genga, papa Leone XIII (dal 1823 al 1829 la durata del suo pontificato).

Ha mai giocato a calcio, sua Eccellenza?

“No, a calcio vero e proprio non ho mai giocato. Per me, il gioco del calcio era proibito. Eravamo piuttosto abituati e allenati al gioco della pallavolo, dove, modestamente, ero anche abbastanza bravo; se non altro, perché potevo utilizzare la mia altezza. Ed anzi, le dirò che c'era nelle classi, dove facevamo dei tornei, questa specie di invidia verso la nostra classe perché avevamo tre schiacciatori tutti e tre piuttosto alti. Quindi, al calcio no, anche se tre anni fa ci siamo cimentati in una partita, durante la quale abbiamo dovuto fare un po' di propaganda per lavorare dei giovani. Una competizione sportiva, dove abbiamo giocato in tre vescovi, ex calciatori, contro i cantanti. E, supportati un po' dalla bravura di un mio confratello vescovo, che ha giocato a calcio in un modo vero e proprio, ed è il vescovo di Macerata Claudio Giuliodori, abbiamo vinto per 3-1, con un po' di invidia da parte dei nostri fratelli cantanti”.

In che ruolo ha giocato in quest'occasione?

“Ho giocato ala, ma mi sono distinto solo per un capitombolo piuttosto grande, sollecitato, non ricordo da chi, da uno che era nell'ambito, nel mondo della canzone”.

Tifava, tifa per qualche squadra, monsignore?

“E, allora, quando mi domandano questo, io cerco sempre di essere neutro. Per farmi capire e non farmi capire, dico che ho nel cuore una squadra che la maglia bianco-nera. Però, bianco-nera è la Juve, bianco-nera è l'Udinese, bianco-nera è il Cesena, bianco-nero è l'Ascoli: ora uno tiri a sorte e giudichi qual è la squadra che mi tocca un po' il cuore”.

Nella vita attaccante, centrocampista o difensore dei valori umani e cristiani?

“Io credo che queste figure, anche se le accetto come curiosità, non mi sembra che si addicano al rapporto con i valori, perché ritengo che i valori – come diceva un mio vescovo – han bisogno di ben altro. Le racconterò che uno dei vescovi che ho avuto – ormai ho 70 anni – e che mi ha accompagnato, ebbene, uno di questi miei vescovi un giorno prese me, giovane sacerdote, sotto il braccio e mi disse: “Ricordati, Edoardo, che il Signore non ha bisogno né di trombettieri, né di spadaccini, né di fanatici pauperisti o rivoluzionari. Ha bisogno solo di testimoni sereni e gioiosi”. Sotto questo orientamento, sotto questa cappa, ho cercato sempre di annunciare i valori che fanno parte della mia Fede, e che soprattutto rallegrano e stimolano la vita dell'uomo”.

Il suo motto episcopale?

“Il mio motto è un motto fuori regola. E' un po' come quello di Giovanni Paolo II, “Totus tuus”. Quando mi fu annunciato la nomina a vescovo – in quel tempo la nomina fu per Chieti-Vasto e naturalmente i sentimenti erano conflittuali, senza nascondere adesso che non siamo santi un po' di gaudio, un po' di gioia l'abbiamo provata perché la nomina è sempre una bella cosa, è una grazia; poi, a un certo momento uno si ferma e pensa alla fatica, alla responsabilità – e siccome questa lettera mi fu consegnata, se non vado errato, verso le 22, giusto da un impiegato del monsignor Riccardo Fontana, della nunziatura arcivescovile di Arezzo-Cortona-San Sepolcro – poi, vado a casa, apro questa lettera, la leggo e provo naturalmente una commozione. Poi, il pianto, poi, un po' di frastuono spirituale. E mi quietai, pensando alla “Madre”, a mia madre, che ho perso quand'ero bambino, e all'altra Madre, che è Maria. E nella mia città di origine, San Severino Marche, c'è un santuario, che si chiama Madonna dei Lumi. Allora, feci questa invocazione: “Madre, illuminami”. Di lì nacque questo motto: “Sub lumine matris”, quasi che il mio episcopato l'avessi posto fin dall'inizio – ed è così – sotto la guida, la protezione, il consiglio, la maternità di Maria”.

Che cosa le trasmette, sua Eccellenza, il dolore del prossimo?

“Il dolore ha sempre bisogno di grande rispetto; credo che del dolore non si può chiacchierare. Il dolore è quella confittura così personale, così singolare che non si può dire più grande, meno grande. La carne di ogni uomo, di ogni donna ha questa confittura: quando dico carne, dico la persona. Bisogna avere grande rispetto soprattutto perché non rivelo nulla, non faccio nessuna confessione, ma, desidero solo partecipare con un sentimento personale. Col dolore io ci ho tribolato: non tanto col dolore fisico, quanto piuttosto col dolore dell'assenza, della privazione, qual è quello di essere privato all'età di dieci anni, dieci anni e mezzo del padre e della madre. Tutto questo crea una confittura spirituale che ognuno pensa che sia la più grande. Di fatto, molti altri, ahimè, la sperimentano, ma, questo fatto mi ha abituato ad avere rispetto del dolore, a non farmi domande sul perché, perché poi alla fine la spiegazione non c'è, e su una modalità interiore e spirituale per dare senso a tutto questo, per trovare quella strada della consolazione e della speranza, che credo che sia il grande dono che Dio fa ai tribolati”.

Che cos'è che la irrita di più e cos'è che riesce ancora a commuoverla in questo mondo?

“Se vogliamo usare questa parola, l'irritazione, a me irrita il fatto che mi pare che siamo entrati in una stagione dell'innaturalità. Cioè io credo che l'uomo abbia preso una sbronza così forte che non capisce più chi è: si è fatto quasi innaturale, ed allora ecco il senso dell'onnipotenza, il senso del dominare, il senso del decidere, il senso del programmare in un modo totale. E questo è innaturale, perché poi basta che la ruota si sgonfia e tu ti fermi, anche se hai programmato. E, allora, se l'uomo ritornasse ad essere “naturale”, normale, perché la normalità ci ha preso, e questo disturba molto”.

E cos'è che la commuove?

“Son tante le cose che mi commuovono: che so, l'ultima commozione – vi può sembrare ridicola – ma, qualche domenica fa ho consacrato una nuova chiesa. E questo rito prevede che l'altare venga unto, profumato, incensato; e si versa sull'altare il crisma, lo stesso crisma che ha consacrato il vescovo, il sacerdote, e, poi, dopo questa unzione, dopo questo essere adombrato dal Mistero di Dio, quest'altare viene ripulito. E vedere delle donne, che con semplicità pulivano quell'altare, mi ha commosso, perché ho pensato che quelle donne, come Maria, tergessero il corpo consacrato di Cristo morto e poi destinato alla Risurrezione. Così come mi commuove un certo sentimentalismo, la semplicità dei bambini, l'abbraccio di un marito e di una moglie. Questi gesti ormai sono diventati tra virgolette cose innaturali, quasi ci si debba vergognare di questo. E, soprattutto, mi commuove il fatto che, nonostante tutto, la gente abbia un cuore aperto per accogliere la Verità”.

Come se l'immagina l'Aldilà?

“E' il luogo della pace, il luogo del giubilo. Mi immagino – e spero che sia così per me: desidero molto che il Signore mi accolga nella Sua misericordia – e vorrei sperare che così fosse per tutta l'umanità perché Gesù Cristo s'è conficcato sulla croce per tutta l'umanità – mi immagino di essere parte di un grande coro di giubilo, perché credo che almeno di là si realizzi quella comunione che fa la vera bellezza della vita”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“E' un bel miscuglio, eh. Anche perché nell'esercizio del ministero episcopale bisogna che viva la paternità, e la paternità, prima di essere il frutto della ragione, è frutto del cuore. Cioè, verrebbe la voglia, tra virgolette, di usare ciò che magari come potere altamente ecclesiastico uno ha – una volta si chiamavano le scomuniche -, ma non ha senso. Il Signore ci ha educato al dialogo, al rapporto, non ci ha educato alla controversia. E, mettere insieme Verità e Carità è una grande fatica, non appartiene tanto alla testa, ma alla pazienza. E, la pazienza è un grande dono di Dio”.

Di che cosa non dobbiamo dimenticarci in tutti i giorni della nostra vita?
In questo libro, monsignore, si parla anche di memoria oltre che di dolore”.

“Ognuno di noi ha una specie di codice dentro: c'ha un tesoro nascosto, e quello deve custodire. Ma, due cose almeno io penso di non dover mai dimenticare: primo, che ho avuto la vita come dono e oggi tutto questo non è riconosciuto così facilmente, perché l'innaturalità, di cui parlavo prima, è che l'uomo si sta appropriando della vita: ma, è curioso, vero, sto fatto! Infatti, se c'è una cosa al mondo che non abbiamo chiesto, ma abbiamo avuto, come faccio a dire che è mia? E, altra gioia, eh sì, è la gioia di essere cristiano. Anche se non fossi stato cristiano, seguire Cristo è stato una bellezza”.

Grazie, monsignore.
“Grazie a lei!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 settembre 2010

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