ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

7/10/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ROBERTO PRUZZO

“IO, 'O REY DE CROCEFIESCHI”

E' stato uno dei bomber più prolifici degli anni Ottanta del nostro calcio.
Sotto i baffoni, il ghigno satanico di chi, entrato in area, si prende ogni volta beffa dei più forti dirimpettai.
Roberto Pruzzo si porta dietro la fama di “panzer” assieme all'etichetta conquistata nei primi anni nel suo Genoa di “'O rey de Crocefieschi”, in omaggio al paese in provincia di Genova che gli ha dato i natali il 1° aprile 1955.

Per ben tre volte ha vinto la classifica speciale riservata ai migliori cannonieri: è successo nelle stagioni 1980-81 (18 reti), 1981-82 (15 reti) e nel 1985-86 (19 reti), sempre con la maglia di quella Roma, con cui ha vinto uno scudetto (1982-83) e 4 Coppe Italia (1980,1981,1984 e 1986).

“'O rey de Crocefieschi” è arrivato vicino anche al record di maggiori gol realizzati nell'ambito di una partita: 5 in Roma-Avellino del 1985-86, arrivando in difetto di un solo bersaglio rispetto al grande Silvio Piola (7-2 in Pro Vercelli-Fiorentina del 29 ottobre 1933, e ben 6 reti del “re della rovesciata”, tuttora il più anziano goleador in azione, visti i suoi 40 anni, 6 mesi e 9 giorni, per quel centro effettuato in Novara-Milan del 1953-54).

Di Roberto Pruzzo il gol della salvezza della Roma, contro l'Atalanta, nell'edizione 1978-79, al primo anno in giallo-rosso dopo i 5 campionati consecutivi (1973-1978, 143 presenze e 57 gol) con i “grifoni” liguri, dai quali si staccò per vivere nella Capitale qualcosa come 10 campionati di fila (dal 1978 al 1988, 240 partite e 106 reti). A chiudere una carriera costellata da una pioggia di reti, l'anno di Firenze, 1988-89 (13 presenze e un gol).

Sfortunata l'avventura in Champion's League con la Roma: nella finalissima del 1984, pareggia (1-1) di testa all'”Olimpico” il momentaneo vantaggio del Liverpool, che poi si aggiudica alla lotteria dei calci di rigore un Trofeo che pareva ormai appartenere ai giallo-rossi di Nils Liedholm. Sempre restando in campo di competizioni europee, fantastica la doppietta rifilata agli scozzesi del Dundee in semifinale.

Smessi gli scarpini, Pruzzo intraprende la carriera di allenatore sulle panchine di Viareggio, Teramo, Alessandria, Palermo, Foggia, Sambenedettese e Centobuchi di Ascoli Piceno (serie D, 2008). Solamente 6 le maglie collezionate nella Nazionale maggiore italiana: davanti a lui un certo Paolo Rossi, diventato “Pablito” dopo il trionfo nei Mondiali di Spagna nel 1982 e “figlioccio” ormai intoccabile per il cittì Enzo Bearzot.

Mister, buona mattinata...
“Grazie e buon giorno anche a lei”.

Qual è stato il gol più bello e quello più importante della sua carriera?

“Sì, è vero, sono d'accordo: esistono gol che assumono una diversa importanza. Il più importante è stato quello che ha permesso a Genoa, a casa mia, di vincere il campionato con la Roma, nella stagione 1982-83. Questo è stato un gol importantissimo, ed anche un bel gol, a parte che di testa è la mia specialità. Ma, segnare a casa mia un gol che mi dà lo scudetto è stato, secondo me, il più importante”.

Qual è stato il rimpianto più grande?

“Ebbé, quello di non aver vinto la Coppa dei Campioni a Roma nel maggio del 1984 contro il Liverpool. Quello sicuramente rimane una macchia che non possiamo toglierci da dosso”.

Chi oggi, nelle dovute proporzioni, potrebbe assomigliare a Roberto Pruzzo?

“Eh, dura: è sempre difficile fare paragoni con gli altri. Ognuno ha le sue di caratteristiche, e di questi tempi sinceramente non saprei che dire, anche perché il calcio è cambiato e l'evoluzione del calcio ha portato gli attaccanti a fare tutt'altro mestiere. Per cui non saprei”.

C'è un giocatore che le piace oggi?

“Mah, Ibrahimovic rappresenta, secondo me, la completezza di un attaccante, perché riesce nelle sue dimensioni fisiche ad essere un giocatore di grande qualità, di grande estro e di grande potenza. Credo che sia il prototipo esatto del calciatore”.

Qual è il gol, mister, stilisticamente più riuscito della sua carriera?

“Bé, ho fatto un gran gol contro la Juventus al “Comunale” di Torino, un gol non tanto importante a livello statistico, ma, importante a livello di squadra e di club, insomma. A Roma ricorderanno per sempre quella mia rovesciata, che ci diede un pareggio a tempo scaduto a Torino”.

Chi le si opponeva dall'altra parte bianco-nera?

“C'era Tacconi, Stefano Tacconi, che ho visto ultimamente, che ancora porta i segni di quella partita”.

Lei ha vinto tre volte la classifica dei capo-cannonieri di serie A: non le è mai dispiaciuto non aver potuto giocare in uno dei tre più prestigiosi d'Italia, quali Juventus, Inter e Milan? La Nazionale si è scordata di lei...

“Ebbé, certo, quando fai l'attaccante e fai tanti gol hai anche la speranza di poter far parte della Nazionale. E' successo solo parzialmente: è una storia che è nata male ed è finita peggio”.

Chi aveva davanti, Paolo Rossi?

“C'erano dei grandi attaccanti, ma in quell'epoca ero uno dei più forti, ma, evidentemente, l'allenatore (Enzo Bearzot) la pensava in maniera diversa”.

Lei allena ancora?

“No, faccio l'allenatore solo saltuariamente. Per hobby, insomma, faccio il mister. Ora mi occupo di calcio a livello di giornale, come opinionista di radio, di televisione e quant'altro”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Mah, io ho giocato perché mi piaceva giocare: non ho mai fatto all'inizio troppe distinzioni. Poi, è diventato un lavoro e ho cercato di farlo nella migliore maniera possibile”.

C'è un'”autogol” nella sua carriera di “giustiziere delle difese avversarie”, magari in fase difensiva?

“No, neanche una una volta. No, io stavo alla larga dalla mia area di rigore”.

Esiste una clamorosa espulsione?

“Sì, più di una volta, soprattutto, i primi anni riuscivo a essere troppo irruento, insomma, mi sembrava che mi togliessero sempre qualcosa, però, con l'esperienza sono migliorato poi”.

Un rigore, il più clamoroso, fallito, se lo ricorda?

“Sì, sì, a “Marassi”, contro l'Inter”.

E come finì la partita?

“La partita finì in pareggio, credo, però, i rigori bisogna tirarli per sbagliarli”.

Chi aveva di fronte, in porta?

“Adesso mi chiede troppo. Non mi ricordo”.

Lei si sente più legato sentimentalmente e a livello di ricordi alla Curva del Genoa o a quella della Roma?

“Ah, in ugual misura, direi, perché entrambe mi hanno dato tantissimo. Io ho cercato, nel mio piccolo e nel mio grande, di essere all'altezza”.

Questo libro parla anche di sofferenza e di dolore. A lei non è mai capitato di provare sofferenza, non ha mai pianto per una storia finita male, per un amico o parente caro venuto a mancare?

“No, no, ho pianto, ho pianto sì, come tutti, ma, per il calcio, no: qualche volta mi sono arrabbiato, ma, credo che il calcio deve andar preso per quello che è. E' un gioco, un gioco particolare, ma, sempre gioco rimane”.

Non le sembra, mister, di essere nato in un'epoca calcistica sbagliata? Ha vinto per 3 volte la classifica cannonieri, e se fosse stato in un club ancora più prestigioso rispetto alla Roma e al Genoa, avrebbe potuto vincere qualcosa ancora di più prestigioso ed essere un inamovibile in Nazionale?

“No, no, io sono nato nell'epoca giusta: mi sono divertito a giocare a calcio. Ho giocato in una squadra che non era una grande squadra ma lo è diventata. A Roma ci vivo tutt'ora, per me è stata una grande fortuna”.

Nessun rimpianto, dunque. In Nazionale, però, 6 maglie azzurre e basta... A quale di queste 6 è più affezionata, quale partita ricorda più in particolare?

“Nessuna. No” e “Il re di Crocefieschi” finalmente si lascia andare a un sorriso sotto i baffi.

In Nazionale, allora, chi era il cittì, Bearzot?

“Sì, solo Bearzot. Purtroppo, direi. Aggiungerei “purtroppo”.

Non è che quel cittì abbia avuto occhi per lei, eh?
E, alé, altra risata del bomber: “Evidentemente, no”.

Forse, Bearzot si era attaccato ai gol “mundial” di Paolo Rossi, o no?

“Mah, non lo so. Guardi, la Nazionale mi scoccia che sia stata dolorosa da subito e meno ne parlo meglio è”.

Qual era la sua dote migliore, oltre il colpo di testa?

“Giocare dentro l'area di rigore, essere un uomo-squadra, essere, secondo me, un punto di riferimento sicuro per tutti i compagni. Quello sì, quello sì”.

Mister, di cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni? Li ha ancora i genitori?

“Sì, uno, la mamma. Non bisogna mai dimenticarci delle radici, della nostra infanzia. Io mi ricordo benissimo della mia infanzia, di come era e di quello che sono diventato, insomma. Questa è una cosa che non mi abbandona mai”.

Lei con la maglia della Roma ha indossato in capo la corona di “re dei bomber”: qual è stato l'anno più bello?

“No, non c'è un anno più bello: è stata una carriera di alti e bassi, come è, credo, la carriera di tutti. Ma, mi è piaciuto avere sempre il rispetto dagli avversari: questa è stata una cosa che mi ha sempre riempito di orgoglio”.

Ha un bel gol da ricordarci in Coppa dei Campioni?

“Gliel'ho detto prima: quello nella finalissima dell'”Olimpico” contro il Liverpool. Purtroppo, è stato un gol inutile; però, rimane nella storia come un gol”.

E, la doppietta contro gli scozzesi del Dundee...?

“Sì, sì, no, ci sono stati altri gol, ma, il gol in Coppa Campioni, in finale, viene ricordato di più”.

La ringraziamo, mister.
“Niente, arrivederci”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 7 ottobre 2010






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