ULTIMA - 18/2/19 - GRANDE GESTO DI FAIR PLAY DEL SAVAL MADDALENA

Grande gesto di fair play, che difficilmente si vede nei campi di calcio dilettantistici, quello accaduto ieri prima della gara fra la capolista Pieve San Floriano e il Saval Maddalena del presidente Flavio Massaro, squadra in piena lotta per una poltrona play-off nel girone A di Terza categoria. I biancazzurri locali avevano in distinta ben tre giocatori
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INCONTRI VIP'S

15/10/10 - INCONTRI RAVVICINATI: WALTER MAESTOSI

VOLI...MAESTOSI

Walter Maestosi, romano (23 settembre 1934), è attore di teatro, regista del palcoscenico e doppiatore di attori famosissimi, tra cui Gleen Ford, Robert Mitchum, Gene Hackman, Yves Montand, Robert Taylor, Christopher Lee, Michel Piccolì.

Dopo essersi laureato in Giurisprudenza, ecco il diploma conseguito presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica. Poi, tra gli anni 60 e gli anni 80, tanta tivù (“La vita di Cavour”, “Le inchieste del commissario Maigret”, “Nero Wolfe”, “Sheridan, squadra omicidi”, “Napoleone a Sant'Elena”, “Il giovane Garibaldi”) ed altrettanto cinema (“Uccidete Rommel”, “La lunga spiaggia fredda”, “La grande notte di Ringo”).

Tanti i riconoscimenti, tra i quali la “Maschera d'oro” Premio Saint Vincent (1972, per l'interpretazione “Senilità” di Italo Svevo) e il “Santa Caterina d'oro” “Città di Siena” (2007, con Daniela Barra). Sua moglie, Laura Gianoli – scomparsa alcuni fa, come ci racconta con dolore il maestro nel corso della nostra intervista – è stata anche lei doppiatrice e regista, e sotto la sua direzione sono stati incisi in CD i 33 canti dell'”Inferno” di Dante Alighieri.

Maestosi, assieme all'attrice Daniela Barra, è stato il promotore del Progetto teatrale dedicato alla poesia, denominato “Narciso ed Eco”.

Buona giornata, maestro.
“Grazie anche a lei”.

Questo libro parla anche del dolore: ebbene, cosa le trasmette il dolore altrui?

“Bé, intanto, fa ricordare anche a me perché io ho perso mia moglie dieci anni fa: è entrata nel tunnel del tumore, dopo 33 anni che stavamo insieme e si era instaurato un rapporto bellissimo. E, quindi, so che cos'è il grande dolore, insomma. E, comunque, finisce per essere anche il dolore un insegnamento, perché si impara anche a rispettare gli altri, a cercare di capire anche gli altri. Il dolore è una specie di chiave che t'aiuta a far questo. Idealmente, sarebbe meglio non avere mai dei dolori – per carità -, ma poi, siccome tutti ce l'abbiamo prima o poi, è ineludibile non poterne fare i conti”.

Maestro, Fedor Dostoevskij diceva che il dolore accomuna tutti nella sua potenza; è la felicità che può essere vissuta non da tutti, cioè in maniera diversa. Qual è la sua riflessione in merito?

“E' vero: i dolori sono uguali per tutti”.

Esistono due pianti: uno di dolore e l'altro di commozione...

“Sì. Ebbé, il pianto di commozione è il massimo, è bellissimo; il pianto del dolore, va bé, è una reazione normale al dolore di cui stiamo parlando. Il pianto di commozione è una forma di gioia di cui uno sente il bisogno, che non riesce a frenare. Quel pianto lì è bello!”

Quand'è che le è capitato di vivere questi due forti stati d'animo?

“Sempre per quel lutto grosso che ho avuto: in quel momento lì, ho vissuto entrambi, tutto questo di cui stiamo parlando. Abbiamo passato tanti momenti di gioia, in cui sembrava che avessimo superato tutto. Io sono stato molto vicino a lei (Laura Gianoli), l'ho aiutata, ero quello che le facevo tutto. E, quindi, siccome era una donna che aveva una forza incredibile e, quindi, voleva vivere, lei sapeva tutto. Poi, ha avuto tre tumori primari, pensi, non c'era metastasi. I primi due superati perfettamente, e, quindi, lì ho avuto la gioia proprio, quando l'oncologo mi diceva “Ce l'abbiamo fatta, questo tumore è stato sconfitto!” Mi ricordo quello. Poi, ci sono anche emozioni grosse nel mio lavoro”.

Qual è il passo che l'ha fatto particolarmente commuovere o che ogni volta la emoziona? E', forse, ilo canto V dell'”Inferno” dantesco, quello che parla del tragico amore di Paolo e Francesca?

“Bé, indubbiamente, il V° canto dell'”Inferno” di Dante ha una sua grossa carica emotiva, non ti può non colpire l'animo, il cuore. Nel 1972 – non ho mai il senso del tempo, per cui posso sbagliare la data – vinsi la “Maschera d'oro”, il premio messo in palio a Saint Vincent (e non so se questa manifestazioni ci sia ancora oggi, non lo so), e avevo appena recitato “Senilità” in teatro, di Italo Svevo: quello è un testo che mi ha commosso molto, fin dall'inizio alla fine. Era una riduzione molto bella. Ma, a me in scena capita spesso di commuovermi, perché non voglio mai rimanere freddo di fronte a quello che vivo, al tipo di personaggio che rappresento. Io, poi, ho avuto un grande maestro in Accademia, che, a proposito di quanto lei mi ha appena detto di Ugo Pagliai dopo aver intervistato anche lui, io ero davanti a lui di un anno (abbiamo fatto l'Accademia nello stesso periodo)”.

Chi era questo suo grande maestro?

“E' stato Orazio Costa. Il quale diceva: “Voi, quando siete di fronte a un personaggio, immaginate di essere degli psicanalisti, o degli psicologi forse è più semplice. E fategli delle domande. Lui vi risponde. Dovete sapere chi è, che cosa ha fatto, da dove viene, che estrazione ha, che sentimenti vive”. Questo è molto giusto; sembra una sciocchezza, invece, no, perché poi te lo trovi addosso il personaggio: finisci per essere tu il personaggio, come spesso avviene tra uno psicologo, uno psicanalista e l'analizzato”.

Qual è il personaggio in cui lei si identifica maggiormente?

“Bé, in questo di “Senilità” io mi identificavo molto. Era un uomo, così, quest'amore sfortunato che c'ha: mi sono identificato molto in questo personaggio. Mi ricordo che mi arrivò una lettera molto bella, di una donna che era venuta a vedere lo spettacolo. Diceva di avere avuto evidentemente delle esperienze simili al personaggio che io facevo. Che mi ha detto: “Io ho rivissuto esattamente tutto, grazie a lei; e non ho parole per ringraziarla, mi ha fatto provare delle emozioni enormi, delle gioie enormi”.

Perché è più facile far piangere che ridere nella vita?

“E' perché in fondo sono più le volte che non dico che piangiamo, ma siamo tristi, siamo addolorati che quelle in cui siamo allegri. La gioia – forse ce lo dimentichiamo – è nell'infanzia. Finita l'infanzia, poi, ce ne è un po' di meno, insomma”.

Che voce stupenda, maestro: è un piacere ascoltarla. Io starei qui tutta la mattina ad intervistarla.
“E sono un fumatore, eh!”
Lei ci crede? E come vorrebbe che fosse l'Aldilà, cosa si aspetta quel giorno in cui ce ne andremo via tutti da questo mondo, da questa terra piena di tragedie e pianti più che di gioie?

“Purtroppo, io non credo; vorrei credere perché chi è che non vorrebbe credere. Non credo: mi sembra una favola che ci siamo scritti, bella, ma è un po' così, insomma. Anche perché sarebbe un Dio colpevole di troppe cose, se esistesse quello che c'è. Perché ci dovrebbe avere creato, per quale ragione? Un esercito, non so, di adoratori, perché è quello che le religioni vogliono, no? Invece, la religione dovrebbe dire: “no, esiste questo Dio, ma è un compagno, più grande di te, eterno, che è su. E' un compagno, non è che devi stare in adorazione continua, pregarlo. Ma, pregarlo di che?”

Durante il recente viaggio di Benedetto XVI in Inghilterra, un bambino malato di cancro gli si è fatto incontro per chiedere di pregare molto per lui, perché spera di guarire da quel male terribile che alberga in quel piccolo corpo...Cos'è che la commuove di più, e che cos'è che le dà più fastidio?

“Mi dà fastidio nella vita di tutti i giorni purtroppo il brutto periodo che stiamo vivendo. Quindi, non tanto riferito solamente al nostro Paese ma in un po' tutti, sono spaventato di come non ci sta più nessuno all'altezza, ai vertici. E, questo, voglio dire sia di sinistra che di destra: non faccio una questione di colore. E, questa è la cosa che mi dà maggior tristezza, perché stiamo perdendo l'identità, altra cosa terribile, no? Non c'è più niente, infatti, la gente è incattivita, la vedo. Prima era diverso, la vedevi sorridente, con la voglia di parlarti. Adesso sono tutti aggressivi, ma giustamente. Ma, non è un fatto economico perché è difficile la vita, perché c'è una crisi, ecc., proprio non ci sono più i valori. Abbiamo perso tutto; anche quello che stiamo facendo, la distruzione che stiamo facendo un pochino della lingua italiana. Che è insomma un caso, una fortuna che siamo nati italiani, che abbiamo avuto la fortuna di avere questa lingua che è nata dal latino e il latino è stata la lingua madre di tante altre lingue. Io dico: è giusto sapere benissimo l'inglese, sapere il francese, sapere tutte le lingue possibili e immaginabili. E' giusto avere il rispetto dei dialetti, che sono fondamentali. Ma, poi dopo salviamola questa lingua! Io, poi, non riesco più a leggere, adesso specialmente la stampa: scrivono malissimo, tutti i giovani parlo”.

Qual è l'opera più importante che ha recitato o il personaggio più prestigioso che lei ha doppiato?

“Allora: prima di tutto, io ho sempre amato la poesia. E' stata la poesia che mi ha fatto scattare questa voglia di fare l'attore”.

Chi ama di più: Montale, Ungaretti, Leopardi, oltre a Dante Alighieri?

“Io continuamente leggo e faccio leggere poesie di Montale, Ungaretti. Abbiamo avuto poi un Novecento stupendo, meraviglioso. L'opera più grande, quella che mi ha dato maggiore soddisfazione è stata la “Divina Commedia” di Dante. Mi sono riaccostato alla Dante e l'ho fatto senza nessun investimento; e non è perché qualcuno mi avesse detto “Guarda, piuttosto di certi canti, possiamo fare dei recital”. No, mi sono avvicinato e sono rimasto incantato: il mio era un fondo scolastico. Ma, così...E quella è stata proprio una scommessa”.

Il Carducci, le piace, maestro?

“Bé, certe cose sono belle del Carducci. Ma, meno, insomma”.

Di cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Mah, questa è una domanda bella. Di cosa non dobbiamo mai dimenticarci? Secondo me, di noi stessi e degli altri. Io adesso ho fatto uno spettacolo – perché adesso me li scrivo gli spettacoli, faccio dei collage tra musica e poesia, e ho scritto questo Canto dell'amore che ho fatto. E, in qualche modo la sua domanda si rifà a questo testo che io ho fatto. Dove la tesi è abbastanza normale, e che poi si rifà al Leopardi: “se l'uomo capisse che unendosi agli altri e dandosi simbolicamente la mano – ma è qualcosa di più – forse, è più facile vivere. Si possono non farsi le guerre, non combatterci. E, allora l'ho diviso in 5 temi: 1)“l'amore dei genitori per i figli”, mettendo grossi poeti (quella bellissima poesia di Ungaretti per la morte del figlio Antonello, figlio di 9 anni); 2)”L'amore dei figli per i genitori” e c'è una bellissima poesia dedicata al padre di Camillo Sbarbaro (una poesia rivolta al padre vecchio, ormai finito su una carrozzina; e, quindi, questo dolore di questo padre e i sensi di colpo del figlio, che inizialmente, quand'era un ragazzo, se la prendeva col padre vecchio, e questo gli aveva lasciato un profondo senso di colpa, un profondo rimorso; poi, una bellissima poesia di Ungaretti dedicata alla madre); il terzo tema, “L'amore di coppia” e qui ho messo Dante con “Paolo e Francesca”, poi, non solo quello: la morte dedicata dal poeta Montale alla moglie; 4) “L'amore dell'uomo verso la sua terra” e qui ho preso Salvatore Quasimodo, con i versi dedicati alla sua terra, la Sicilia; infine, tema numero 5 è “L'amore dell'uomo per l'uomo” e qui ho preso quel grandissimo poeta che non so se lei conosce e che è David Maria Turoldo...”.

Sì, lo conosco, maestro, padre David Maria Turoldo: era un religioso nato in Friuli ed un ottimo poeta. Ha insegnato anche all'Università di Urbino (1987) e ha goduto della prefazione pure di Carlo Bo, di Mario Luzi e di Arrigo Levi. E' scomparso di cancro allo stomaco ai primi anni 90.
“Era un prete, un religioso, che ha scritto molti libri di poesia. E, c'è una cosa molto bella che lui ha scritto e se vuole gliela posso leggere...”

Certo, maestro, legga pure.

“Quando lui al pubblico si presenta e dice queste cose qui: “Io non so dire cosa sia il prete, e sono un prete; anzi, un frate, e questo è un po' diverso. Questione, tuttavia, cui ora non voglio pensare. Io sono tutti voi, sono popolo intero. So che devo pagare. Certo che devo pagare per tutti e per amore. Ho meditato molto su questa mia condizione misteriosa, e, come vedete, non ho finito. E' stato proprio il mio sacerdozio a portarmi a questi estremi, agli estremi della natura, agli estremi dei sentimenti, ai confini del mondo. Io non credo che un prete possa fermarsi a metà della strada o alla superficie delle cose. In queste mani l cose o si sbriciolano e vanno in cenere o si trasfigurano come l'ostia. E diventano luminose e tutta la terra si fa ostia. A per me, per varie ragioni, non interessa la polemica in corso, interessa la figura istituzionalizzata del prete, il potere del prete. A me interessa riuscire ad essere umanità, un golfo, una speranza...””.

“Pene d'amore, pene d'inferno”, diceva il sommo Dante. E' vero, secondo lei?

“Sì, sì. Che grande poeta che è Dante. Incredibile! Più lo conosci e più... Eppoi, tra le cantiche più belle è forse il “Purgatorio”, il canto della tristezza, della malinconia, ma, anche della speranza, no?”

Dante conquista, affascina, secondo noi, perché è sempre attuale. Così come gli splendori e i difetti, le fragilità e le virtù accompagnano l'uomo di oggi, hanno accompagnato l'uomo di ieri e accompagneranno l'uomo di sempre.

“Lo psicanalista Jung diceva che la “Divina Commedia” è stata la più grossa opera immaginaria che sia mai stata scritta. Sembra dettata... veramente, ecco, ti fa pensare all'aldilà. Perché poi lui scriveva non si sapeva neanche perché. Ed era contro tutti, sena casa e senza pace: era veramente eccezionale. Noi sputiamo sopra, perché adesso nella Scuola hanno provato a dire perfino di abolirlo, no?”

In lei ha vinto più il cuore o la ragione? Oppure il sentimento?

“Il cuore. Filtrato dalla ragione. Però, prima il cuore”.

Il personaggio che avrebbe voluto essere nella vita?

“Le sembrerà strano, lo vorrei fare adesso. Il teatro, a differenza del cinema, è la realtà, è fantasia, puoi fare tutto. E vorrei fare “Romeo e Giulietta”. E perché, che senso ha fare oggi “Giulietta e Romeo” di William Shakespeare? Mi immagino di essere così, quello che sono: un signore che sta leggendo “Giulietta e Romeo”. Ed è preso da questo personaggio. Si addormenta e sogna di essere Romeo; ma, Romeo vecchio, lui, che recita con i giovani. In questa chiave a me piacerebbe moltissimo farlo”.

I suoi grandi idoli del teatro italiano chi sono stati: Vittorio Gassman, Giorgio Strehler?

“Bé, Gassman è stato un maestro, indubbiamente. Strehler, poi, Orazio Costa, che io ho amato così in maniera viscerale. Strehler ed anche il povero Luigi Squarzina, che è morto adesso, è stato un grandissimo regista. Luchino Visconti, chiaramente, insomma”.

Maestro, lei scopriamo che ha appena compiuto 76 anni, e sembra un giovanotto...

“Sì, sì” sorride Walter Maestosi “li ho compiuti da pochi giorni, ma adesso mi dimentico sapere quanti sono, ma, non posso lamentarmi”.

Ma, ha una voce stupenda, maestro: allora, avanti ancora per un bel po', o no?

“Ma, a parte la voce, sono lucido, ho voglia di fare. Ho voglia di innamorarmi ancora, ho voglia di vivere. La vita è bellissima, io trovo: quando si è fortunati, che capitano delle cose che ti fanno veramente vibrare, insomma. Il nostro lavoro è molto in crisi, ma io me la cavo, nel senso che mi faccio questi spettacoli, ma, me li faccio da soli, a un certo momento, perché non sto aspettando di essere chiamato perché in televisione fino al 1984 ho fatto l'ira di Dio. Poi, un giorno ho incontrato una vecchia funzionaria mi ha detto “ma, perché non vuoi più lavorare in televisione?” Ma, chi gliel'ha detto? “Lo dicono ogni volta che esce fuori il tuo nome, e qualcuno propone: ci sarebbe per questo personaggio Walter Maestosi. Ma, dicono sempre: “No, no, lui (cioè Maestosi) dice non vuol più fare televisione, non vuol più lavorare”. Non è vero, hai capito, sono irretito”.

Bene, maestro, possiamo concludere qui.

“Velocemente, le dico una cosa: uno spettacolo che io feci, addirittura, anticipando persino Vittorio Gassman: io feci uno spettacolo nel 1970, “Poesie d'amore”, portando la poesia – eravamo io, mia moglie – perché anche mia moglie era un'attrice – e poi un altro personaggio, e fu uno degli spettacoli più belli che io ricordo. E, poi, in televisione, in seguito a quello mi chiamarono a fare una cosa sulla poesia. Io feci per tre anni – apparivo in televisione in Rai – allora era unificata – e, quindi, apparivo sulla Rai 1, su Rai 2 - ad intervalli inversi: ogni cinque minuti, ogni sei minuti, io leggevo delle poesie. Poi, hanno abolito tutto”.

Grazie, maestro, e speriamo di rivederci presto a Verona, eh!

“Mah, possiamo anche darci del tu, o no, Andrea?”

Certo, maestro, certo.

“Arrivederci e grazie ancora, Andrea”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 15 ottobre 2010




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