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Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

24/10/10 - INCONTRI RAVVICINATI: GIUSEPPE SAVOLDI

IO, BEPPE SAVOLDI, “MISTER 2 MILIARDI”!

Tra i cannonieri che hanno maramaldeggiato insidiosamente nelle più invalicabili “dighe” difensive del calcio italiano degli anni Settanta-Ottanta, c'era Giuseppe Savoldi.

Bergamasco di Gorlago, che gli ha dato i natali il 21 gennaio 1947, e che l'ha visto crescere nelle giovanili dell'Atalanta fino al debutto in serie A (1965) con gli orobici.

Poi, nel 1968, passa al Bologna, dove vive 7 stagioni (fino al 1975), conquista due Coppe Italia (1970 e 1974), una Coppa di Lega Italo-Inglese (1972) e dove si laurea capocannoniere della massima ribalta (1972-73), realizzando 17 reti, ma, in compagnia, ahilui, di Gianni Rivera del Milan e di Paolino Pulici del Torino. Una furbata al “Del Duca” di Ascoli Piceno commessa da un raccattapalle – che respinse la palla già abbondantemente entrata in rete - gli tolse il primato assoluto, la corona di “re dei bomber”.

Nell'estate del 1975, Beppe Savoldi viene ceduto dal Bologna al Napoli per la cifra-record, fino a quei tempi mai sborsata da nessun club italiano per un calciatore, di due miliardi di lire: i partenopei, giunti secondi l'anno prima, con lui in attacco sognano di conquistare finalmente il tricolore. Che, invece, arriverà più tardi, per due volte, in concomitanza con l'arrivo, però, dal Barçelona alla “città del Vesuvio” de “El Pibe de oro”, Diego Armando Maradona (scudetto edizione 1986-87 ed edizione 1989-1990).

Al posto del tricolore, arrivano, invece, la Coppa Italia conquistata nell'edizione 1976, battendo all'”Olimpico” di Roma il Verona, e sempre nello stesso anno la Coppa di Lega Italo-Inglese. Nel 1979, a fine stagione, viene coinvolto nello scandalo del “Calcio-scommesse”: gli comminano 3 anni e mezzo di squalifica, poi, fortunatamente, ridotti di molto. Autentico “cavallo di ritorno”, Savoldi: poco dopo la brutta vicenda, è di nuovo a Bologna, dove in totale colleziona 230 partite e firma 96 reti. All'ombra delle “due torri”, ci rimane fino al 1982, anno in cui, alé, Savoldi ritorna da dove era partito, cioè nella sua Atalanta Bergamasca Calcio, dove dà definitivamente l'addio al calcio giocato (1982-83).

Quattro le maglie collezionate nella Nazionale Maggiore, e un gol, nell'amichevole degli azzurri contro la Grecia, al “Comunale” di Firenze il 30 dicembre 1975: 3 a 2 il risultato finale e decisivo il suo 3° gol azzurro su rigore (doppietta siglata prima di lui dal granata Paolino Pulici).

La punta bergamasca ha disputato 405 gare in serie A, totalizzando 168 reti.
Ma, Savoldi ha amato anche il canto: ha scritto quattro 45 giri, ma, la canzone che gli ha dato più notorietà e soddisfazione è stata “La favola del gol”, composta ai tempi della sua militanza nel Napoli.

Oggigiorno, fa l'agente di commercio nel settore dell'ottica. E, uno come lui, che aveva il fiuto e l'ottica del gol – scherziamo, ovviamente! – non poteva che rimanere in tal contesto.

Savoldi, qual è stato il momento più bello della sua carriera di calciatore?

“Mah, io parlerei non di un momento, ma di più momenti. Tra i più importanti, quando abbiamo vinto con il Bologna e con il Napoli la Coppa Italia. Poi, chiaramente, il trasferimento dal Bologna al Napoli, che ha dato una svolta alla mia carriera”.

Esistono due tipi di gol: il più bello dal punto di vista estetico e il più importante: quali sono stati per lei queste due reti?

“Il gol più bello è stato quello di testa che ha permesso a noi del Bologna di battere il Torino e di vincere la Coppa Italia. Il gol più importante invece è stato quello realizzato nel 1977, mi pare, grazie al quale abbiamo vinto contro il Milan a Napoli per 1-0. E, allora io giocavo con i partenopei”.

Si ricorda chi c'era contro di lei in quel Napoli-Milan, oltre a Gianni Rivera?

“C'era una squadra di grandi giocatori, da Albertosi a Baresi, questa gente qua, insomma”.

Forse, anche Aldo Maldera...

“Sì, c'era Maldera, Roberto Rosato, dalla parte di là – intendo dire in attacco – Antonelli, Calloni, Bigon”.

Nella sua carriera, esiste qualche rigore sbagliato clamorosamente?

“Sì, due per l'esattezza: uno ce l'ho ancora stampato in testa, nella memoria. E' successo al “San Paolo” di Napoli, contro la Roma: ho spiazzato il portiere, la palla è uscita dalla parte opposta, troppo angolata”.

E' mai finito dietro la lavagna, cioè non è mai stato espulso?

“Sì, due volte. Una con la maglia del Bologna e una con quella del Napoli. Ma, non mi ricordo, in entrambe le occasioni, contro quale avversario”.

Qual è stato il difensore che l'ha fatta soffrire di più?

“Bà, ci sono stati parecchi giocatori, specialmente difensori, cioè quelli che mi marcavano, che non mi hanno dato possibilità di giocare secondo quello che pensavo di fare. Però, era abbastanza normale che questi giocatori limitassero le mie possibilità. Non so, potrei citare giocatori come Rosato, Cereser, Cattaneo, Giubertoni: erano i classici difensori centrali, “mastini” della difesa”.

Tra questi anche Sergio Brio della Juve?

“Sì, sì, sì. Fa parte di quella schiera di difensori che marcavano forte”.

Qual è stato il suo massimo di reti in una sola partita?

“Mah, massimo una doppietta, credo”.

Triplette nessuna?

“Forse, adesso che mi fa pensare, una tripletta l'ho fatta in Coppa Italia, contro la Juve”.

Viene fuori, a forza di dai e dai, la Juve, eh? In porta, allora, chi c'era?

“Non ricordo chi c'era, non so se c'era Zoff o chi altro, non mi ricordo”.

Lei, Savoldi, ha giocato in Nazionale realizzando un gol: se lo ricorderà bene quel gesto in azzurro, o no?

“Eh, sì, perché l'ho segnato in una amichevole, a Firenze, contro la Grecia, mi pare”.

Come ha segnato: di testa, di piede, su punizione?
“Un tiro da fuori area ed è andata bene”.

Qual è stato il giocatore più forte assieme a cui ha giocato e quello contro cui invece ha giocato?

“Con chi ho giocato? Con tanti. Ho giocato con Antognoni, ottimo giocatore, in Nazionale, e poi un altro giocatore importante è stato Facchetti. Alla stessa maniera ho giocato contro questi due, calciatori davvero importanti”.

E Rivera?

“Bé, allora, possiamo dire che ho giocato contro quelli che formavano la Grande Inter, i Mazzola, i Suarez, Jair, oppure del Grande Milan di Rocco, dei Rivera, degli Altafini, giocatori tutti eccezionali”.

Quella volta che venne ceduto dal Bologna al Napoli per l'allora cifra straordinaria di due miliardi, cosa ha pensato in cuor suo Beppe Savoldi?

“Non ho pensato a niente: ho pensato di accettare questa sfida, che andavo a fare a Napoli. Era l'occasione buona per migliorare le mie qualità, per cercare di migliorare il discorso di ambizione, di scendere al Sud per vincere qualcosa di importante. Ho pensato solo a quello”.

In quel Napoli, chi erano i più grandi?

“Ho trovato Burgnich, che giocava prima nell'Inter, poi, Juliano. Juliano è stata una pedina importante per quel Napoli, eppoi, aveva giocato in Nazionale. Era un giocatore di qualità”.

Qual era la sua peculiarità, ossia la caratteristica originale che gli altri colleghi di reparto avversari non avevano o le invidiavano?

“Indubbiamente, il colpo di testa: ero molto bravo nel gioco aereo”.

In questo numero l'avrà sicuramente aiutato il basket, o no?

“Mah, sicuramente mi ha dato un grande aiuto, mi ha sicuramente allenato, perfezionato, mi ha dato quel tempismo, che poi ho ritrovato calcisticamente parlando”.

Il suo più grande rammarico può essere quel pallone che un raccattapalle di Ascoli sprovvedutamente respinse già oltre la linea bianca in Ascoli-Bologna, e che non le permise di laurearsi capocannoniere assoluto di serie A?

“Il mio più grande rammarico può essere stato quell'episodio, che mi privò di arrivare a 18 da solo e di staccare il granata Paolino Pulici e il milanista Gianni Rivera. No, non ho altri rammarici per la mia breve parentesi in Nazionale, se lei vuole alludere magari anche a quello”.

Non ha il rimpianto di non aver neanche vinto uno scudetto, magari a Napoli, che lo sognava dopo aver sborsato quella cifra record a quei tempi?

“I miei maggiori traguardi sono relativi alla conquista di tre edizioni di Coppa Italia. Ma, l'ambizione era quella di vincere uno scudetto, non ci sono riuscito e mi devo accontentare. Quando sono andato a Napoli nutrivo l'ambizione di migliorare, in una squadra che l'anno prima era arrivata seconda e, andando là, avrei potuto avere l'opportunità di vincere uno scudetto”.

Che cos'è che le dà più fastidio, in generale, e cosa invece la riesce ancora a commuovere?

“Quello che mi dà fastidio è la prepotenza, quella gelosia, invidia, cattiveria, quell'arroganza che c'è. Non solo nel calcio, ma anche fuori. Quello che mi fa commuovere invece è ancora il gol: io quando vedo la palla entrare in rete è come se rivivessi un momento della mia carriera”.

Esiste un pianto di commozione e uno più doloroso, quello del lutto: quand'è che ultimamente ha vissuto questi due forti e contrastanti stati d'animo?

“Io da giovane, da ragazzo, quando sono passato dall'Atalanta al Bologna, ho vissuto questo momento, di dolore perché avevo problemi di schiena, si temeva che io dovessi rimanere a lungo bloccato, che non mi sarei più mosso e si temeva che io dovessi rinunciare a continuare a giocare a calcio”.

Era, la sua, Savoldi, una storia che ricordava quella del giovane Roberto Bettega al Varese, fermato da un inizio di tubercolosi ai polmoni. Poi, la perfetta guarigione e l'esplosione alla Juve e in Nazionale...

“Sì, in certo qual modo, ho vissuto lo stesso dramma: ho temuto di non p0oter giocare più al calcio”.

E, quand'è che ha pianto di dolore vero, di lutto?
“Due anni fa, quando ho perduto mio fratello”.

Gianluigi, il fratello maggiore che ha vestito anche la maglia della Juve?
“Esatto, Gianluigi, esattamente”.

Era anche lui attaccante?
“Centrocampista, di fantasia”.

Per incidente o in seguito a grave malattia?
“No, no, ha avuto un problema al cervello, alla testa”.

Conserva un dolore giovanile? Com'è stata la sua infanzia?

“C'era solo il padre che lavorava a casa: eravamo tre fratelli, di cui una sorella, più la mamma, ma era solo il papà che portava a casa lo stipendio. Una vita, un'infanzia, quindi, piuttosto travagliata; non dico di stenti, però, dovevamo fare i conti con il poco che avevamo”.

Che lavoro faceva il papà; e c'è ancora?

“No, non c'è più, e faceva il ferroviere. La mamma, invece, c'è ancora, fortunatamente, ed è ancora abbastanza in salute: quantomeno lucida”.

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Soprattutto, almeno per quanto mi riguarda, del mio passato: io ho sempre davanti quand'ero ragazzino, quand'ero piccolo, e in famiglia dovevamo fare i salti mortali per fare quadrare i conti e non si arrivava mai a fine mese. Questo mi è sempre davanti. E, allora, io dico alla gente, alle persone che stanno bene, che hanno possibilità di fare qualcosa per gli altri, di farlo a favore di quelli che ne hanno meno”.

Oggigiorno “mister due miliardi di lire” cosa fa? L'osservatore per qualche grosso club?

“Il mio lavoro? Opero nel campo dell'ottica: vendo, in pratica, occhiali”.

Lei ha anche inciso tre dischi?
“Non proprio esattamente: due dischi e quattro canzoni”.

Bene, qual è quella in cui si riconosce di più?

“Sicuramente in quella più importante di queste quattro canzoni: è anche quella che mi ha fatto conoscere come cantante, tra virgolette. La canzoncina de “La favola dei calciatori”: in pratica, c'è un'unione d'intenti, ed anziché pensare ai calciatori avversari, si pensa a dei calciatori amici. E, questo è un po' lo spirito di questa canzone”.

Lei crede in Dio?

“Credo in Gesù, sì, credo in Gesù”.

E, quando tra cent'anni ce ne andremo da qui, come se l'immagina l'Aldilà, come vorrebbe che fosse la “Notte” - con la “N” maiuscola -, cioè Dio, come l'ha chiamata padre David Maria Turoldo? Lei ha visto morire il papà, suo fratello Gianluigi: se la sarà pure posta almeno una volta e in quelle tragiche circostanze la domanda, o no?

“Non so dove sarà andato a finire, comunque, Gianluigi ce l'ho dentro di me. Non mi sono mai posto la domanda”.

C'è sempre l'occasione per farlo.

“Ma, io non pretendo mica molto: vorrei un'altra vita come questa qui, senza invidie e gelosie, perché credo che nella vita si possa avere felicità, togliendo quell'altro aspetto, l'aspetto dell'egoismo, quella supponenza, quell'invidia, quella gelosia, quel possesso, quella smania e mania di possesso che si ha”.

C'è oggi un giocatore che potrebbe assomigliare, nelle dovute proporzioni e nei giusti tempi, a Giuseppe Savoldi?

“No, come caratteristiche no. Non saprei chi dire. Potrebbe essere, avvicinarsi a Gilardino, ecco, tanto per fare un paragone ardito; anche perché siamo uno diverso dall'altro, capito? Già come persone, figuriamoci come testa”.

Il suo idolo da ragazzino chi era?
“Io sognavo, apprezzavo molto Rivera”.

In Beppe Savoldi ha vinto più il cuore o la ragione finora?

“Ma, se dicessi il cuore, sarei bugiardo; se dicessi la ragione, sarei altrettanto bugiardo. Diciamo che nella vita, purtroppo, bisogna mediare. Magari con rincrescimento e facendo poi un esame di coscienza, però, cerco di combattere. Quando non sono da una parte, combatto con l'altra”.

Molto gentile, Beppe Savoldi.
“Macchè, grazie a lei, invece”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 24 ottobre 2010

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