ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

5/11/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GUALTIERO BASSETTI

“Jolly alla Bassetti”

Nativo di Popolano di Marradi (Fi), paesino abbarbicato sull'Appennino tosco-romagnolo, Gualtiero Bassetti (7 aprile 1942), dopo la nomina di arcivescovo di Arezzo, ha ricevuto da papa Benedetto XVI l'elezione ad arcivescovo di Perugia-Città di Castello.

Un'arcidiocesi, che conta circa 235.000 abitanti, e soglio da cui transitò il secondo papa più longevo della storia (dopo Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti da Senigallia), il romano di origini nobili Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, eletto vescovo di San Pietro all'età di 68 anni come pontefice di transizione, ma, che, invece, regnò, con sorpresa di tutti, fino all'età di 93 anni (fino cioè al 1903, lui che era nato a Carpineto Romano nel 1810).

Questo 256mo papa ha lasciato un'opera molto importante, quale l'enciclica “Rerum novarum”, stesa il 15 maggio 1891, un trattato sulle condizioni degli operai del mondo, ma, anche un profondo segno e una forte fede nei cittadini umbri.

Eccellenza, la CEI ha inteso dare nuovo impulso a quella grande intuizione di san Filippo Neri (poi ripresa da san Giovanni Bosco), che sono gli oratori: una sua riflessione in merito...

Non solo la CEI, ma anche molte Conferenze Episcopali regionali, tra queste quella umbra, da tempo hanno invitato le diocesi a rilanciare gli oratori parrocchiali. In Umbria, dopo il convegno ecclesiale regionale del 2002, dedicato ai giovani, sono stati potenziati o aperti ex novo decine di oratori. In tutta la regione ce ne sono ormai un centinaio, diffusi nelle parrocchie più grandi. Si tratta di una decisione provvidenziale. I giovani hanno così un logo sano dove incontrarsi, pregare, parlare dei loro problemi, studiare e giocare. Sono migliaia quelli che li frequentano. D'estate poi, gli oratori si spostano in mezzo alla natura, dando vita ai campi scuola o ai Grest che raccolgono tantissimi ragazzi, offrendo loro un'occasione per stare insieme, crescere nell'amicizia e nella vita di fede. Certo, perché dia buoni risultati l'oratorio va condotto bene: ci vogliono educatori e formatori all'altezza, persone che sappiano stare con i ragazzi e trasmettere loro la gioia di stare insieme, di fare gruppo e, soprattutto, di fare Chiesa. In quest'opera di animazione oratoriale sono coinvolti naturalmente i sacerdoti, ma anche i genitori, i catechisti e, se del caso, anche gli insegnanti di scuola. L'oratorio è anche un laboratorio creativo che può dar vita a realizzazioni annuali, quali spettacoli teatrali, concerti, mostre d'arte o di lavori fatti dai ragazzi stessi. Insomma, dentro l'oratorio ci può stare un mondo di iniziative, tutte mirate alla educazione e alla crescita umana e religiosa".

Lei è favorevole al cartellino rosso - come era obbligo una volta - da comminare nuovamente in tutte le partite di calcio giovanili e degli adulti (dilettantistiche e professionistiche)?

"Non sono un grande sportivo; ma una maggiore disciplina sarebbe necessaria".


Eccellenza, non ha mai giocato a calcio, da ragazzino, all'oratorio di Popolano di Marradi (FI) oppure in Seminario, oppure praticato altri sport? E in che ruolo ha giocato?

"Da bambino no, perché dall'età di tre anni ai quattordici, quando sono entrato nel Seminario di Firenze, ho abitato a Fantino, dove, come diceva la mia povera mamma, tenevano i freni anche le galline".

Era, allora, simpatizzante di qualche giocatore italiano: che so, Giacomo Bulgarelli, Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Giampiero Boniperti, Helmut Haller, Virgili, Montuori...?

"Rivera, Boniperti, Mazzola: i miti dei seminaristi del "Minore"".

In che ruolo ritiene, Sua Eccellenza, di aver giocato finora nella Sua missione di Fede, di Ministro della Santa Chiesa: attaccante, centrocampista, difensore, portiere, allenatore?

"Avendo per molti anni svolto il servizio di rettore del Seminario di Firenze, direi che sono stato un "allenatore". Uno che aiutava i giovani a ricercare la propria vocazione e a formarsi per diventare preti. Come sacerdote credo di essere stato sempre un centrocampista; uno che tiene sotto controllo la situazione in campo e fornisce agli altri l'assist per realizzare qualcosa di buono nella vita: magari un goal. Mi sono sentito anche portiere, quando ho cercato di parare qualche errore o risolvere qualche situazione preoccupante, incontrata nel ministero di prete. Da vescovo forse sono più attaccante. Cioè cerco di portare la palla avanti, chiedendo agli altri - preti e fedeli - di seguirmi, per raggiungere insieme la meta agognata e vincere la partita. Ma gli schemi calcistici non sempre si addicono alle situazioni della vita".

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

"Nella vita quotidiana non dobbiamo ma dimenticarci di rendere grazie a Dio per il bene che riversa su di noi e di svolgere sempre il nostro dovere con onestà e competenza".

Che cosa, in generale le dà più fastidio oggi, nella vita di tutti i giorni, e, cosa, al contrario, riesce ancora a commuoverla?

"Parlando di oratori e di giovani, una cosa che mi dà molta pena è vedere i ragazzi di oggi allo sbando. Se giro lo sguardo verso la finestra del mio studio a Perugia, nel pomeriggio, non faccio altro che vedere gruppetti di ragazzi vagare senza meta per la città, raccogliersi in gruppi per fumare, bere e peggio... Molti giovanissimi sono soli per tutta la giornata perché i genitori lavorano o sono separati e non seguono i figli. Non so che futuro avranno questi ragazzi, senza una guida che sappia indicare loro la strada giusta nella vita. D'altra parte ciò che mi commuove sono ancora le frotte di giovani che, nonostante tutto, si dedicano al volontariato, allo studio serio e all'impegno sociale e religioso. Sono tanti, vivono nelle parrocchie ma anche nei gruppi ecclesiali. Sono un segno di speranza".

E' vero che chi ha fede meglio sopporta il dolore: significato catartico del dolore...?

"Certo, la fede non è un analgesico, ma può fornire dei valori e delle motivazioni che in alcune circostanze della vita, specie quelle dolorose, possono aiutare. La persona di fede, consapevole del valore che la sofferenza umana ha assunto con la passione di Cristo, è capace di affrontare in modo diverso, tutto particolare, i dolori e le angustie della vita. La sofferenza aiuta a purificarci e a capire meglio il mondo. Dicevano i greci, pathei mathos, ovvero, col patire capisco; attraverso la sofferenza si imparano tante cose e si affronta la vita con più dignità. Il dolore, sempre nel pensiero classico, aveva un valore catartico, ma il papa Giovanni Paolo II nella Salvici Doloris ricorda che "se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione". La sofferenza fa parte della nostra condizione umana; ha accompagnato da sempre l'umanità. Se vogliamo, la Sacra Bibbia non è altro che un grande affresco della sofferenza umana, sulla quale si è chinato, con compassione di padre, il Signore Iddio".

Fedor Dostoievskij diceva che le felicità sono diverse, mentre i dolori sono tutti uguali e ci accomunano... (uno, cioè, può essere contento di un saluto, di una preghiera recitata con sentimento, mentre una vincita al totocalcio non riesce a far contento il vincitore. Invece, il dolore di un figlio o di un genitore perduto è uguale per tutti, piccoli e grandi, poveri e potenti)...

"Vi sono molti modi di avvertire il senso della felicità, come, credo, vi siano molti modi di avvertire il dolore. È chiaro che la morte di un figlio è un grande dolore per il ricco e per il povero. Ma vedere la casa bruciata è diverso per il povero, che ha solo quella, e per il ricco, che magari ne ha più di una. I sentimenti sono cose personalissime, che ognuno avverte in maniera unica, perché unici siamo noi uomini, con le nostre esperienze e le nostre sensazioni".

Il dolore estremo provoca la morte, la "sorella" morte per il grande Francesco d'Assisi, la "coinquilina" di tutti i nostri giorni terreni, come la chiamava padre David Maria Turoldo, ci spalanca le porte verso quale tipo di aldilà? Cosa si aspetta dall'aldilà, come se lo immagina, chi in particolare vorrebbe riabbracciare e reincontrare?

"I santi hanno sempre considerato la morte non tanto una sciagura, ma una porta che si spalanca e ci fa entrare nell'infinito di Dio. San Paolo per primo ha scritto: "per me vivere è Cristo e morire un guadagno"! Chi ha una grande fede, chi sente, anzi, vede il Signore accanto a sé, non ha paura della morte. Per le persone normali in genere non è così: la morte è un grande mistero e quasi sempre un grande dolore. Francamente non ho mai cercato di immaginare l'aldilà. Alcuni spiriti illuminati, come Dante o altri, hanno provato a farlo e hanno prodotto spesso un pittura avvincente di ciò che ci aspetta nell'altro mondo. Ma la Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa non ci dicono nulla sull'aldilà, pertanto, nessuno di noi può dire con certezza cosa sia e come sia. Solo Dio lo conosce e quelli cui lui l'ha voluto rivelare per grazia. Ciò che possiamo immaginare è che saremo altro da quel che siamo ora, con la consapevolezza, però, di essere stati quello che siamo ora, conservando la nostra identità".

Esistono, monsignore, due pianti: uno di commozione (gioioso) e uno di dolore vero, provante: quand'è che le è capitato di vivere questi due profondi stati d'animo diversi tra di loro come causa ed effetto?

"Il pianto può esprimere emozioni belle o brutte. Si piange anche per la gioia. Mi è capitato diverse volte nella mia vita di sacerdote e di vescovo. Ho pianto di gioia nell'incontrare persone care, nel ritrovare amici, nel trovare soluzioni ardite a problemi che sembravano insolubili. Ho pianto anche per angoscia, specie quando sono morti i miei genitori o altre persone care".

In lei, monsignore, ha vinto più il cuore o la ragione? Oltre la fede, ovviamente...

"Cerco sempre di valutare le ragioni del cuore e i motivi della ragione, alla luce della fede. Certo, da romagnolo e toscano, avverto di più le esigenze del cuore, ma cerco di sottometterle alla ragione e di contenermi".

Se il buon Dio non l'avesse chiamata all'importante missione che sta svolgendo, cos'altro le sarebbe piaciuto fare nella vita?

"Se ne avessi avuto la possibilità, il medico!"

Lei sta svolgendo il servizio di pastore nella diocesi di Perugia, che confina con la cittadella del "poverello di Assisi", il quale, rivolto a Papa Innocenzo III ebbe a dire: "Santo Padre, Dio ci ha dato tutto, è vero: cosa possiamo offrire a Lui in cambio se non il nostro dolore, le nostre sofferenze, le nostre angosce? Ebbene, che emozioni le suscita essere nella terra di un santo amato in tutto il mondo?

"Quando mi hanno comunicato che mi sarei dovuto trasferire in Umbria e diventare arcivescovo di Perugia, sulle prime ho provato un po' di angoscia, dovuta anche alla mia età, non più giovanissima. Poi mi sono rinfrancato anche al pensiero che sarei andato a vivere nella terra di san Francesco, un santo a me molto caro. Sono diventato terziario francescano all'età di sedici anni! E in Umbria, anche dopo secoli, si avverte ancora lo "spirito" di Francesco: semplicità, cordialità, amicizia e accoglienza verso tutti. Ad Assisi vengono da tutte le parti del mondo per onorare il "poverello". E del messaggio di Francesco noi cerchiamo di cogliere l'essenziale: solo Dio basta alla vita dell'uomo. Di tutto il resto si può fare a meno".

Il suo più grande rimpianto, "autogol", rammarico?

"Alcuni giovani, non molti grazie a Dio, che ho tanto stimato da seminaristi e che, ordinati preti, hanno poi abbandonato il sacerdozio".

Il suo motto araldico cosa vuole significare?

"Ho tratto la frase "In charitate fundati" dalla lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini, capitolo 3, paragrafo 17: "Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio". Solo attraverso l'amore di Dio e la carità verso i fratelli si può raggiungere la piena conoscenza del Signore, che è venuto per "servire e non essere servito"; non per "accusare ma per salvare".

Andrea Nocini, 4 novembre 2010

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