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INCONTRI VIP'S

8/11/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ARISTIDE GUARNERI

GUARNERI, STOPPER GENTILUOMO

E' uno che non vive tanto con la testa rivolta all'indietro: preferisce trascorrere la giornata da nonno affettuoso quanto premuroso. Aspettiamo che rientri dall'Asilo, dove si è recato a prendere la nipotina, per poterlo avere tutto nostro per una mezz'ora circa.

Aristide Guarneri, cremonese (è nato il 7 marzo 1938), ha legato il suo nome alla leggenda della Grande Internazionale del facoltoso petroliere, il cav. Angelo Moratti e del “mago” Helenio Herrera. Ma, anche alla conquista con la maglia della Nazionale del Campionato Europeo, svoltosi in Italia nel 1968, con la vittoria dell'Italia sulla Jugoslavia all'”Olimpico” di Roma.

Ma, Guarneri è passato anche alla storia per aver segnato un gol, sempre in azzurro, al più grande portiere di tutti i tempi, il russo Lev Yashin. Accadde subito dopo i disastrosi Mondiali disputatisi in Inghilterra nel 1966, e che videro l'Italia eliminata da un tecnico dentista in forza alla Corea del Nord.

Assieme al grande (e sfortunato) Armando Picchi, formò nell'Inter di allora la più grande coppia di centrali difensivi degli anni Sessanta. Tre gli scudetti conquistati in nerazzurro (1963, 1965 e 1966), due le Coppe dei Campioni (1964 e 1965), altrettante le Coppe Intercontinentali (1964 e 1965).

Dieci i campionati di fila con la maglia dell'Inter (dal 1958 al 1967), uno nel Bologna, uno nel Napoli, poi, il breve ritorno all'Inter (1969-70) e la Cremonese prima del ritiro ufficiale.

Nato come terzino destro nel Codogno, in Promozione, nello stesso ruolo nel Como di mister, l'argentino Ugo La Manna, Guarneri fu inventato stopper insostituibile dal “Mago” Helenio Herrera nell'Inter, in cui debutto il 10 ottobre 1958 a “San Siro”, triturando per 8 a 0 la malcapitata Spal di Ferrara. Per non essere mai stato espulso nemmeno una volta in campo, la stampa lo battezzò “lo stopper gentiluomo”.

Mister, ma, qual è stato il momento più bello, quello che ricorda più volentieri nella sua luminosa carriera di calciatore?

“Ce ne sono tanti. Sicuramente i primi, vedi l'esordio con l'Inter a “San Siro”, in Inter-Spal 8 a 0. Mister era Bigogno, perché io arrivai all'Inter prima che giungesse Herrera, esattamente due anni prima, nel 1958”.

Si emozionò in quell'esordio a “San Siro”?

“Non mi ricordo neanche. Sì, bé, un po' di emozione mi ha tradito: sa, avevo 20 anni, era la prima volta che giocavo in uno stadio così importante”.

Si ricorda un gol che ha lasciato il segno?

“Io di gol ne ho fatti talmente pochi, che è difficile che li dimentichi. Dunque, quello che mi ricordo meglio è quello che ho realizzato a Firenze, dove noi dell'Inter abbiamo vinto per 2-1. La Fiorentina è sempre stata una bella squadra, la trasferta di Firenze era sempre difficile, insidiosa: come lo è adesso. Forse, quando giocavo io, i “viola” erano ancora più forti di quelli di adesso”.

Ha fatto gol di testa?

“No, no, ho fatto gol di piede. Di testa ne ho fatto uno solo nella mia carriera. A Brescia: perdevamo 2-1 ed anche lì ho realizzato il gol del definitivo pareggio del 2-2”.

Lei ha segnato anche a un certo Lev Yashin, il più grande portiere della storia del calcio...

“E' stato l'unico gol che ho fatto in Nazionale in 21 incontri giocati. Di piede, sempre”.

Cosa ha provato a stendere il più grande numero uno di tutti i tempi?

“A parte che la ciliegina, diciamo così, è venuta anche perché abbiamo battuto l'U.R.S.S. grazie al mio gol, 1-0, a “San Siro”, il 1° di novembre 1966; quindi, doppia soddisfazione. Ebbé, in quel momento lì non stai a pensare chi c'è in porta o chi non c'è: io ho tirato ed è andata bene. Era la prima partita dopo l'infausta Inghilterra 1966, la prima uscita dopo la famosa disfatta subita per mano della Corea, e la prima gara che abbiamo fatto è stata questa qui, contro la Russia, a “San Siro”, dove c'erano convocati ben 9 giocatori dell'Inter, e hanno giocato quasi tutti, per la precisione, 8”.

Qual è stato il giocatore più forte che ha dovuto marcare nella sua carriera?

“Io ho marcato uno che è stato, in quel periodo, il più forte di tutti: Pelè. Però, l'ho marcato due o tre volte in amichevole nell'Inter contro il Santos. Quello lì per me è stato il più grande giocatore di quei tempi. In Coppa dei Campioni, tranne Eusebio del Benfica, che però non lo marcavo io, non c'erano grandi assi. Quelli erano tutti in Italia. C'era un certo Altafini del Milan in Italia, contro il quale veramente dovevo sudare, c'era Nielsen del Bologna. Ho incontrato nella prima finale di Coppa dei Campioni del '64 Puskas del Real Madrid, però, erano giocatori che volgevano un po' al tramonto. Anche se di indiscutibile talento. Altafini era molto bravo, però, io ci giocavo contro bene, perché lui partiva – questo l'ho saputo dopo, quando ci siamo rivisti da ex giocatori – già un po' demoralizzato, e lui soffriva la mia marcatura. Ed io prendevo su di lui le giuste misure; anche se mi ha fatto qualche gol, eh. Contro di lui, facevo sempre delle grandi partite”.

E' stato mai espulso? Autoreti clamorose?

“Espulso, mai, almeno in campo. Non ricordo di aver perso a causa di una mia clamoroso intervento difensivo. Magari, qualche papera, sicuramente l'ho fatta, ma, autoreti vistose, no, non ne ho mai fatte”.

Il momento più brutto: quando avete perso all'”Olimpico” di Roma lo spareggio-scudetto contro il Bologna (1964), oppure quando avete perduto lo scudetto al “Martelli” di Mantova contro i virgiliani causa quella famosa papera di Sarti, che consegnò lo scudetto (1966-67) alla Juventus?

“Tutti e due sono state brutte parentesi della mia carriera. E i brutti episodi risaltano bene in mezzo ai tanti successi, perché sono più cocenti e ti rimangono maggiormente impressi. Nella gara-spareggio contro il Bologna, loro hanno vinto meritatamente perché non è che sia successo qualcosa di strano. Hanno giocato meglio quella partita lì i rosso e blu”.

Invece, quella domenica al “Martelli”, vistosa fu la papera commessa dal portiere nerazzurro Giuliano Sarti...

“Però, a Mantova, eravamo già in fase calante: avevamo perso 3-4 punti in 2-3 partite. Quell'anno lì c'erano stati pochi ricambi: giocavano sempre gli stessi. E alla fine siamo arrivati stremati e avevamo perso la Coppa dei Campioni contro il Celtic, schierando un'Inter tutta italiana, senza i tre stranieri Jair, Peirò e Suarez, infortunati tutti e tre”.

Ma, quella di Sarti, fu una papera telecomandata, voluta, o puramente accidentale, casuale?

“Per me è stata casuale: non sono qui per difenderlo. Se l'ha fatta volontaria, l'ha fatta bene, perché è talmente macroscopico quell'errore che non può essere preordinato, calcolato prima voglio dire. Secondo me, Sarti non ha guardato bene la palla, voleva vedere a chi poteva darla. Ha perso di vista, per un attimo, il pallone e gli è scivolato dalle mani. Perché Giuliano (Sarti) non giocava quasi mai con i guanti; a parte che era una giornata di sole e, quindi, non c'era bisogno di indossarli. Però, è stato un infortunio, che, come si vede anche oggi, capita ai portieri”.

Quella volta lì, quando l'ex interista Gegè Di Giacomo cacciò la palla in rete, scucendovi di dosso lo scudetto, pianse Aristide Guarneri?

“No, ho pianto altre volte, per altri motivi, ma, non quella domenica a Mantova”.

Siamo arrivati, senza volerlo, al tema centrale del libro, alla parola dolore. Quand'è che ha pianto per altre cose?

“Quella volta non piansi affatto: ero giovane giovane, avevo 29 anni. Forse, adesso che mi fa venire in mente, ho pianto quando il primo allenatore che ho avuto all'Inter, mister Bigogno, ce l'aveva un po' con me, continuando a riprendermi, a rimbeccarmi. L'ho capito dopo perché se la prendeva sempre con me: perché i grandi Suarez, Facchetti, Mazzola, Corso erano intoccabili, ed allora lui si sfogava contro di me ed altri. Una volta, mister Giuseppe Bigogno mi ha ripreso sonoramente durante un allenamento che se ne sono accorsi perfino i miei compagni. Negli spogliatoi, gli “intoccabili” si chiesero tra di loro: “Ma, cavoli, cosa aveva il mister contro Aristide? Ha un nodo alla gola quel ragazzo...”. Sentendo queste parole di interessamento e di conforto da parte dei miei compagni nerazzurri nei miei confronti, scioglievo il nodo alla gola e prorompevo in un bel pianto liberatorio, sfogando tutto quello che avevo dentro”.

Nella vita, invece, quando ha dovuto piangere non di rabbia, ma di vero dolore? Quando è morto il suo compagno di reparto Armando Picchi, o Giacinto Facchetti?

“Ma, guardi, le dico la verità: non sono uno con la lacrima facile. Magari mi tengo tutto dentro; non sono uno che versa lacrime”.

La sua infanzia, com'è stata?

“La mia infanzia da povero è stata serena. Mio padre Giuseppe era uno scultore-pittore, mia mamma Adele hanno tirato su tre figli, due sorelle e il sottoscritto”.

Ci crede in Dio?

“In Dio ci credo, un po' meno in quelli che lo seguono. Quelli che sono intorno alla chiesa non è che mi piacciono tanto”.

Lei ritiene che dopo la morte possa esistere un Aldilà?
“Non molto”.

Con la morte, vuole dire, finisce tutto?

“Come faccio a saperlo. Spero di saperlo” e giù una gran bella risata dello stopper della Grande Internazionale “il più tardi possibile”.

Non pensa un giorno di ritrovare, di riabbracciare i suoi cari?

“Se sarà così, va bene. Non è che ci penso molto a quel passaggio lì, a quella cosa lì, assolutamente. Non mi pongo quel problema lì”.

Lei è davvero bravo a non porsi interrogativi di questo genere con tutti i giovani che periscono sulla strada. Lei è un vero “duro”...

“No, non sono un “duro”: anch'io ho i miei sentimenti, però, il pensare alla morte...Alle volte, ci faccio un pensierino alla morte, come sarà, però...”.

E, quelle poche volte che ci pensa, cosa medita? Spera che ci sia un Aldilà migliore, più sereno?

“No, non penso a quelle cose lì; penso come sarà quando dovrò passare per quella strada lì: sarà attraverso un colpo, una malattia, un incidente. E' a quello che penso, non se ci sarà o come sarà l'Aldilà”.

Che cos'è che le dà più fastidio e che cosa la riesce ancora a commuovere in generale?

“In generale, mi dà fastidio chi maltratta gli animali, ma, qualsiasi animale, non solamente il cane. Anzi, quando vedo in televisione che sparano agli animali, cambio canale. Più rabbia me la danno i prepotenti, la maleducazione, i falsi, i doppia faccia”.

Lei oggi è un nonno felice: cosa raccomanderà un bel giorno ai suoi 4 nipoti Filippo, Noè, Carlotta e Fedro quando saranno belli grandi?

“Ricordarsi le origini: certa gente è nata povera e non se lo ricorda più. Meglio: non vuole ricordarselo più, quasi fosse stato un disonore. Io, invece, la mia infanzia la ricordo bene, la tengo ben presente: non la rinnego. Certi sono nati poveri e fanno quelli che sanno tutto loro. Non è mica un disonore essere nati poveri, eh. Non è nemmeno un onore, è colpa di nessuno. Ma, le mie origini erano quelle lì: io ho fatto fatica, sono nato nel 1938, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Un po' di Guerra, io me la ricordo, eh. Avevo 6-7 anni, ricordo che non c'era da mangiare, si faceva fatica ad avere il cibo. Però, non le ho mica dimenticate quelle mancanze, quei disagi lì”.

Un ricordo ora del “Mago” Helenio Herrera e uno del cavalier Angelo Moratti, presidente della sua Grande Internazionale...

“Cosa ricordo di Herrera? Che ha portato una ventata di novità nel calcio. Ha portato proprio un cambiamento radicale nel nostro calcio e, devo dire la verità, con i suoi allenamenti mi sono trovato benissimo, a mio agio, sia come uomo che come mister. E' stato un feeling, il mio con quello di Herrera. Di Angelo Moratti mi ricordo una grande umanità, un grande presidente. Riusciva a rimproverarti, ma, lo sapeva fare senza ferirti: era molto umano. Sia lui che la sua famiglia. Era un signore”.

Un ricordo del grande Armando Picchi, suo compagno di reparto scomparso troppo prematuramente...

“Ah, Armando era un grande ragazzo, un grande uomo, con cui in campo – perché dopo ognuno andava per i fatti suoi – abbiamo fatto una bella coppia. C'è stato un bel feeling con Armando: ci capivamo anche a sguardi. Bastava che girasse gli occhi, li puntasse verso di me, ed io sapevo in partita come dovevo comportarmi. Lui sapeva come prendermi ed io con lui non ho avuto mai discussioni. Lui aveva capito che quando giocavo male io lo intuivo subito e allora lui veniva piano piano, perché ero già abbastanza imbufalito, e lui sapeva come riprendermi, correggermi e sostenermi”.

Si è emozionato di più nel 1968, quando a Roma trionfò con la Nazionale agli Europei, o quando sollevò al cielo per la prima volta la Coppa dei Campioni?

“Ebbé, la prima Coppa dei Campioni è stata davvero una grande emozione nel 1964. Lei deve sapere che gli avversari del Real Madrid li avevamo visti solamente nelle figurine, perché allora non c'era quella forza mediatica che c'è oggi. Ricordo che quando Sandro Mazzola ha visto per la prima volta in carne ed ossa Di Stefano, quei campioni lì, impallidì. Anche noialtri interisti ci siamo guardati in faccia, chiedendoci: “Ma, questi sono quelli delle figurine? Erano delle leggende, non scartini, eh!”

Nel 1968, una volta laureatosi campione d'Europa per Nazioni, si è emozionato?

“Quando sentivo l'inno di Mameli, quella volta sì, mi sono emozionato. Mi è venuta la pelle d'oca, è vero. Ma, non solo in quella partita lì: con l'inno mi emozionavo”.

Aristide, perché questo nome così strano, così raro? Lo aveva il grande armatore greco Onassis...

“Sì, è vero, perché mio papà essendo uno scultore, ci ha dato un nome che richiamava la classicità, il bello degli antichi greci e latini. Una sorella l'ha chiamata Lia, l'altra Cnedia. Mio padre aveva frequentato l'Accademia di Bergamo, e conosceva bene tutti gli scultori greci. Infatti, di Aristide ce ne sono pochi. Ma, non mi paragoni, per carità, ad Onassis...”.

Che cosa le sarebbe piaciuto diventare, se non avesse fatto il calciatore?

“Ah, cavolo, eh: non me l'hanno mai chiesto”.

Forse, il veterinario, l'avvocato, l'ingegnere?

“No, io non ero portato per gli studi: sono arrivato fino alla Terza commerciale. Nella vita non so. Ma, sa che è una bella domanda questa? Non ci ho mai pensato. La mia carriera, in un anno solare, nel 1957 giocavo in Promozione nel Codogno, nel 1957-58 a Como in serie B, e nel 1958-59 in serie A, nell'Inter. Io, nell'arco di un anno solare, sono passato dalla Promozione alla serie A e non ho fatto in tempo a scegliere perché a 18-19 anni ero già in serie B, ed allora era già un traguardo grosso, soprattutto per un difensore. Oggi, giocano anche a 17”.

Le sarebbe piaciuto fare l'attore, il camionista e girare così l'Italia, l'Europa, il mondo, lo scultore, cos'altro?

“No” e giù un'altra bella e fragorosa risata che accompagna la risposta: “C'è stato un anno che m'hanno interpellato per fare l'attore. Roba da matti!”

Sì, dove, a Roma?

“Mi aveva telefonato la segretaria della produttrice di pellicole cult, la contessa Marina Cicogna: aveva visto delle foto e voleva farmi un provino come attore. Ma, ho disdetto l'invito”.

Lo scultore?

“No, no. Eh, lì, ciao: se non hai la mano, non puoi dire io faccio l'attore. Mio papà a 7 anni faceva già i quadretti: figuriamoci, è una dote. Nel calcio come nella pittura devi avere il talento nel sangue”.

Il dono dell'arte, dell'inventiva. Che deve essere presente nel Dna di ciascuno di questi professionisti del pennello o della pedata...

“Mio papà mi ha trasmesso l'arte nei piedi” e giù, ancora, un'altra splendida risata dello “stopper gentiluomo” della Grande Inter, dei genitori dell'attuale Inter di Massimo Moratti.

Aristide è gentile anche nel voler ricordare la moglie Lucia (“Siamo insieme da quando siamo sposati, mentre adesso molti cambiano la moglie”). La quale gli ha dato tre figli: Andrea, bancario, Roberta, casalinga, e Daniele, geologo. E quattro nipoti. Che superano in affetto – e dici niente? - i tre scudetti conquistati in campo con la Grande Inter herreriana.

Perché, Guarneri, piace di più la Grande Internazionale degli anni 60, che l'Inter di adesso?

“Piacerà certamente di più agli sportivi che hanno dai 50 anni in su come lei. Bisognerebbe sentire i giovani come la pensano. Anche perché non puoi chiedere un giudizio a chi non l'ha mai vista la nostra Inter. Allora, il calcio era diverso: c'era più calcio e meno business. In quasi tutte le squadre, vedi L.R. Vicenza, Bologna, Torino, Inter stessa, c'erano più bandiere, più fedelissimi, come dice lei. C'era più attaccamento alla maglia. Hanno sempre giocato in quella squadra e basta: non sono mai andati via. Adesso, il calcio è cambiato e, sinceramente, non so nemmeno che torti dare ai ragazzi di oggi. Ognuno è figlio del suo tempo, o no?”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 novembre 2010

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