ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

10/12/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ENRICO LETTA

E' UNA PARTITA...GIA' LETTA

Enrico Letta (Pisa, 20 agosto 1966) è uno degli esponenti di punta del Partito Democratico, di cui ricopre dal 7 novembre 2009 l'incarico di vice-presidente. Laureato in Scienze Politiche all'Università di Pisa, consegue il Dottorato di ricerca in Diritto Internazionale.

Ha fatto parte dei gruppi politici “La Margherita”, “L'Ulivo” e il Partito Democratico, succedendo a Piero Fassino. Nel 2004 è stato eletto parlamentare europeo per la lista di “Uniti nell'Ulivo”, nella Circoscrizione Nord-Est, ottenendo 176.000 preferenze, ma, ha sempre ricoperto, all'interno del suo Gruppo, numerosi e prestigiosi incarichi.

La sua professione è quella di dirigente d'azienda privata, ma, è il deputato toscano è molto prolifico anche nella pubblicazione di libri, ultimo quello scritto a quattro mani con Lucio Caracciolo e intitolato “L'Europa è finita?” e pubblicato nel luglio 2010. E' sposato in seconde nozze con la giornalista Gianna Fregonara, e ha tre figli.


Ha mai giocato a calcio e in che ruolo? Ha praticato altre discipline agonistiche?

"Come tantissimi ragazzini della mia generazione ho trascorso praticamente tutta l’infanzia giocando a pallone: in strada, nel cortile sotto casa, al parco, nel giardino della casa di famiglia in vacanza. Talvolta persino dentro casa mia, con il rischio di frantumare e mandare in mille pezzi tutto quello che mi capitava a tiro. Appena potevo indossavo maglia e pantaloncini del Milan e via a giocare. Poi, a scuola, ho praticato il basket, un po’ per l’altezza un po’ perché effettivamente mi piaceva: meno del calcio, ma mi piaceva".

Nella vita di tutti i giorni, Lei, on. Letta, che ruolo ritiene di interpretare: attaccante, centrocampista, difensore, portiere?

"A calcio mi piace stare in attacco: lo faccio tuttora quando si organizzano le partite con gli amici. Nella vita di tutti i giorni credo che non esista un ruolo fisso: dipende dalle circostanze, dai passaggi che si vivono, dalle relazioni che si instaurano. Qualche volta mi è capitato di sentirmi un mediano, altre di giocare in difesa e di respingere colpi, altre ancora di ripartire e contrattaccare. Credo che capiti a tutti".

In questo libro si parla di Dolore: che cosa Le trasmette il dolore altrui?

"Dolore e felicità hanno una prerogativa in comune: sono difficili, impossibili forse, da descrivere fino in fondo. Penso che ognuno abbia il suo modo di viverli e che l’errore più frequente – in cui prima o poi siamo incappati tutti – sia quello di reputare il proprio dolore o la propria felicità più profondi o più importanti di quelli degli altri. Rispondendo alla domanda, il dolore altrui, oggi che sono adulto e che ho vissuto esperienze belle e brutte, mi fa pensare a quanto in definitiva siamo uguali di fronte alla sofferenza: più o meno fragili, più o meno bravi ad ammortizzare i colpi. Tutti, comunque, esposti".

Quand'è stata l'ultima volta che ha pianto di vero dolore?

"Solo qualche giorno fa, quando ho dato l’ultimo saluto al mio amico Renzo, capo storico degli scout di Pisa che mi ha accompagnato all’inizio della mia vita politica e che mi ha insegnato i principi di un impegno realmente disinteressato. Principi che non so bene se ho applicato fino in fondo come lui ci spingeva a fare".

Esistono due pianti: uno di commozione (positivo) e uno di dolore: quand'è l'ultima volta che ha provato questi due stati d'animo tra di loro contrastanti?

"Beh, sì forse proprio ai funerali di Renzo. Perché accanto al dolore c’era la commozione per questa perdita, ma anche la felicità di aver potuto condividere un pezzetto del mio cammino con una persona così speciale".

L'amico, mio mentore sen. Sergio Zavoli, ha detto, citando il poeta Eluard, che alla meta (quella finale) si va sempre in due: è vero?

"Sì è vero. Son d’accordo. Credo che la vita sia condivisione, scambio e sintesi, non solitudine o autoreferenzialità".

Se non avesse fatto il politico, cos'altro Le sarebbe piaciuto fare nella vita?

"Mi sarebbe piaciuto seguire la mia passione per l’Europa e occuparmi di quello che, nei ritagli di tempo, cerco di seguire anche oggi: la ricerca e lo studio sul processo di integrazione comunitaria e le politiche pubbliche europee. In alternativa, avrei provato a fare il giornalista-fotografo del National Geographic. È un mio pallino da sempre: girare il mondo con uno zaino leggero, raccontarlo, provare a trasmettere sfumature e chiaroscuri".

Cos'è che Le dà più fastidio e cosa invece riesce ancora a commuoverLa nella vita di tutti i giorni?

"Mi danno fastidio il velleitarismo, l’approssimazione, la mancanza di attenzione e di rispetto nei confronti degli altri, delle persone come della comunità nel suo complesso. Mi commuovono la fatica di chi magari prova a rialzarsi dopo un fallimento, la cura di chi mette tutto se stesso nella realizzazione di un progetto di vita o di lavoro, lo spirito di squadra di quanti capiscono che le cose più belle e durature si fanno insieme".

Serba qualche "autogol", cioè qualche rammarico? Qual è stato il più bel "goal" segnato nella sua vita finora?

"Di esperienze amare e di motivi di rammarico ne conservo naturalmente diversi, come tutti immagino. Per fortuna ci sono state e ci sono anche le occasioni di soddisfazione e felicità, a partire da quelle che mi derivano dalla mia famiglia".

Solitudine, sconcerto, assenza di valori veri (anche di chi predica in politica): come se ne verrà fuori?

"Lo dicevo prima: con lo spirito di squadra di una comunità che comprende che solo insieme, ciascuno contribuendo nel suo piccolo, si può restituire un senso al nostro vivere comune e raggiungere risultati importanti. Il mio maestro, Nino Andreatta, amava evocare l’immagine della fatica ingrata degli scalpellini medioevali che, per costruire la loro cattedrale, mettevano la stessa dedizione in tutte le decorazioni, si trattasse della facciata o dell'interstizio più nascosto, quello nell'angolo là dietro, che “solo i piccioni erano in grado di apprezzare”".

Se diventasse Ministro dello Sport e Spettacolo, cosa promuoverebbe subito?

"Al di là delle proposte normative più tecniche utili a restituire competitività, anche economica, a un settore che negli ultimi anni pare essersi incartato su se stesso, credo che promuoverei, da un lato, misure e incentivi per riportare le famiglie, e i bambini soprattutto, negli stadi di calcio; dall’altro, un piano serio di investimenti pubblici per la costruzione o l’ampliamento di spazi di aggregazione destinati alla pratica sportiva, specie delle cosiddette “discipline minori” che in realtà hanno un grado di attrazione elevatissimo nelle giovani generazioni. Palestre di pallavolo e basket, centri polisportivi, piscine nelle periferie. Ditemi quale ragazzino preferisce stare a bighellonare in strada piuttosto che passare ore e ore sotto una rete, un canestro, dietro a un pallone. Lo sport rafforza lo spirito di gruppo e soprattutto insegna a vincere e a perdere".

È vero che chi ha Fede, accetta, sopporta meglio il grande dolore?

"Purtroppo no. La Fede è un dono, non un balsamo per lenire i dolori. Di fronte alla sofferenza, come dicevo, siamo tutti umani e per questo vulnerabili. Poi, certo, è impossibile generalizzare gli effetti e le reazioni alla sofferenza perché ciascuno vive la fede, così come il dolore, a suo modo, nel proprio intimo".

Dostoievskij diceva che i dolori sono tutti uguali: cambiano, semmai, le felicità...

"No, per me dolore e felicità sono le due facce della stessa medaglie. Ed entrambi, lo ripeto, non sono “tutti uguali”, ma variano in funzione degli stati d’animo, delle sensibilità, delle fragilità di chi li vive.

È vittima, alla maniera di molti calciatori, anche Lei della superstizione? Se sì, a che rituali ricorre?

"Lo sono abbastanza, non tanto per convinzione quanto per istinto. E per questo i miei piccoli rituali preferisco non rivelarli. Non sia mai smettessero di funzionare…
Quando a Milano (idem per Roma ed altre metropoli del mondo) si spengono le luci (al venerdì sera quelle della grande fabbrica) si accendono le parole (Ermanno Olmi): sua riflessione...
Dipende dai giorni e dagli interlocutori. Qualche volta può anche essere necessario, e salutare, “spegnere” le parole e godersi il silenzio".

A cosa non rinuncerebbe mai e per nessun motivo al mondo?

"Alla quotidianità, a cose assolutamente ordinarie ma bellissime, alle abitudini di una vita “normale”.

Don Lorenzo Milani: "La fame, se singola, è un problema igienico; se di tanti altri, morale"...

"Morale e – mi permetto di aggiungere – politico, nell’accezione più alta che ancora riusciamo ad attribuire a questo termine. Quanto a don Milani mi piace qui ricordare il suo insegnamento più bello, un punto di riferimento per me. È quello secondo cui, alla fine della vita, se il Signore vedrà le nostre mani immacolate, si arrabbierà perché capirà che le abbiamo tenute sempre in tasca".

Padre David Maria Turoldo: "Non siamo il sistema, ma viviamo immersi nel sistema; non siamo il mondo, ma ci agitiamo nel mondo"...

"Sì, ma forse ci agitiamo un po’ meno se riusciamo a trovare compagni di viaggio che condividono con noi i percorsi che facciamo e, ancora con noi, provano a dargli un senso".

Pascal, il cavallo di battaglia del card. Ersilio Tonini: "Il grande sogno mio (di Pascal) è di trovarci tutti, un giorno, in un punto qualunque del pianeta, e non farci riconoscere più con il titolo, l'onorificenza acquisita negli studi, nel lavoro, ma dire: "Ciao, io sono Andrea, sono il tuo alter ego: siamo tutti a immagine e somiglianza di nostro Signore Gesù"...

Titoli e onorificenze sono solo una specie di armatura, tanto più impenetrabile o ostentata da parte di chi ha paura del nostro essere, tutto sommato, uguali e fratelli.
Roger Bacon: "I soldi sono come lo sterco: se ammucchiati, ammorba l'aria; se ben distribuito, fertilizza"...

Se ben distribuito fertilizza, riduce le disuguaglianze, conduce a uno sviluppo diffuso e pervasivo. Basta capire che sviluppo ed equità non sono affatto in contraddizione l’uno con l’altra, ma complementari. Considerarli alternativi è un errore tanto di chi predica un individualismo liberista sfrenato e senza regole quanto di chi si scaglia contro la ricchezza come se fosse impossibile distribuirla in modo giusto e progressivo tra i cittadini.

Mario Luzi: "Solo la poesia ci salverà perché è concezione fondante del parlare e dell'ascoltare"...
No, anche la prosa è indispensabile. Non mi fido, a pelle, degli alfieri della poesia a tutti i costi. I problemi si risolvono volando alto certo, ma anche avendo il coraggio di mettere mani e piedi nel fango. Prosaico, ma necessario.

Elia Visel: "Se qualcosa può salvare l'umanità, sarà il ricordo. Quello del male ci potrà difendere dal male, quello della morte dalla morte"...
Rispondo con Cesare Pavese: “Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato”.

Il principio vale, dunque, tanto per gli individui quanto per gli Stati.
Erasmo da Rotterdam: "Saper vivere il senso della festa è già rinascere"...

Vivere il senso della festa, non prendersi troppo sul serio, relativizzare il proprio dolore e la propria felicità: non so se tutto questo significa “saper vivere”, ma non mi sembra di avere in tasca soluzioni migliori.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 7 dicembre 2010




Visualizzato(2242)- Commenti(8) - Scrivi un Commento