ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

16/12/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ANTONIO CABRINI

IL “BELL'ANTONIO” A TUTTO CAMPO

Campione del Mondo nel 1982 in Spagna con la Nazionale guidata da Enzo Bearzot, collezionista di scudetti e trofei internazionali con la Juventus, la prima cosa che ti colpisce nell'asso cremonese (8 ottobre 1957) è quella semplicità, che raramente si sposa con il sex appeal verso il pubblico femminile, e la grande umiltà che accompagna chi ha vinto nel calcio tutto quello che c'era da vincere, ma che è il vero segreto di un autentico campione in campo e fuori dal campo.

Scuola Cremonese, dopo il debutto in B con i grigio-rossi della sua città, è l'Atalanta a farlo debuttare nella massima ribalta, e la Juventus a valorizzarlo al massimo. Quindici campionati consecutivi con la “Vecchia Signora” della famiglia Agnelli, e un totale di 352 (297 in bianco-nero e 33 reti) partite disputate in serie A. Disputa gli ultimi due campionati nel Bologna (1989-1991) prima di dedicarsi all'attività di allenatore (Arezzo, Crotone, Pisa, Novara e Nazionale della Siria).

Colleziona 73 maglie azzurre, firmando 9 reti, record poi infranto dal milanista Paolo Maldini. Nel 2008 partecipa in veste di concorrente (poi ritiratosi per un guaio muscolare) alla trasmissione “L'isola dei famosi”, e contemporaneamente pubblica il romanzo “Ricatto perfetto”. Nel 2009 è consulente esterno del partito politico “Italia dei Valori”, mentre da febbraio 2010 debutta come telecronista di Dahlia Tv.

Qual è stato il momento più bello, più esaltante di calciatore di Antonio Cabrini?

“Sono stati due i momenti più importanti, uno rappresentato da una vittoria a livello giovanile di un torneo importante, il “Torneo di Cremona”, categoria Allievi. E' stato il primo grosso traguardo raggiunto ed avevo 15 anni. Poi, naturalmente, a livelli più alti, sicuramente il Mondiale dell'82 in Spagna”.

Trionfo di 3 a 1 ai danni della Germania Ovest, che ha cancellato quel suo rigore sbagliato, o no? E' stato l'unico rigore clamorosamente fallito della sua vita, quello al “Bernabeu”?

“Come importanza, sì, anche perché non me ne ricordo altri importanti sbagliati. Il periodo in cui sono stato rigorista della Juventus, ne ho sbagliati veramente pochi; anzi, forse soltanto quello. Quindi, altri non ce ne sono stati, diciamo”.

Qual è stato il gol più importante e quello più stilisticamente bello?

“Il più importante è stato il gol nel derby di Torino nel 1977-78, all'ultimo minuto della partita del derby Juventus-Torino. C'è stata una palla contrastata al limite dell'area del Torino, Bettega me l'ha appoggiata indietro e io ho calciato al volo e l'ho messa nell'angolino da fuori area”.

Di sinistro, naturalmente...

“Sì, certo”.

Il più stilisticamente bello?”

“Come difficoltà, quello segnato certamente contro l'Argentina, nei Mondiali del 1982. E' stato un gol dall'alto coefficiente di difficoltà perché ho colpito al volo con pala che veniva da dietro. Come difficoltà è stato il più bello”.

Come mai è rimasto sempre una brava persona, nonostante fosse il giocatore più bello d'Italia?
Come è riuscito a non farsi accecare dalle luci della grande ribalta?

“Probabilmente ho ricevuto un'educazione famigliare, che mi ha fatto sempre tenere i piedi per terra. Poi, un mondo che ho cavalcato, ho vissuto, quello dello sport, magari in maniera diversa da altri miei colleghi. L'ho sempre interpretato come un divertimento”.

La sua infanzia com'è stata?

“Mio padre è agricoltore e ha vissuto per 15 anni in un'azienda agricola nel Cremonese. La mamma era casalinga”.

Proviene da una famiglia numerosa?

“No, eravamo in quattro in tutto: due genitori e due fratelli maschi. I miei genitori vivono ancora nella casa dell'azienda agricola di Cremona”.

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Secondo me, quando si vive la quotidianità, la vita di tutti i giorni, non bisogna mai di dimenticare di cercare di raggiungere dei risultati e a tutti i livelli: è un appagamento, un risultato importante”.

Se lei non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto fare di più nella vita?

“Sicuramente, avrei continuato il lavoro di mio padre: l'agricoltore”.

E' in politica, nel partito de “L'Italia dei Valori”?

“No, no, no, non sono in politica. Ho solo dato una collaborazione esterna per quel partito nella Regione Lazio per lo Sport, ecco”.

Lei con la sofferenza ha mai avuto a che fare? Non ha mai pianto di dolore?

“Mah, io ho avuto tanti infortuni e, come spesso succede nel mondo dello sport, tanti successi ma anche tante delusioni. Però, non mi sono mai fermato troppo a pensarci su: ho sempre cercato di scrollarmi di dosso immediatamente i momenti sia buoni che meno buoni, perché comunque sapevo che nel calcio non devi stare a guardare quello che fai di buono e quello che fai di meno buono”.

A chi calcisticamente deve dire grazie; chi è stato a trasmettergli tanto nel calcio?

“Sicuramente, a livello di calcio, devo ringraziare il primo allenatore che ho avuto nelle giovanili della Cremonese, il quale mi ha impostato come difensore: Ivano Nolli. Poi, dopo ho avuto Trapattoni nella Juventus e Bearzot in Nazionale che mi hanno un po' completato sotto tutti gli aspetti”.

Un ricordo, un aneddoto dell'avvocato Agnelli.

“Mah, l'Avvocato era sempre vicino alla squadra, costantemente in contatto proprio con lo spogliatoio. Questa figura era presente e nello stesso tempo per lui la squadra era la ciliegina sulla torta, perché ci teneva molto all'ambiente, alla squadra, la sentiva molto sua, ecco. Devo dire che quando avevi qualche richiesta particolare, potevi sicuramente confidare nell'Avvocato, se c'era la possibilità volentieri. Era una persona, comunque, come ho detto prima, molto vicino alla squadra, molto vicino ai giocatori. E' chiaro che aveva più confidenza con qualcuno e meno con qualcun altro, però, era un uomo di calcio, sicuramente. Era molto aggiornato”.

Qual è stato il rimprovero più grande che si è sentito trasmettere; e dov'è che doveva calcisticamente migliorare?

“Direi sicuramente nell'aspetto tecnico: essendo un mancino assoluto, il fatto di migliorarmi con il piede destro. A questo ci ha pensato Trapattoni, che ha perso tantissimo tempo fuori dall'orario di allenamento con me, a stare ore e ore a insegnarmi a calciare di destro. Meglio, ad essere coordinati più che altro”.

E' vero che nella vita il bello aiuta? In lei quanto l'ha aiutato essere bello?

“Sì, sicuramente ha aiutato, ti aiuta moltissimo. E' stata una parte integrante della mia carriera. Mi ha aiuto moltissimo perché è chiaro che subentrano anche altre situazioni non soltanto lavorative, non soltanto sportive, ma altre, appunto perché magari ti vedono una figura piacevole da far vedere”.

Qual è stato il suo idolo da ragazzino?

“A me piaceva moltissimo Pierino Prati”.

Perché le piaceva così tanto l'attaccante del Milan di Rocco: per le sue basette, per il suo modo scanzonato di giocare, per i suoi gol?

“Perché, innanzitutto, era mancino, giocava ala sinistra, il ruolo che ho sempre preferito, adorato fare”.

Che cosa le trasmette la sofferenza, il dolore altrui?

“Che la vita è appesa a un filo, per cui devi dare il giusto valore ad ogni cosa, senza prendertela più di tanto”.

Se lo porta dentro bene nel suo cuore il grande Gaetano Scirea?

“Sì, Scirea fa parte della mia vita. Sia a livello calcistico, ma, ancor di più da amico in campo”.

Avevate una bella amicizia voi due?

“Un buonissimo rapporto. Eravamo colleghi di reparto difensivo, ma, Gaetano era più un amico fuori dal campo”.

Superstizioso il “Bell'Antonio”, oppure no?

“No”.

Nemmeno quando ha calciato quel rigore mondiale alla Germania?

“No, assolutamente. Non sono superstizioso”.

Però, quell'errore fu ben cancellato dal 3 a 1 finale rifilato dagli azzurri ai tedeschi, o no?

“Sì, va bé, però quel rigore viene ancora ricordato, è rimasto ancora impresso nella memoria dei tifosi azzurri”.

Un giocatore alla Cabrini esiste nel calcio italiano, inglese od europeo?

“Mah, ci sono dei giocatori di fascia che stanno facendo ed uscendo abbastanza bene”.

Ne scelga qualcuno, mister?

“In Italia, si è perso un po' il valore del giocatore di fascia, e, quindi, adesso si sta cercando di recuperarli, di ritrovarli”.

Altrove, invece?

“Ce ne sarà qualcuno sicuramente in Europa, qualcuno tedesco”.

Crede in Dio, Antonio Cabrini?

“Sì, credente ma non praticante”.

L'Aldilà, tra 100 anni, come se l'immagina?

“Non ci penso, perché è una materia troppo complicata”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Il cuore, sicuramente”.

Il motto della sua vita, qual è?

“Quello di guardare sempre avanti e di non girarsi mai”.

La voglia di ritornare in panchina c'è ancora, mister?

“Sempre, è la mia professione”.

Di commozione ha mai pianto? Si è commosso di più quando assieme agli azzurri e a capitan Zoff ha alzato in cielo la Coppa del Mondo o quando ha sollevato con la Juventus la Coppa dei Campioni?

“Sono due esaltazioni diverse. E' chiaro che vincere il campionato del Mondo succede una volta nella vita”.

Quindi, lei, Cabrini, dà più importanza a quella Coppa vinta in Spagna nel 1982 che a tutti gli altri numerosi trofei e scudetti conquistati in bianco e nero?

“Sì, bé, a livello di Nazionale, è il traguardo che ogni calciatore vorrebbe raggiungere”.

La bellezza non l'ha cambiata: la notorietà?

“Mah, bisognerebbe chiederlo a quelli che mi frequentano. Non mi sembra assolutamente perché ho comunque vissuto questo mondo in maniera normale”.

La ringraziamo, mister, e speriamo di rivederla presto alla guida di una squadra.

“Grazie, grazie”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 16 dicembre 2010

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