ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

18/12/10 - INCONTRI RAVVICINATI: PAOLINO PULICI

“PULICICLONE” IN ARRIVO!

Paolino Pulici è stato l'attaccante più prolifico del Torino che si cucì il settimo scudetto nella favolosa stagione 1975-76, mancandolo di un solo punto l'anno successivo nei confronti sempre dei “cugini” della Juventus. Nato a Roncello, paese di Monza e della Brianza, il 27 aprile 1950, “Pupi” - così affettuosamente prese a chiamarlo l'ex Toro ed opinionista Aldo Agroppi – venne prelevato dai “lilla” del Legnano (serie C unica) dall'ex cittì della Nazionale ai disastrosi Mondiali in Inghilterra 1966, Edmondo, “Mondino” Fabbri. Che gli fece conoscere il debutto nella massima ribalta proprio con la maglia granata in Torino-Cagliari: 0 a 0 nella stagione 1968-69.

La chiassosa e molto folkloristica “Curva Maratona” non aveva ancora dimenticato, non aveva ancora finito di piangere la scomparsa di quel grande genio mancino di Gigi Meroni – perito in centro a Torino in seguito a un tragico incidente automobilistico – che prese subito a prendere come primo beniamino un altro mancino, Paolino Pulici. Che in coppia con “Ciccio” Francesco Graziani formò uno dei più tremendi tandem offensivi granata, definito “I gemelli del gol”.

Nel Toro “Puliciclone” ha disputato 14 campionati consecutivi, conquistando lo scudetto dell'edizione 1975-76 e aggiudicandosi la Coppa Italia nel 1971), collezionando 437 partite a fronte di 173 reti, divenendo il panzer più prolifico della storia granata. Si laureò più volte capocannoniere: nella stagione 1972-73 assieme al milanista Gianni Rivera e al bolognese Beppe Savoldi, nella stagione 1974-75 e in quella successiva. In Nazionale non incontrò la giusta fortuna: 19 le maglie azzurre, convocato, ma mai utilizzato nei Mondiali di Germania 1974 e in quello d'Argentina 1978.

Ha segnato in tutte le maniere: di sinistro, di destro, di testa e in tuffo, sempre di testa. Sapeva come pochi farti ribollire il sangue nelle vene e i tifosi granata più inguaribili dicevano che, quando segnava lui, tremava perfino la Mole Antonelliana. Oggi allena le leve più piccole della Società Sportiva Tritium 1908, a Trezzo sull'Adda (Mi).

Qual è stato il momento più bello della sua storia calcistica?

“Penso che, come per tutti i giocatori, quando si è conquistato lo scudetto. Un traguardo importante per tutti; oltretutto, quell'anno avevamo proprio una squadra fortissima in tutti i reparti, ben quadrata. Eravamo tutti uniti e lo siamo, per fortuna, ancora tutt'ora. E, questa è la dimostrazione che, quando un gruppo è compatto, riesce ad ottenere tantissimi risultati e molto belli. Conquistare uno scudetto e arrivare primi in Italia, in un periodo oltre modo molto importante e molto bello, la metà degli anni 70”.

In che senso periodo importante?
Cioè di lunga egemonia esercitata dalla Juventus?

“Certo, anche perché avere di fronte una squadra come la Juve che dettava legge in Europa e riuscire a batterla e riuscire a metterla dietro di noi è stato un traguardo importantissimo. Non dimentichiamo, poi, che Toro-Juve è una cosa particolarissima: la Juve è la Signora d'Italia, ma il Toro è padrone di Torino. E far vincere Torino nei confronti di chi Torino la comanda, sai, è stata un'impresa molto importante, molto significativa”.

Qual è stato il gol più importante e quello stilisticamente più bello?

“Infatti, quell'anno, l'ultimo gol fatto contro il Cesena è stato bellissimo, anche perché mettere la testa in mezzo alle gambe degli avversari a mezzo metro da terra non è da persona ragionevole, diciamo”.

Chi aveva di fronte?

“C'era Gigi Danova, che poi l'anno dopo venne a giocare da noi”.

In porta dei bianco-neri romagnoli ci sarà stato Lamberto Boranga, il portiere medico e che raggiungeva i compagni in allenamento a bordo di una Porsche?

“Sì, c'era Lamberto Boranga. Sì, c'era il dottore. C'era il dottore in porta: di fatti, alla fine della partita, anche lui mi fa: “ma come hai fatto a prendere quella palla là così!”. Per ricevere i complimenti dagli avversari è una cosa bellissima, un doppio trionfo”.

Era il gol dello scudetto 1975-76?

“Sì, diciamo che è stato la ciliegina sulla torta: non abbiamo vinto la partita, perché la gara finì 1 a 1 con un'autorete di Roberto Mozzini, ma, è stata quella che ci ha permesso di essere primi in classifica. Quindi, come importanza penso che sia stato uno dei gol più importanti che ho fatto”.

Il rigore più clamorosamente sbagliato?

“Mah, forse, quello di Firenze, contro la Fiorentina, dove c'era Galli in porta. Lui se n'è andato da una parte, il pallone dall'altra. Purtroppo, una zolla mi ha messo fuori. Lì, quello è stato il rigore più assurdo che, penso, uno possa sbagliare”.

Triplette, quadriplette?

“Quadriplette no, ma, triplette tante, e una in particolare, sempre contro la Fiorentina a Torino, dove Mazzone, alla conclusione del terzo gol, è venuto in campo a stringermi la mano, facendomi i complimenti per quello che avevo fatto. Ed è un ricordo bellissimo perché dimostra la serietà e la sportività che c'era allora in campo”.

Il più grande rimpianto può essere indicato in quello scudetto mancato l'anno dopo per un solo punto, 50 a 51 a favore della Juve?

“Penso di sì, perché in quel momento la squadra faceva forse un gioco più bello ancora di quello dell'anno prima. Però, purtroppo, non si poteva più ripetere. Del resto, anche la Juve era una grande squadra e, sai, purtroppo, non siamo riusciti ad ottenere il secondo traguardo consecutivo”.

La Nazionale e Pulici: non bello, non idilliaco...

“La Nazionale, per me, è stato gioia e dolori, nel senso che ho avuto la fortuna di partecipare a due Mondiali, però, con un record particolarissimo: sempre in tribuna. Questa è una delusione di quelle grosse. Poi, quando indossi la maglia azzurra è sempre un avvenimento importante, rappresenti l'Italia in giro per il mondo ed è una cosa molto seria e molto bella. Però, non aver avuto la possibilità di dimostrare il mio valore, nonostante fossi stato capocannoniere per 3 anni, e di poter dare molto di più a questa maglia, è stato, tra virgolette, una delusione abbastanza importante”.

Nella vita di tutti i giorni come se la passa Paolino Pulici, “Pupi”, “Puliciclone”?

“Mah, Paolino Pulici ha preferito togliersi dal mondo del calcio perché non lo ritengo più mio, nel senso che a me hanno insegnato che il gioco del calcio è il gioco, il divertimento, lo spettacolo. Adesso sembra quasi un'industria: guardano ai soldi, meno all'importanza di cosa vuol dire essere in campo ed essere un esempio per i ragazzi che ti seguono, che ti guardano, che ti prendono come idolo e via dicendo. Quindi, faccio quello che mi è sempre piaciuto fare: il gioco del calcio e lo faccio con i bambini qui, a Trezzo. Mi diverto, cerco di insegnare loro cosa vuol dire calciare, fermare, giocare la palla nel modo migliore possibile, divertendosi”.

Qual è stato il difensore più duro che ha incontrato in carriera?

“Mah, io lo ripeto e penso che forse qualche d'un altro collega attaccante lo possa dire: Burgnic è stato il terzino più completo e più sportivo che ho incontrato. Lo dico come esempio, perché quando ho fatto il mio primo gol in serie A contro l'Inter, e mi marcava lui, come mi è ritornato vicino dopo la ribattuta del pallone, mi ha fatto i complimenti e mi ha detto: “Continua così che farai strada”. Ci ha visto abbastanza lungo, perché poi di gol ne ho fatti tanti”.

Che cos'è che la irrita, e cosa riesce ancora a commuoverla oggi?

“Mah, la commozione la trovi nei ragazzi, nei bimbi, nella sincerità, nella loro ingenuità, che contraddistingue i bambini del loro non sapere che vogliono sapere a tutti i costi. Infatti, ti trasmettono delle emozioni fortissime, eh. La cosa più brutta sono le bugie dei grandi, che mi deludono, perché spesso e volentieri noi grandi scarichiamo sui ragazzini i nostri fallimenti, sperando che loro riescano a farcela. E, questa è la cosa più brutta che si possa fare nella vita”.

Qual era il suo idolo da ragazzino?

“Mah, io – continuo forse a ripetermi -: probabilmente, una cosa un po' strana. Io dico che i paragoni sono sempre antipatici: non vanno bene e poi non mi piacciono. Io dico che ognuno di noi ha il proprio “io” e deve portarlo avanti per la sua bravura, per la sua capacità. Però, poi, ci sono degli esempi da seguire, e il mio esempio era Gigi Riva. Vuoi anche perché anche lui era partito da ragazzo dal Legnano, e in conseguenza copiare uno, seguire le sue orme, diventare importante come Gigi è stata una cosa molto bella. Neanche farlo apposta, il mio esordio in A è coinciso in Torino-Cagliari, sì, contro il Cagliari di Gigi Riva. E, sentirmi, nel sottopassaggio per l'ingresso in campo, queste manone grosse pigliarmi alle spalle, incoraggiandomi, ricordandomi che “quelli di Legnano non possono fallire”, insomma, è stato un incoraggiamento molto e molto bello”.

Com'è stata l'infanzia di Paolino Pulici?

“La mia infanzia penso sia stata come la maggior parte dei bambini: molto serena, molto tranquilla, in un mondo allora povero, perché non c'erano tutte le possibilità che ci sono adesso. Però, me la ricordo bene, trascorsa con soddisfazione: vedo ancora adesso i compagni di infanzia, e ci si racconta di cosa si combinava, che ci divertivamo con poco. Con dei sassolini a giocare, con le figurine “Panini”, che erano i nostri miti, i nostri sogni. Infatti, ogni volta che ci ritroviamo, la presa in giro più comune che mi rivolgono è “Ma, te, quando hai cominciato a giocare dicevi che giocavi con le figurine “Panini”, ma, con quelle vere, non con quelle di carta”. E giù un altro bel sorriso di “Puliciclone”.

Papà e mamma, che lavoro facevano?

“Papà Silvio era operaio, molto serio, molto esigente, però, veramente un papà di quelli che vorremmo tutti avere quando siamo grandi. Ed io sono stato soddisfattissimo di quello che era mio papà: non mi ha mai chiesto una cosa in più di quello che non potevo o non sapevo fare. Quindi, mi ha insegnato tantissimo l'umiltà e il fatto di rispettare la gente sempre e comunque, sia nel bene che nel male”.

E la mamma?

“Eh, la mamma, Maria, era casalinga. Io ero il primo di tre fratelli, ultima una sorella”.

Lei crede in Dio?

“Sì, anche perché ho avuto la fortuna di studiare gratis in un collegio retto da frati Scolopi, e questo, grazie a un fratello di mia madre, religioso di quell'ordine. In casa, in famiglia, non avendo soldi, mio zio mi ha detto: “Te, dì che vuoi diventare prete, io ti porto in collegio e ti faccio studiare gratis. Ho studiato 3 anni in Seminario a Finale Ligure (Al) con i padri Scolopi; quindi, so cosa vuol dire essere vicino agli ultimi, ai sofferenti. E lui, adesso, in controbattuta, è “il prete di San Siro”, neanche farlo apposta, sponda Inter”. E, alé, altra risata di gusto di “Puliciclone”.

Tra cent'anni come se l'immagina il salto nel'Aldilà, chi vorrebbe rivedere subito?

“Mah, io spero di ritrovare tutte quelle persone che mi hanno aiutato a fare questa strada e ad essere stato, tra virgolette, così importante per tanta gente, un esempio per questi bambini che mi chiedono ancora “perché facevi così?”. Quando glielo dici, loro commentano: “Lo faccio anch'io, allora!”. E, queste sono le cose che mi fanno dire che chi me l'ha insegnato ci ha visto molto lungo perché va oltre quello che ha detto a me, perché io che le trasmetto non seguono ancora i bambini di adesso”.

A chi deve dire grazie Paolino Pulici, a Sergio Vatta, a lungo scopritore di talenti granata?

“No, Vatta è arrivato dopo. Il mio allenatore del settore giovanile lì, a Torino, è stato Oberdan Ussello. Che, oltretutto, è stato un grandissimo, secondo me, anche allenatore, perché ha avuto il coraggio di fare da tramite dopo la tragedia di Superga del maggio 1949. Quindi, non è stato solo importante come insegnante, ma anche come uomo di tramite, una persona che amava quella maglia, una persona che trasmetteva valori importantissimi”.

Lei, Pulici, è entrato giovanissimo nei giovani del Toro?

“Giovanissimo non tanto, perché quando certi genitori nei loro bambini di 5-6 anni vedono già dei fenomeni, vi dico “guardate che io ho cominciato a giocare che avevo 14 anni e mezzo, 15 anni, quindi, non vuol dire iniziare troppo presto. E' sapere, semmai, aspettare ed ascoltare chi ne sa più di noi”. I bambini fanno quello che i grandi gli dicono. Io devo dire che ho avuto la fortuna di conoscere questa persona, la quale mi ha insegnato che è importante giocare con tutti e due i piedi e non uno solo; che bisogna essere sempre presenti, che bisogna essere disposti ad aiutare il compagno in difficoltà e mai lasciarlo da solo. Tutte piccole cose, diciamo, che fanno parte del “tremendismo granata” riconosciuto da tanta gente, viene portato sul campo. Poi, io grazie a questa persona l'ho ricevuto, l'ho assimilato e cerco ancora oggi di trasmetterlo ai piccoli”.

Quand'è l'ultima volta che ha versato lacrime di vero dolore e invece quando lacrime di gioia?

“La pelle d'oca tante volte – come mi hanno insegnato – quella più forte deve ancora arrivare. L'ultima volta che ho pianto è quando mi è mancato un amico giovane, e, davvero, mi è venuto molto da piangere. Neanche farlo apposta due ani fa, quando è venuta a mancarmi la mamma, due giorni dopo è venuto a mancare anche Roberto – che lavorava a come caporedattore a “Tuttosport” -: ero con lui molto e molto amico e mi ha lasciato il magone lungo, che provo ancora adesso”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Trasmette che nella vita ci sono gioie e dolori. E, questa è una cosa che purtroppo tocchiamo tutti con mano e ci rendiamo conto che da Lassù Qualcuno ci chiede dei sacrifici non indifferenti. Quando senti certi discorsi, ora ho un amico che non sta bene e tutte le sere il figlio mi chiama per dirmi come sta il padre, come va, mi trovo impossibilitato ad andarlo a trovare perché i medici mi sconsigliano la visita perché questa lo potrebbe emozionare troppo. Lui è attaccatissimo a me, e io lo sono a lui in una maniera identica. Si chiama Piero”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Il cuore, il cuore perché è un muscolo, ma è un muscolo importantissimo che ti dà tutto nei momenti di felicità e di delusione. Il cuore è stata l'anima a portarmi in campo; tante volte, quando lo dico, mi sembra di esagerare, però, la gente dice che non è vero. Portavo in campo l'affetto della gente, l'amore dei tifosi: io quelle cose, certe cose le potevo fare in campo, mentre tanta gente le immaginava solamente. E, questo era il cuore Toro, che ragionava e vinceva su tutto il resto”.

Il Toro della grande massa, quella della classe operaia, però, quando batteva i “padroni” della Juve, volava in Paradiso, o no? Non c'era soddisfazione più grande, vero?

“Eh sì. Infatti, tante volte a noi giocatori granata i “cugini” della Juve ricordavano: noi abbiamo vinto più scudetti di voi. Sì, gli rispondevo, ma, se le partite di campionato fossero stati solo i derby, voi, di scudetti non ne avreste vinto neanche uno, li avremmo vinti tutti noi”.

A proposito di “derby della Mole”, ricorda una bella doppietta rifilata alla Juve?

“Doppiette in un derby ne ho fatte due, mi sembra: i “cugini” quando mi vedono dicono quasi tutti qual è il complimento più bello che mi possa fare: “ma, quanto mi hai fatto piangere!” ed è il complimento più bello che un bianco-nero mi possa fare”.

Anche l'Avvocato Gianni Agnelli le ha riservato un complimento particolare?

“E' capitato dopo un derby, vinto da noi, con due gol miei”.

Cosa le disse quella volta il “Signor Fiat”?

“L'avevo incontrato in centro a Torino, in via Roma, e, stringendomi la mano, mi disse: “Lei crede di avermi dato un dispiacere?”. E io gli ho risposto: “Ma, avvocato, le ho fatto due gol, abbiamo vinto 2 a 0, non penso che sia contento lei”. Lui mi fa: “Sì, ma, oggi c'era sciopero alla Fiat: sono là tutti per prendermi in giro. Quindi, mi ha fatto un favore”. L'ha girata a suo favore”.

Un grande personaggio l'Avvocato, o no?

“Sì, davvero un gentiluomo, l'Avvocato”.

Un'ultima domanda, bomber: di cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Io dico sempre ai miei bambini che quando ci alziamo alla mattina, dobbiamo guardarci allo specchio e avere la forza di non sputarci in faccia. Perché le bugie agli altri le possiamo raccontare, ma, a noi stessi è impossibile raccontarci le bugie. Quindi, quando ci guardiamo allo specchio, dobbiamo sorriderci e darci il buon giorno. Quindi, vuol dire che tutto quello che faremo dopo sarà di sicuro di aiuto a qualcheduno”.

Gol in Nazionale, lo ricordiamo?

“Forse, uno dei più belli l'ho fatto ad Hessen, in Germania, nel 1975-77-78: mi ricordo che aveva giocato il blocco Juventus a Firenze contro gli Stati Uniti, e il blocco Toro-Inter ad Hessen, contro la Germania. Abbiamo vinto 1 a 0 con un gol mio e mi ricorderò sempre sull'aereo Giacinto Facchetti cosa ha detto ai giornalisti: “Se avete il coraggio di dire che il blocco Juve ha giocato ieri a Firenze meglio di noi, vi tolgo il saluto a tutti!”

Gol di testa, di sinistro, come?

“Una botta di sinistro, all'incrocio dei pali, e, per aver ricevuto a fine gara gli applausi dagli avversari, vuol dire che era veramente molto bello”.

Ma, lei, mister, non era mica un mancino puro?

“No, io sono nato destro. Ma, quell'allenatore che ho ricordato sopra, Oberdan Ussello, ha avuto il coraggio e la forza di farmi capire che se io imparavo ad usare il piede opposto, questo era il più forte, perché giustamente mi domandava: qual è il piede più forte dell'uomo. Io sono nato calciando di destro e batto col destro. Ma, non è mica vero, mi replicava Ussello perché – aggiungeva il mio maestro - nel momento che calci sei appoggiato al piede sinistro, al momento che salti, salti col piedi sinistro. Se impari a usare il piede opposto di quello che usi normalmente con i piedi è più potente. Non sarà più preciso, ma, di sicuro, è più potente. E, di fatti, è vero!”

Pulici, mito granata, idolo della Curva Maratona, la ringrazio di cuore. Buon Natale e vita lunga, bomber per sempre!

“La ringrazio ed arrivederci”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 17 dicembre 2010

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