ULTIMA - 26/3/19 - IL PUNTO SULLE NOSTRE SQUADRE GIOVANILI ELITE E REGIONALI

Facciamo il punto sulle squadre giovanili veronesi dei tornei Elite e Regionali delle categorie Juniores, Allievi e Giovanissimi, quando mancano poche gare alla fine dei campionati. Nella categoria Juniores Elite, girone A, comanda ora il Camisano che con 50 punti precede il San Giovanni Lupatoto di mister Matteo a 46 punti dopo la sconfitta 1 a 0 contro il
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INCONTRI VIP'S

24/12/10 - INCONTRI RAVVICINATI: MICHELE MIRABELLA

PARATE (E NON SPARATE!) ALLA MIRABELLA

Il “professore della televisione italiana”, Michele Mirabella, nasce a Bitonto di Bari il 7 luglio 1943.
Figlio di un ufficiale dell'Esercito, a Roma consegue la maturità classica e la laurea in Lettere. Ma non è la strada di docente a conquistarlo, ad affascinarlo, ma quella di conduttore tivù, regista teatrale e radiofonico, attore e docente universitario (insegna Sociologia della Comunicazione sia a Bari che alla Libera Università IULM di Milano).

Recita accanto a Massimo Troisi in “Ricomincio da tre” (1981) e a Paolo Villaggio in “Fantozzi subisce ancora” (1983), ma sarà “Elisir” la popolare rubrica di Medicina – inaugurata nel 1996 e tuttora in onda su Raitre – a farlo conoscere al grande pubblico della televisione.
L'Università di Ferrara nel 2001 gli conferisce la laurea “Honoris causa” in Farmacia. Il suo parlare forbito, la sua eleganza espositiva, il suo stile accattivante lo rendono uno showman simpatico e gioviale, dotato di un profondo “magnetismo comunicativo”.

Ha mai giocato a calcio da ragazzino, professore?

“Pochissimo, perché ero una schiappa. Mi mettevano sempre in porta, in mezzo ai libri; non valevo nulla come. Ero maldestro: correvo, avevo fiato, ma, ero maldestro. Non sapevo tenere la palla. Sì, ho provato anch'io a tirare dei calci, ma sono sempre stato una schiappa. E, poi, alla fine, l'ho trovato anche un po' noioso il dover sempre stare a guardare gli altri, perché a me la palla non me la passavano mai. Poi, mi mettevano in porta, e dopo aver subito altri gol, alla fine dissi: sapete cosa c'è di nuovo? E me ne andai. Lasciai la porta sguarnita: persero quindici a zero”.

Da dove le proviene questo suo “magnetismo comunicativo”?

“Non lo so. Quello che li nota è un complimento per me, d'accordo, la ringrazio. Però, non lo so. Forse, dall'amore per la parola, dal culto che ho per la buona lingua, dal praticare buone letture, dall'avere una convinzione ferma: che la divulgazione è una forma di amore, e io parlo di carità divulgativa, s'immagini”.

In porta da ragazzino, nella vita invece in che ruolo crede di calarsi ogni giorno: attaccante, portiere, difensore?

“Per stare a una metafora che lei usa, a me piace guardare le cose da mezz'ala, da ala o mezz'ala, cioè lavorare sulle fasce come direste voi, perché non ho proprio la tempra del centromediano. Una volta si diceva centromediano, adesso non so se si chiami ancora così”.

Non si chiama più così, professore.

“Peccato, era una bella funzione quella del centromediano”.

Aveva qualche idolo da ragazzino, oggi segue il grande calcio, ha una squadra del cuore?

“Giocatori di calcio francamente no, perché non me ne intendevo, così come non me ne intendo. Mio padre mi aveva insegnato ad amare una squadra che non avevo mai visto ed era il Grande Torino. Io vivevo nei racconti di mio padre perché non l'avevo mai visto giocare quel Torino. Avevo quasi imparato a memoria la formazione. Poi, più tardi, ricordo un disastro della Nazionale nei Mondiali giocati in Inghilterra nel 1966, quando perdemmo clamorosamente con la Corea del Nord. Ricordo, per esempio, a memoria una squadra, la formazione di una squadra che era il Brasile. Il mitico Brasile campione del mondo nel 1958, quello di Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Orlando, Bellini, Zito, Garrincha, Didi, Vavà, Pelé, Zagalo”.

Complimenti, professore, per la formidabile memoria!

“Io la imparai a memoria come si impara a memoria una poesia, ma, non sapevo nulla di questa formazione, se non che Pelé era una mezz'ala sinistra”.

In questo libro noi trattiamo il tema del dolore. Che cosa trasmette la sofferenza altrui a lei, che parla di “Elisir” di lunga vita?

“Sgomento. La sofferenza mi trasmette sgomento, malinconia, ma, al tempo stesso, commozione, emozione. Per carità, anche il dolore degli innocenti, ma di tutti mi sgomento, e lì divento una pecora”.

Lei crede in Dio? Esiste, “post mortem”, un inferno, un purgatorio e un paradiso come ce l'ha descritto Dante? Come se l'immagina l'aldilà, chi vorrebbe rivedere?

“Adesso lei ha fatto tante domande in una. Io credo, io credo, fortissimamente credo; il che vuol dire, poi, essere in continua angoscia, in continua ansia del dubbio. Ma, il vero demonio è il dubbio. Eppoi, quanto a Dante, è nelle mie letture preferite, quindi, non c'è giorno che non legga un passo di Dante. E' raro che io non apra il grande libro della Divina Commedia”.

Qual è il passo che la commuove di più della grande opera di Dante Alighieri?

“Mah, la “Preghiera alla vergine”. La “preghiera alla vergine” perché è una sintesi teologico-religiosa completa, perfetta. Nel primo endecasillabo “vergine madre, figlio del tuo figlio” è di una tale perfezione che lascia sgomenti. Poi, mi piace moltissimo anche un canto, che è il canto di Farinata”.

Farinata degli Uberti?

“Sì, sì. “O tosco, che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesta di quella nobil patria natìo, a la qual forse fui troppo molesto”. E' un canto straordinario perché c'è un magnanimo, ma, purtroppo sono stati su due sponde diverse della fiducia in Dio, e, quindi, uno pena nell'inferno, pur conservando la sua statuaria solennità, e l'altro è un pellegrino fragile, tremante, ma sublime nella sua ansia di poesia. E' un grande canto. Ma, sono tutti belli. Da ultimo leggevo il bellissimo decimo del Paradiso quando Tommaso D'Aquino squaderna una magnifica, come dire una specie di Senato Accademico del Paradiso, che è straordinario, dove c'è Paolo Rosio, c'è Severino Boezio, Sigieri di Bramante, Alberto Magno, per nominare solo i più famosi. E, quindi, questa cultura dantesca straordinaria, che racconta un Medioevo che non è per niente cupo e irsuto o rozzo come certi alcuni imbecilli ci fanno credere. E, invece, è una grandissima età. Molto interessante, eh”.

Di cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni: le ricordo che in questo libro si parla anche di memoria?

“Mah, che siamo parte dell'umanità e poi che stiamo al mondo, siamo al mondo e non nel mondo. E, quindi, bisogna mettere in relazione il rapporto con la natura, con gli altri, con il prossimo nostro. Riconoscere l'umanità nostra anche agli altri: eh, è complicato, difficile, non è facile, lo so. Però, è una condizione ineludibile”.

Esistono due pianti: uno di commozione, il più delle volte gioiose, e uno di dolore. Quand'è l'ultima volta che le è capitato di vivere questi due stati d'animo?
“Il pianto di dolore preferisco non ricordarmelo, perché naturalmente lacera la mia memoria, la mia identità, i miei ricordi. Di emozione non più tardi di qualche giorno fa: rivedevo un vecchio film “Don Camillo e Peppone”, ricorda no?”.

Sì, bellissimo. Quello tratto dal libro scritto dal grande Giovanni Guareschi.

“E, c'era un passaggio straordinario: don Camillo che porta da solo la croce nel paese deserto, e pur nell'ironica e lievissima narrazione di Guareschi pure mi ha commosso fino alle lacrime, appunto”.

Lei è un tuttologo: attore, regista televisivo e radiofonico, docente universitario...

“No, no, per carità!”

Qual è il ruolo in cui si cala meglio, qual è quello in cui ammiriamo il vero Michele Mirabella?

“Mah, il lettore, forse; ma, forse, il professore, nel senso di chi riesce a, come dire, continuare a studiare perché insegna”.

Quindi, sempre aggiornato, sempre voglioso di apprendere, sempre assetato di cultura e animato da tanta curiosità?

“Il luogo psicologico, mentale, professionale, in cui mi sento più emozionato e più vero è quello del regista, del regista di teatro”.

In lei, fino ad ora, ha vinto più il cuore o la ragione? O la grande passione per quello che sta facendo?

“Ma, quando, nelle decisioni? La distrazione”.

La distrazione, abbiamo capito bene?
E il “professore” si lascia andare a una bella risata: “Sì, la distrazione. Quando mi distraggo, prendo decisioni catastrofiche. No, l'ironia del cuore e la passione della ragione”.

E' d'accordo con Jean-Paul Sartre quando il filosofo esistenzialista francese del 900 dice che “l'uomo è l'inferno”?

“No, Sartre dice: l'inferno sono gli altri. La citazione è quella. Ho fatto un pezzo una volta su questo. No, Sartre non ci proclamava la verità. Sartre ci ricordava questo come un errore di prospettiva. Sartre dice “Ahimè!”, manca un ahimè iniziale, l'inferno sono gli altri. E' quello che dobbiamo evitare. In verità, purtroppo, spesso l'umanità pensa così: è una constatazione amara quella di Sartre. Diciamo che ha la prospettiva machiavellica di trasformare, di avere, ecco, il coraggio della constatazione. Spesso viene imputato a Machiavelli di essere un cinico propugnatore della politica crudele, spietata. No, Machiavelli va constatando, è diverso. E così è anche per Sartre, secondo me”.

Qual è il suo motto?

“Non ne ho. Perché...Forse i motti vengono attribuiti dai posteri, eh. Mi piacerebbe...Ne amo alcuni: uno è “Fert!”, “Sopporta!”, purtroppo, però, l'hanno adottato i Savoia, che, insomma, non si sono illustrati. Però, mi piace molto anche un motto che Svetonio attribuisce all'imperatore Augusto, comandante saggio e prudente: “Festina lente!”, “Affrettati, ma con garbo, con lentezza, con meditazione, lentamente!”, cioè prendi delle decisioni, ma rifletti! E' un proponimento più che un motto perché io invece sono impaziente”.
Lei ama rispolvera la vera lingua italiana, il parlare forbito, lasciato andare nel dimenticatoio.
“E, glielo dicevo prima in esordio: la lingua è una tale ricchezza, la lingua non spontanea, parliamoci chiaro. Il bambino, appena comincia a dar fiato alla bocca, canta. Balbetta, dice, inventa parole che non sono una lingua, sono dei dialetti, ognuno c'ha il suo. Quando diventa lingua il dialetto? Quando è condiviso, quando i suoni sono condivisi, ed allora, il suono casa vuol dire la stessa cosa per me, per lei e per tutti quelli che parlano in italiano. Ed è un miracolo, è la creatività umana in sommo grado. E' lì che veramente il Signore si è illustrato nel contemplare la sua creatura, che inventa e crea. L'emulazione della creazione è nella lingua. Nella Genesi Adamo battezza, dà il nome alle cose; Dio le ha create senza nome le cose. Solo noi glielo abbiamo dato il nome alle cose. Il somaro non si chiama somaro nella grande mente di Dio: è il somaro. Il somaro l'abbiamo chiamato noi. Dio non aveva bisogno di chiamarlo, di dargli un nome, andiamo! Oppure, Dio si è divertito a dire: vediamo come queste mie creature riescono a complicarsi la vita. Le ha delegate a inventare i nomi”.

La solitudine: come la combatte, quando però questa non costituisca una conquista, ma, una noia, una pesantezza?

“Io non la combatto affatto la solitudine. Non mi spaventa: io vivo da solo, quindi. Per ora, non mi spaventa, poi, forse, con gli acciacchi dell'età mi terrorizzerà”.

Ma, lei, professore, a 67 anni è ancora un giovanotto.

“Eh, lo so”.

E, poi - lo insegna la storia (vedi Calindri, Dario Fo, Arnoldo Foa, altri) - il teatro, la televisione, il cinema sono per tutti gli artisti un “Elisir” di lunga vita...

“Non mettiamo limiti alla divina Provvidenza”.

Svevo, Dante, Montale, Carducci, Manzoni: mi faccia una classifica di chi le piace di più di questi geni?

“No, non faccio classifica tra questi, perché sono talmente diversi”.

Qual è l'autore che le fa più compagnia, che l'appassiona – oltre al già citato Dante – di più?

“Bé, Montale mi piace moltissimo!”

Il Montale degli “Ossi di seppia”...

“Sì, ma tutto. Mi piace Montale, mi piace sì Svevo, ma elencarli tutti, Manzoni, i “Promessi Sposi” è un capolavoro. E, siccome ho voglia di rileggerlo, lo rileggerò presto”.

Grazie maestro!

“Grazie a lei”.

Maestro di “magnetismno comunicativo”, non inteso come titolo inferiore a quello di professore, eh?

“No, ma mi piace, mi piace. Piuttosto di professore, maestro è più bello”.

Grazie ancora, mastro!

“Buon Natale e arrivederci!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 23 dicembre 2010

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