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INCONTRI VIP'S

21/12/10 - INCONTRI RAVVICINATI: ROBERTO ANZOLIN

I VOLI DEL “PICCOLO ANGELO”

Tra i più grandi portieri italiani, e, soprattutto, della Juventus, un posto di rilievo lo merita Roberto Anzolin. Nato a Valdagno, il 18 aprile 1938, “guardiano dei pali” dal fisico tutt'altro che stratoferico o ciclopico, “ansoncin” sfoderava classe robusta e cuore autentico formatosi nel Marzotto prima e nel Palermo poi.

Nella “Vecchia Signora” ha collezionato 305 presenze, vincendo una Coppa Italia e uno scudetto, quello che avrebbe dovuto, nel maggio del 1967, cucirsi sul petto delle maglie dell'Inter herreriana, e che invece finì per decorare di tricolore i giocatori in casacca a bande verticali bianco e nere guidati da Heriberto Herrera. Qualcuno, irridendo il suo fisico non potente (177 cm di altezza per 73 chili), ha scritto che a 40 anni per pesare di più Anzolin si era fatto crescere il baffo.

Qualcun altro, invece, che la sua presenza tra i pali era quella di colui che completava la difesa da perfetto portiere di rendimento. Ha collezionato una sola presenza nella Nazionale Maggiore, nel 1966, 4 in quella di serie B, e 4 in quella giovanile, chiuso com'era da Lorenzo Buffon, Lido Vieri, “Carburo” Negri, Giuliano Sarti e Riccardo Albertosi.

Dopo le 9 stagioni alla Juventus (1961-1970), Anzolin ha militato nell'Atalanta, nel L.R. Vicenza (1971-73), nel Monza, nel Riccione e nel Casale. E' stato anche sulla panchina del Valdagno (stagione 1996-97), ma, gli è sempre piaciuto curare le giovanili alto-vicentine, ed oggi allena i Pulcini della Nuova Valdagno, la società del paese cui deve i natali e i primi tuffi da portiere.

Mister, qual è stata la parata più significativa della sua carriera?

“La più significativa e forse anche la più bella è stata quando militavo nel Marzotto Valdagno ed abbiamo giocato a Venezia: c'è stata un'azione da parte dei lagunari, hanno tirato alla mia destra e io ho sfoderato una grandissima parata, respingendo la palla, ritornata al limite dell'area; al volo, l'attaccante del Venezia ha calciato nuovamente il pallone, io l'ho abbrancato in presa diretta, in direzione opposta a dove mi trovavo. E' quella che ricorderò sempre”.

Si ricorda un rigore importante parato?

“E' successo quando io giocavo nel Palermo, contro la Juventus. Ha tirato Cervato, lo stopper bianco-nero e della Nazionale, che aveva come tiro una bomba, e sono riuscito a pararlo con i pugni in tuffo e la palla è ritornata a centrocampo, per dire quanto potente era stata la conclusione del giocatore avversario”.

Come è stata la sua prima volta alla Juventus? E chi era l'avvocato Gianni Agnelli?

“Quando giocavo nel Palermo, ho disputato due campionati ad alto livello e questi mi hanno permesso di essere acquistato dalla Juventus. Allora, il presidente era Umberto Agnelli. Dopo sono subentrati Catella e Boniperti, e poi c'è stato l'ingresso di Gianni Agnelli. Tutte persone, gli Agnelli, eccezionali, nel vero senso della parola, perché queste persone le ricorderò finché scampo, in quanto persone intelligenti, modeste, anche se avevano alle spalle quello che tutti immaginiamo”.

Non ricorda un dono, un presente, un regalo di Natale particolare da parte dei due Agnelli?

“No, guardi, no”.

Si ricorda un complimento particolare?

“Complimenti ne ho ricevuti parecchi sia da Umberto che da Gianni Agnelli sia da Boniperti. Essendo stato a Torino quasi dieci anni, è vero, ho vinto poco, uno scudetto e una Coppa Italia, però, un giocatore che rimane tanti anni alla Juventus vuol dire che qualcosa di buono sicuramente ha fatto nella sua lunga carriera”.

Chi era Roberto Anzolin tra i pali?

“Era un freddo, praticamente. E' sempre stato un portiere cui non è mai piaciuto sfoderare parate plastiche, ma fare interventi semplici, cercando di ragionare sulle caratteristiche di questo o quest'altro giocatore avversario. Mi spiego: se l'atleta era in una data posizione, io mi mettevo nella sua traiettoria e per il 90 per cento ero sicuro che la palla mi sarebbe arrivata lì. Questo era Anzolin tra i pali. Ma, anche quando giocavo nel Marzotto Valdagno ero uno che usciva fino anche al limite dell'area, mentre oggi sono pochi i portieri che escono dai pali”.

Chi erano i suoi più fedeli “angeli custodi” della difesa bianco-nera?

“Io ho comnciato che avevo Castano, Leoncini, Salvadore, Bercellino, Gori anche. Al primo anno, invece, avevo Garzena, Montico, Sarti: erano tutti giocatori che stavano raggiungendo la fine della loro carriera e devo dire che il mio primo anno alla Juventus non è stato molto brillante, in quanto siamo arrivati quint'ultimi. Eravamo una squadra “vecchia”. Di giovani, in linea di massima, c'erano io, Salvadore, Castano, Bercellino, Leoncini, Mazzia, mentre tutti gli altri, vedi Emoli, Montico, Charles, Sivori e Stivanello erano ormai in fase calante”.

Anche Gino Stacchini, la punta romagnola che flirtò con Raffaella Carrà?

“Sì, c'era anche Gino Stacchini: era un'ala sinistra strepitosa. Io non ho mai visto uno andar via in quel modo lì”.

Qual è stato il portiere più forte del suo periodo?

“In quel mio periodo alla Juventus, tra gli avversari mi avevano impressionato Ghezzi, Buffon, Sarti, Panetti, Cudicini. C'è n'erano parecchi di bravi portieri quando io ero giovane. Io assieme a Lido Vieri eravamo degli emergenti, all'inizio della loro carriera”.

Perché poche presenze di Roberto Anzolìn in Nazionale?

“Perché non sono mai stato capace di leccare il sedere alla gente. Dicevo quello che pensavo, e, purtroppo, pagavo puntualmente la mia esclusione in azzurro. L'unico neo della mia carriera è stato il non essere titolare della Nazionale, qualifica che sicuramente avrei meritato”.

Ma, non ha mai indossato la maglia azzurra?

“Sì, ho giocato 25 partite in tutto. Sono stato convocato anche per i Mondiali del 1966 in Inghilterra, però, non ho mai avuto la fortuna di giocare. L'anno dopo, stagione 1966-67, avendo vinto il campionato con la Juventus, sono risultato uno dei portieri meno battuti e più in forma. Però, anche lì sono stato convocato per tappare un buco: c'era “Carburo” Negri del Bologna che aveva un forte risentimento a un ginocchio”.

Qual è stato il giocatore che le faceva sempre gol: la sua “bestia nera”?

“La mia “bestia nera” - posso dirlo – era Kurt Hamrin, che aveva giocato alla Juventus al primo anno, per poi passare alla Fiorentina. In quella Fiorentina giganteggiavano grossi nomi, quali Cervato, Hamrin, Segato, in porta c'era Sarti, poi è arrivato Albertosi. Hamrin era uno piccolino, che giocava ala destra, chiamato come ben ricorda lei “uccellino”, ed anche quando dalla Fiorentina è passato al Padova, questo qua, quando lo incontravo mi faceva sempre gol. Era proprio la mia “bestia nera””.

Ha mai calciato un rigore?

“Sì, ma non in serie A. Mi è capitato diverse volte quando giocavo a Casale Monferrato, ma sempre in Coppa Italia, mai in campionato. Negli spareggi ai calci di rigore sia con la maglia del Monza che con quella del Casale Monferrato ho sempre battuto l'ultimo calcio di rigore e ho sempre fatto gol”.

Di che cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Non bisogna mai dimenticarci la tranquillità, la serenità, che io ritengo siano le doti migliori, di cui una persona possa godere”.

La sofferenza di un'altra persona che cosa le trasmette?

“Mi trasmette avvilimento e tristezza, perché stare male non è una cosa che fa piacere. In questo ultimo periodo ho provato anch'io ad avere dei problemi di salute e so cosa si può provare. Perciò, io auguro a tutti di stare sempre in allegria e fare il possibile per non ammalarsi e per non avere problemi seri”.

Lei crede in Dio?
“Sì”.

Cosa si aspetta dall'Aldilà?

“Sono cose, argomenti su cui uno può pensare, ma non è che io mi faccia molti problemi”.

Ma, ammettiamo che tra cinquant'anni lei debba lasciare questo mondo...

“Eh, tra 50 anni non ci sono più: ho già 72 anni adesso, figuriamoci se ci arrivo a quella età!”

Lei cosa s'immagina di trovare nell'Aldilà?

“Mi auguro di trovare anche lì un po' di tranquillità, di serenità, perché io penso che quando una persona lascia questa terra, avremo i nostri figli, i nostri nipoti che ci ricorderanno, anche se per loro sarà un dolore immenso. Ma, mi creda, sono cose che quando non ci sarò più, non posso sapere. No, no, no, non me l'immagino proprio”.

La morte?

“Penso che sia un avvenimento, una cosa brutta, perché uno finché vive su questa terra, io mi auguro di stare bene, di avere degli amici e di avere la possibilità – come sto facendo adesso – di aiutare certa gente, ma, non più di tanto”.

Cos'è che le dà più fastidio e maggior rabbia in questo mondo?

“Mi commuovo quando vedo per televisione tanti poveri bambini e tanta povera gente che soffre la fame, che soffre un po' di tutto. Ecco, questa cosa qua mi fa veramente venire le lacrime agli occhi”.

E cos'è che non sopporta?

“La gente che fa male ad altre persone”.

Il rigore più importante che ha parato nella sua vita?

“Quello che ho parato nel Palermo contro la Juventus”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Bé, io penso che ha vinto più il cuore, perché io ero un ragazzo, un giocatore che sia in allenamento che nelle gare ufficiali – e sono state tantissime – ho sempre giocato, prima di tutto, per divertirmi. Poi, ho sempre profuso serietà e buona volontà per ottenere quello che potevo ottenere. E, di fatti, ho ottenuto tante soddisfazioni”.

Se lei non avesse fatto il portiere professionista, cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Eh, eh: io guardi ho studiato da tessile, e, se non avessi avuto la fortuna di giocare a pallone, andavo in fabbrica anch'io come mio padre e mia madre”.

La sua infanzia, com'è stata?

“E' stata anche un po' di sacrificio, visto che da piccolino ho avuto il babbo Bruno che giocava a calcio anche lui ma è stato prigioniero in Germania, mi trovavo solo con altri due fratelli, un maschio (più vecchio) e una femmina (più piccola), Margherita, che oggi abita a Manerbio, nel Bresciano. Mia mamma Lina lavorava come operaia nello stabilimento Marzotto. Noi veniamo da una famiglia di operai e io sono stato il figlio più fortunato perché ho intrapreso la carriera di calciatore”.

Ha nipoti?

“Sì, ho tre nipoti e sono uno più bello dell'altro. Il più piccolino è Riccardo, dopo c'è Chiara, una bellissima signorina quindicenne, e Giulio, un ragazzo di 17 anni, che è veramente un giovane formidabile”.

Giocava in porta anche suo padre Bruno?

“No, mio padre giocava mediano. Mio fratello Bruno giocava mediano anche lui, e il io, il più matto di tutti, giocavo in porta”.

Come mai si è interrotta la tradizione degli Anzolin mediani?

“E' stato un dono di natura: sono nato portiere e ho sempre giocato da piccolino da portiere e ho chiuso la mia carriera giocando in porta”.

Si tuffava, allora, nei campi dell'operosa Valdagno?

“No, nei campi, ma nei sassi, perché, in quel periodo in cui era appena finita la guerra – siamo nel 1945 e io sono del 1938 – l'unico pallone era fatto di pezzi di carta di giornale arrotolati. Non avevamo le possibilità che hanno i giovani di oggi. Si giocava in cortile, in mezzo a dei sassi che se ci cadevi sopra rischiavi veramente di farti del male. Una pallottola – la palla – di stracci di carta, legati tra di loro dallo spago”.

Quand'è stata l'ultima volta che ha pianto?

“Quando è morto il mio maestro delle giovanili, che si chiamava Gianbattista Servidati, e giocava qua nel Valdagno come portiere. Mi ha seguito fin dalle prime armi, mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere e quando è morto – una decina d'anni fa – veramente ho pianto molto, mi sono commosso tanto”.

Lei sta ancora insegnando alle giovanissime leve ad Arzignano vicentino: qual è il trucco su cui insiste maggiormente?

“Io ho sempre insegnato la tranquillità, la posizione, imparare a tenere la palla, non respingerla sempre come stiamo vedendo oggi in televisione (sono pochi quelli che tengono il pallone), la posizione a seconda di come si sviluppa l'azione – o da sinistra o dalla parte centrale o dalla parte destra – e di non avere coraggio e di non avere paura. Anche perché quando ti tirano in porta da 4-5 metri di quelle botte che non finiscono più, ecco, in quel momento bisogna avere la forza di mettere la mano lo stesso. Ed insegnavo come dovevano distendere la mano: invece di prendere la palla, diciamo, quasi sulle dita, dovevano mettere il polso, in linea di massima, la giuntura della mano in modo che la palla schizzasse via. Altrimenti, tenere sempre la palla più che era possibile”.

E' stato un coraggioso, Roberto Anzolin, nella vita?
“Bé, guardi, quello sì”.

Coraggioso in campo: nella vita, invece?

“Bé, anche nella vita un po', direi. Perché? Perché facevo certe cose senza pensarci sopra”.

Tipo?

“Quando andavo in macchina e da Torino dovevo arrivare a Valdagno, andavo via come un pazzo, correvo come un disgraziato. Comunque, quando passano gli anni, si diventa più tranquilli, più sereni, si ragiona di più. Mentre quando eri giovane, certe cose le facevi senza avere la possibilità di pensarci sopra”.

Perché, forse, quando si è giovani, ci si considera invincibili. Invece, la morte è il rigore più imparabile che esiste...”.

La ringraziamo, mister.
“Grazie a lei ed arrivederci!”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 12 dicembre 2010

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