ULTIMA - 20/4/19 - SCANDOLA (ZEVIO) SUL "CASO BEGALI" DICE: "DECISIONE INGIUSTA!"

Il direttore generale dello Zevio, Giorgio Scandola, a nome della dirigenza bianconera ci dice: "In risposta all'ultimo comunicato ufficiale del Comitato Regionale Veneto fammi sul “Caso Begali” vi dico che come società A.C. Zevio 1925 dobbiamo accettare l’epilogo del nostro ricorso, anche se non abbiamo ricevuto risposte concrete riguardo la
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INCONTRI VIP'S

16/1/11 - INCONTRI RAVVICINATI: TIZIANA TOMELLERI

“TIZI”, GENIO A TUTTO CAMPO

Mia mamma. Se n'è andata in punta di piedi, alle 3 e 15 di un'alba gelida del 10 gennaio 2011. Come la neve, che, quando scende, non fa rumore. Un silenzio assordante al suo capezzale quella notte in ospedale: i suoi tre maschi, la cardiologa, il defibrillatore, che ha smesso di sferrare le sue ultime scariche. E, il padre camilliano, che le disegna la croce sulla tempia ancora calda. Fuori, non senti una macchina in strada: sembra che anche la città si sia fermata, in religioso ossequio. Pioviggina quando lascio l'ospedale: il ticchettio dell'acqua sulla capotte sembra lei che mi saluta per sempre. Sembra la mamma che mi vuole richiamare per sospirarmi magari le ultime parole.

Lancio, per cercare conforto alla disperazione del momento, un paio di sms agli amici del cuore: quel cuore di mia madre che si è arreso dopo quasi un anno e mezzo di stillicidio di bollettini medici, di piccoli interventi, di flebo, di cadute nello sconforto e di riprese miracolose: non voleva lasciarsi andare. Ha conosciuto da bambina, durante la Guerra, alla pari di tanti italiani, le asprezze e l'importanza della vita:

“A tutto c'è rimedio, ragazzi” soleva ricordarci “tranne che a una cosa: alla morte”. “Decesso per arresto cardiocircolatorio” verga cinicamente e frettolosamente la dottoressa di turno il certificato di morte.
Mi rimbalza, come una palla magica, verso le 7 e qualcosa della mattina, l'SMS di Marchino, un ragazzo sensibile, già provato ai tempi dell'infanzia, ed orfano, anche lui, da più di un anno: “La Tiziana non poteva scegliere di andarsene se non il 10, il giorno – come dice la maglia – dei grandi campioni. Con lei, se n'è andata l'ultima regina del bon ton, l'ultima sovrana di una nobiltà d'animo, che oggi non esiste più. Grazie, Tiziana!”

La prima volta che aveva visto mia mamma, mi ha confidato Marchino, era rimasto subito impressionato dal grande sorriso che brillava sul suo volto e che sprizzava dai freddi ed antiestetici fissatori innestati, a supporto di tibia e perone di entrambe le gambe, scoppiati a causa di una retromarcia nella nebbia operata da un distratto e sprezzante taxista alla stazione di Verona, che pretendeva di avere ragione fino a causa chiusa. Già, il suo sorriso! L'ho vista piangere solamente due volte: la prima a bordo della sua utilitaria, una settimana dopo che aveva sepolto il secondogenito Giorgio, strappatoci da un incidente stradale a soli 28 anni. La scorsi, per puro caso, davanti a un semaforo rosso mentre si asciugava le lacrime.

L'altra volta, a metà circa di febbraio del 2009, in occasione dell'uscita del mio primo libro “Vip's nel pallone”: era in ospedale e si strinse il testo, ancora fresco di stampa, forte forte al petto, e proruppe in un pianto lungo e sommesso. Le sarebbe piaciuto un mondo che diventassi o avvocato (per via della parlantina) o notaio (per la sicurezza economica che ti garantisce la professione): invece, accantonai la ragione ed abbracciai quello che mi ha indicato fin da ragazzino (15 anni) il cuore: fare il cronista sportivo del calcio dei poveri. La delusi.

Fino a quando un giorno, uscito il 6 settembre 2006 dall'arcivescovado di Genova, dopo aver appena intervistato (sul calcio) il cardinale Tarcisio Bertone, due giorni prima di stabilirsi definitivamente in Vaticano con l'incarico, ricevuto a giugno di quell'anno da Papa Benedetto XI, di Segretario dello Stato Vaticano, feci in un battibaleno i numerosi (ed enormi) scaloni della sede religiosa del capoluogo ligure, annunciandole al cellulare che ero riuscito nell'improba impresa.

“Sei stato grandissimo!” mi rispose, ricordandomi quello che anche babbo Sinibaldo, qualche volta, chiedendomene il permesso, mi raccomandava che per essere definito giornalista vero avrei dovuto intervistare o un cardinale Segretario di Stato Vaticano o addirittura il Santo Padre. Proprio lui, il papà, che detestava la professione di cronista, perché, da buon medico, asseriva che la notte era fatta per dormire e che il giornalista doveva stare a casa, alla sera, per essere più vicino alla famiglia.

Il papà era stato compagno di Liceo del cardinale Achille Silvestrini – cui non mi sfiorò mai il pensiero di chiedere, conoscendo la fermezza di carattere del porporato romagnolo, un favore per me, ma un paio, quello sì, di suoi interventi per altri miei amici o conoscenti bisognosi –; e, allora, mia mamma si era lasciata influenzare da quell'ammonimento paterno. Che per me era diventata una sorta di sfida personale, un alto traguardo professionale.

Mamma, mai imbronciata in mezzo alla gente, premurosa per la salute dei suoi collaboratori e conoscenti, aveva a cuore prima lo spirito e poi la professionalità di coloro che assieme a lei operavano nell'opificio a Nord di Verona – a Grezzana della Valpantena, terra dei marmi -, e che lei amava chiamare “bottega” e mai azienda o ditta o industria di macchine per la lavorazione della frutta e della verdura.

Tiziana, donna con i pantaloni, equilibratissima: conservo rari ricordi di averla vista perdere le staffe con familiari e collaboratori.
Cacciatrice di teste, dotata di una curiosità intelligente, ammaliata dai geni di tutte le espressioni dell'arte, della Medicina, della cultura umana: adorava la poesia, il più sublime rintocco del cuore.
I suoi preferiti erano Giacomo Leopardi, Alberto Moravia, Eugenio Montale (tantissimo), Gabriele D'Annunzio, Giosuè Carducci, Garçia Lorca. Quasi tutti gli scrittori padani e delle langhe piemontesi e lombarde, da Alberto Palazzeschi ad Albert Camus a Cesare Pavese, da Mario Soldati a Dino Buzzati a Riccardo Bacchelli, da Beppe Fenoglio a Italo Calvino. Tutti, anche quelli d'Oltralpe e d'Oltremare.

Sapeva nascondere i “grigi” di Mario Sironi e le nature morte di Giorgio Morandi e della vita con i colori a pastello, efficaci nel descrivere gli stati d'animo dei geni, a volte malinconici ed incompresi. Ma, anche i poeti della Scapigliatura la conquistarono. E, la pittura! Ancora di più. La sua cultura spaziava dai chiaristi (Felice Casorati e Ugo Boccioni in testa) agli impressionisti, dagli espressionisti a quelli dell'avanguardia. Dai neo-realisti ai trans-avanguardisti: mai banale, sempre a la page, sempre alla pagina.

Adorava l'Africa, tant'è che ogni volta che tornava dal Kenia ricordava sempre di essersi beccata il mal di quella terra; abbacinata dagli splendidi tramonti infuocati, ammaliata dal volo rosa (per via del colore delle loro ali spiegate), spiccato dai flamingos sopra il lago africano di Naivasha. La cultura e il continuo interesse per tutto erano il suo “mal d'Africa”.

E, la musica, dove la mettiamo?
Da piccola mi ricordava che suo papà, nonno Giordano – il genio da cui ha certamente preso -, primo oboista ancora imberbe all'Arena di Verona, la legava alla gamba del pianoforte, perché desiderava per lei un futuro da musicista.

Ed ecco, la passione per Frank Sinitra: “Cinquanta chili di peso, 400 di voce” mi diceva ogni volta che la sorprendevo ad ascoltare i dischi del “The voice”. Ma, anche l'”Usignolo” Maria Callas e “Lucky Luciano” non avevano eguali, non temevano confronti per mamma.
Mina e Gino Paoli erano i suoi miti, assieme ai “Notturni” di Chopin e alle sinfonie di Bach.

In architettura, adorava lo stile Liberty: ho capito solo molti anni dopo che era un messaggio in codice che aveva trasmesso a noi figli: “Restate liberi finché potete: avrete sempre un sorriso al giorno da regalare ai vostri marmocchi!”

Equilibrista del vivere, raccomandava sempre indulgenza e vera “pietas” (afflizione e comprensione verso chi aveva bisogno) affetto, vicinanza verso i vinti dalla vita, a patto, però, che fossero veri umili. L'acqua e l'olio – aveva imparato dai suoi clienti del Meridione d'Italia e nei brevi scambi di opinioni con i Paesi che s'affacciano sul Mediterraneo – non possono andare d'accordo. Così le dava fastidio la povertà accompagnata dai cattivi modi. Ma, sapeva ridere davanti a Charlie Chaplin o a Stanlio e Olio. Era tanto bello vederla ridere.
L'ignoranza umile ma sincera la incoraggiava sempre ad accettare le sfide per l'accrescersi della dignità umana di chi non aveva avuto la possibilità da bambino di frequentare gli studi.

Adorava, da buona leonessa, i suoi cuccioli: ma, badava bene a non dispensare loro elogi. Qualcuno ha detto che i bambini è meglio baciarli nel sonno (don Giovanni Bosco). Il Santo dei giovani piemontese ha innescato con la realizzazione degli oratori (grande intuizione di San Filippo Neri) e con una sua felice massima la rivoluzione degli orfani. Sentenziò: “I bimbi non sono di chi li genera, ma di chi li raccoglie, di chi si prende cura di loro per tutta la vita”: conosceva bene la carità cristiana, le sofferenze e il disagio degli ultimi.

Le piaceva molto la boxe, Nino Benvenuti, ma non ha mai mollato un ceffone ai suoi pargoletti; il nuoto era il suo sport preferito, Mark Spitz e Rosolino i suoi preferiti. Sapeva nuotare con destrezza, come le è riuscita di fare anche nel mare della vita, ed ho ancora in mente quella volta che, appollaiatasi su un materassino per prendere refrigerio, improvvisamente non la vidi più riemergere dall'acqua, riaffiorando solamente con gli occhi struccati e dopo aver smarrito gli occhiali da sole. Mai come quella volta di un lontano Ferragosto di Milano Marittima, proruppi in una risata incontenibile; un innocente, fortuito “autogol” che le ricordavo sempre. Le isole italiane, il golfo di Amalfi, Nizza e Mentone erano i viaggi-sogno, con cui avrebbe voluto congedarsi da noi e dal mondo. Non s'appassionava al calcio, male per me, ammirava Giacinto Facchetti, Giacomo Bulgarelli, quelli che avevano fisico, insomma. S'interessava tiepidamente dell'Hellas Verona, simpatizzava altrettanto timidamente per il Milan di Rocco e di Rivera, le piaceva la erre moscia dell'Avvocato Gianni Agnelli, l'ironia di Platini, la cadenza francese più che quella spagnola.

Le piaceva molto il motociclismo, provava ammirazione per quell'imbusto di Giacomo Agostini, ma non le davano fastidio la vitalità, la vivacità e l'ironia di Valentino Rossi. Una foto ingiallita la ritrae in sella a una Lambretta, un'altra, in costume da bagno, a fianco di mio nonno. A 45 anni guidava già i tir. Un coraggio, il suo, da leonessa: trattava al Sud con clienti – ero io stesso presente in Calabria quella volta - che le facevano vedere cosa pendeva dentro la giacca dalla fondina: revolver ed altre armi.

Proprio a lei, a mamma, che in qualche modo aveva contribuito alla valorizzazione degli ortaggi e della frutta del Meridione, e per il cui motivo aveva ricevuto numerosi riconoscimenti in Puglia, in Campagnia, in basso Lazio e nel Magreb. Le sue rare urla si stemperavano subito però in una dolcezza, in un sorriso disarmanti. Ma, giuro, non serbava mai rancore. Un equilibrio da addetta da ambasciata, le hanno detto in molti. Una costanza, una inarrendevolezza unici.

Ultimi giorni di dicembre del 2000: una mattina la neve aveva imbiancato copiosamente Urbino e dovevamo arrivare in segreteria in tempo, prima delle 12 e mezza. Colpa del tempo, ma anche mia, perché me l'ero presa troppo con calma. L'automobile non ce la faceva più ad affrontare la salita, schettinava impazzita. Preso dall'ansia e dalla disperazione per il ritardo ormai conclamato, ecco l'idea pratica quanto repentina e geniale della mamma: chiama subito via cellulare un taxi, attrezzato di catene. Uno scoiattolino giocoso, sceso da un albero che costeggiava la strada, preconizzò il lieto fine. Il taxi arriva, da lì a poco, e ci porta appena in tempo nella cittadina dei duchi di Montefeltro. Grandiosa mamma per il gol realizzato a tempo scaduto!

Conosceva poco del Manzoni, ma ci ammoniva dallo sparlare in mezzo alla gente degli altri: come il genio lombardo ricordava che chi sprezza, calunnia l'altrui simile, è come quel pollivendolo che in piazza si affanna a togliere tutte le piume a una gallina, e poi si dispera nell'impresa di rinnestarle nel corpo del volatile: il vento, intanto, le ha già disperse sul marciapiede, le ha sparpagliate, confuse in mezzo al traffico, le automobili le hanno fatte disperdere nel nulla. Ne aveva, rimanendo in questo registro, un'altra, mutuata sempre dalla saggezza del Sud: “Valor di bocca costa poco, ma vale assaie!”: prudenza, cioè, nel far confidenze, nello scoprire gli altarini, a stabilire il prezzo per primo: indietro, una volta parlato, non si può più tornare. Ma, non amava il gioco e il poker, né le sigarette e gli alcolici. Solo il grande vino, francese e di marca, e quello italiano, quello con cui abbiamo salutato l'anno vecchio abbracciati e dato il benvenuto a quello nuovo, brindando con i bicchierini di plastica dell'ospedale. Lei che amava nelle feste le tovaglie ricamate, i piatti di porcellana, i bicchieri di cristallo di Boemia.

Per mamma, che impazziva per la Laurea in Ingegneria meccanica - il suo campo d'azione - l'eleganza era la sua seconda pelle: sapeva vestire con poco, chiedendo conferma allo specchio del bagno e alla sua inseparabile collaboratrice familiare, l'Alma. Da più di cinquant'anni testimone delle nostre gioie e dei nostri dolori. Forte, dinamica, disponibile, un giorno non so cosa avrei dato per vedere salire mia mamma solamente per un minuto su un pulpito qualsiasi, al fine di vincere quella timidezza di fondo, che riusciva a mascherare, però, con grande disinvoltura davanti ai potenti clienti del Sud.

Adorava il mio stile, il mio modo di raccontare le storie degli calciatori di Verona e provincia, di quegli atleti che lasciavano l'opificio o gli studi per giocare a calcio per solo diletto. Sono sicuro di averla delusa per non averle mai dato la soddisfazione di dedicarle una poesia a Natale o a Pasqua o il primo dell'anno (a tutto volume i Concerti di Capodanno a Vienna o a Sanremo), o il giorno del suo compleanno, il 30 di aprile (segno forte, quello del toro, dicono).

Ero sicuro che si sarebbe commossa e negli ultimi anni era rischioso.
E la delusi per non averle dato quella bambina, che ha cercato di prendere in braccio sia direttamente che dai suoi figli. Generosa di cuore, quasi prodiga quando lo richiedeva la circostanza, vulnerabile con tutti quelli che riuscivano a raccontargliela giusta: chiedevano un posto di lavoro e lei garantiva il massimo del suo impegno. Imploravano sostegni economici e lei aveva le mani bucate.

Passava, sia nella salute che nella malattia, ore e ore al telefono o al cellulare: sempre in ritardo, come il sottoscritto, a tavola.
Sempre con un libro in mano e la lucetta accesa quando mi aspettava nei rientri poco canonici: “Ma dove sei stato fino a quest'ora, cos'hai fatto? Sai che sono stata fino adesso in pensiero!”

Gareggiava a prenotare i migliori posti al premio letterario “Campiello”: non per mescolarsi con i Vip, ma per gustarsi meglio, da più vicino, la manifestazione. Si portava via un binoccolo delle guerre puniche, tanto era vecchio. Venezia, piazza San Marco, il “Caffè Florian” - quello che accompagna con i suoi struggenti violini le albe e i vespri della laguna che gioivamo scorgere nei loro dorati silenzi – erano l'occasione propizia per vedere le luci incantate del salotto prediletto dei dogi e delle dogaresse. Il tramonto della città di Goldoni e Tintoretto, la sua magia, il suo incanto, il suo mistero erano indolori fitte al cuore. Una volta, vestito in frac, ero così sbadato, meglio così stregato dal fascino della Serenissima, che caddi in acqua in piazza San Marco. Per fortuna che era settembre. Riemersi affannosamente e goffamente come un fradicio “gatto di piombo”, mi battezzò così mia madre.

Come un vero sportivo della poltrona, lei antisportiva. Mi ferii ad una mano, ma, la cosa più importante è che quell'infortunio, quella volta, riuscì a farla prorompere in una bella risata. Mai sguaiata, sempre contenuta. Prima elettrice alla tivù delle ultime edizioni di Miss Italia: impressionante il suo gusto e le sue previsioni sulla futura “Regina della bellezza” del nostro Belpaese. Giuro, ci azzeccava quasi sempre. Negli anni Sessanta, in occasione della sua presenza in teatro alla “Prima della Scala” di Milano, la foto che la ritraeva senza tanti trucchi od aggiunte al silicone o al botulino, finì sul “Corsera”.

Titolo: “C'era anche Claudia Cardinale alla Scala ieri”. Mio padre, da sanguigno romagnolo, geloso come l'Otello della famosa tragedia shakespeariana ed innamorato fino alla fine dei suoi giorni della sua credo unica donna, da buon medico, serio e molto professionale, aveva cercato, ahilui, senza successo, di proteggerla dalla notorietà, dai pettegolezzi dell'epoca, con il suo soprabito alla tenente Sheridan. Quello color ghiaccio e con il colletto da tirar su, alla base del cappello a tese larghe.

Mamma ha insegnato a noi figli, credo, una qualità regale: di rimanere sempre composti sia al cospetto delle autorità, di chi conta, sia con chi non poteva permetterselo. Adesso che non c'è più, che sta percorrendo una strana che l'hanno fatta in tanti, e che tutti noi prima o poi la batteremo, la vita mi sembra diversa, non più straordinaria, ma solo normale. E' come se non avvertissi più il profumo dei mughetti di primavera, che era il più bel omaggio floreale che desiderava ricevere, oltre alle orchidee e alle tube rosa. E' come se, a un certo punto della vita, scoprissi che le lancette dell'orologio non marciassero più. Come se nel cielo di una notte d'estate non brillassero più le stelle, come se gli ulivi non producessero più olio, le viti il vino, lei che era “Castellana di Soave”.

Se ne è andata in punta di piedi, come quando scende la neve, l'ultima presidentessa della “Virtus operaia”, di un borgo-laboratorio, che non ti hai mai permesso di vivere un attimo sugli allori, di startene rinchiuso dentro le torri eburnee, di cullarti sugli allori, di infischiartene di chi aveva di meno. Ape regina, di stile e di animo, cara mamma “Tizi”, ape operaia e laboriosa al tempo stesso.
Avevi ragione tu, Marchino. Complimenti!

Quella volta, la prima volta che l'avevi vista, ti era bastato una sola occhiata per inquadrarla bene. Così come faceva con noi “La Tizi”, cercando con i suoi occhi neri ed ardenti come tizzoni di scrutare la verità attraverso i nostri “specchi dell'anima”.

Quell'anima, che ora speriamo brilli per sempre a fianco di papà, degli sfortunati Giorgio ed Antonio. Avrai, tu sola, mami, delle stelle, quelle tue, che sapranno ridere. Come facevi tu, quaggiù, cara mamma Tiziana.

Andrea Nocini









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