ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

22/1/11 - INCONTRI RAVVICINATI: DEMETRIO ALBERTINI

“DEMETRIO-NOMO” ALBERTINI

Dal 2007, con l'inizio della presidenza di Giancarlo Abete e dopo il terremoto di “Calciopoli”, è stato nominato vice-presidente della Federcalcio. Ma, nel Governo del calcio, ci era già entrato attraverso l'Aiac. La carriera di Demetrio Albertini – nato il 23 agosto 1971 a Besana di Brianza (Mi) – va di pari passo con il Milan.

Arrigo Sacchi lo preleva dalla Primavera rosso-nera e lo innesta nella squadra dei “tulipani” olandesi. Debutta nella stagione 1988-89, e rimarrà con il “Diavolo” fino al campionato 2001-2, per una lunga parentesi interrotta solamente per la cessione, a titolo di prestito, al Padova in B, edizione 1990-91. I trionfi con la casacca del Milan lo proiettano subito in Nazionale, dove gioca 79 gare e realizza 3 reti. L'esordio è datato 21 dicembre 1991, in Italia-Cipro: 2 a 0.

Con gli azzurri si laurea campione del mondo in America 1994, mentre è con il Milan che si toglie la maggior parte delle soddisfazioni legate alla conquista di scudetti (5: 1992, 93, 94, 96, 99), e a quella di numerosi trofei alzati al cielo: 2 Coppe di Campioni (1989 e 1994), 1 Coppa Intercontinentale (1989), 2 Supercoppe europee (1989 e 1995), 4 Supercoppe di Lega (1989, 1992, 1993, 1994). Senza contare le finali perse nelle varie competizioni indette dall'organismo Uefa.

Il “Metronomo” rosso e nero chiude la carriera non prima di aver indossato la maglia dell'Atletico Madrid, della Lazio (con cui vince l'unica Coppa Italia della sua carriera, nel 2004), dell'Atalanta e quella prestigiosa del Barçelona. Il giorno dell'addio al calcio, Albertini lo vuole dare al pubblico di tanti successi, quello targato Milan (totale 406 presenze e 28 reti), allo stadio “San Siro”, il 15 marzo 2005: lo salutano, facendolo commuovere qualcosa come 35 mila spettatori e per lui si scomodano tante stelle del passato ed alcune del presente. E' stato un campione in campo e nella nostra intervista si è dimostrato un grande campione anche nella vita e nel bon ton.

Qual è stato il momento più bello della sua carriera di calciatore?

“Ce ne sono stati tanti che sicuramente sono quelli che possono immaginare un po' tutti, quelli delle vittorie. Però, devo dire che una grandissima soddisfazione l'ho avuta nella mia “partita d'addio”, cui hanno voluto partecipare tutti i miei ex compagni di squadra – stiamo parlando del Milan e del Barçelona -. E, quindi, una soddisfazione immensa, proprio per quello che avevi lasciato nello spogliatoio più ancora di quello che avevi lasciato delle Coppe sollevate”.

Il gol più bello sia stilisticamente che per importanza?

“Per importanza, quello della semifinale del 1994, contro i francesi del Monacò, in semifinale, su punizione. Stilisticamente, ne ho fatti non tantissimi nella mia carriera, anche se ho segnato un po', e devo dire che ce ne parecchi, ed è difficile per me scegliere. Forse, ricordo volentieri anche il primo contro l'Atalanta, quando avevo appena 20 anni ed è stato il primo con la maglia del Milan, su azione, in quell'anno, il 1992”.

Si ricorda un gol nei tanti “derby della Madunina” sostenuti contro l'Inter?

“Sì, su rigore. Ho disputato delle buon partite, però, non ero un gran goleador. Su rigore, invece, ho segnato parecchio”.

Un'”autogol”, un rigore clamoroso sbagliato?

“Il rigore sbagliato nel 1998, nel Mondiale, contro la Francia. Quello sbagliato assieme a Di Biagio: si ricorda quella sua botta finita in pieno sulla traversa?”

Esistono due stati d'animo contrapposti: la commozione da emozione forte e il pianto per un lutto o un dolore vero. Quand'è che ha fatto i conti con queste due espressioni dell'animo?

“Allora, quello di gioia, sicuramente, quando ho vinto la Champion's League, avendola persa l'anno prima, nel 1993, e devo dire che ero l'unico in squadra che nel 1993 non aveva mai vinto la Champion's, e, quindi, costituì una grande amarezza, mentre per gli altri, più o meno, avevano perso una finale, d'accordo un traguardo importanza, però per me, che ero a digiuno, era molto importante conquistare quel trofeo. Poi, tutto è stato compensato dalla gioia per il trionfo nel 1994. Per quanta riguarda la delusione, l'amarezza più grossa è stata nell'Europeo del 2000 con la maglia della Nazionale, avendo perso all'ultimo secondo la Coppa Europa contro la Francia. Ha segnato prima Viltor e poi Trezeguet”.

L'unica medaglia che le manca è la Coppa del Mondo, o no?

“Eh, sì, credo proprio di sì. La Coppa del Mondo, però, l'ho vinta come dirigente della Federazione. Ero appena entrato nel 2006 ed ho avuto la fortuna di far parte della spedizione”.

Se a lei dicessero che “soffrire è uguale ad imparare” - come sostenevano gli antichi greci -, cosa risponderebbe a riguardo?

“D'accordissimo, d'accordissimo. La vita è fatta di emozioni e l'aspetto sportivo è una crescita continua”.

In lei ha vinto di più il cuore o la ragione?

“Mah, van contestualizzati a livello temporale; quindi, in alcuni momenti il cuore, in alcuni momenti la ragione”.

L'ultima volta – non aveva risposto prima – che ha pianto di grande dolore?

“Quando ho perso una persona, sempre a livello sportivo, che mi aveva cresciuto. L'ho persa qualche tempo fa: era una persona che, avendo vissuto in collegio, a “Milanello”, mi aveva fatto diventare uomo. E' stato Bepi Clozza”.

Torniamo di nuovo in campo: qual è stato il cliente più difficile, l'avversario più immarcabile?

“Zidane. Sì perché rendeva semplice tutte le cose più difficili, e, quindi, era dura marcarlo”.

Il più forte dei suoi tempi?

“Io devo dire che sono stati sempre i più forti quelli con cui ho giocato. Visto che ho giocato tanto, penso che Van Basten sia stato il più forte”.

La sua bestia nera, invece?
“La Francia”.

La sofferenza. Lei crede in Dio?
“Sìììììì. Io ho un fratello sacerdote, don Alessio, un diocesano”.

Don Alessio farà crescere i suoi più piccoli fedeli facendoli giocare nell'oratorio, come è successo e capita in molte nostre parrocchie...
“Io arrivo dall'oratorio, quindi, assolutamente l'oratorio è stato una scuola di vita”.

Ha paura della morte?
“No”.

Come se l'immagina l'Aldilà, cosa ci sarà, cosa si aspetta di vedere nell'Aldilà?

“Sicuramente, un qualcosa che non è paragonabile ai canoni di valutazione nostri terrestri, e m'immagino l'uguaglianza di tutti”.

Non ci saranno più differenze, ingiustizie, diseguaglianze?

“Penso di sì. Nel senso così me l'immagino, così penso; poi, non lo so”.

Non si può – mi sembra lei abbia detto – con i limiti dell'umano immaginarsi lo splendore dell'Aldilà, l'Infinito. La nostra terrestricità, la nostra finitezza, i nostri poveri e finiti limiti non ci permettono di immaginare l'Infinito, l'Eterno. Giusto?

“Esattamente. Se uno crede nell'Aldilà, non potrebbe valutarlo perché abbiamo le bende del finito, del limitato nei nostri occhi. La valutazione fatta qui in terra, sarebbe sempre una valutazione imprecisa, imperfetta, fatta di tanti limiti terreni”.

Certo, una definizione, quella nostra dell'Aldilà, molto limitativa.

“Sì, limitativa, perché i termini di paragone sono di quelli che abbiamo qui: avremmo tutti la Ferrari, o che saremmo tutti felici, cioè non può essere”.

La sua infanzia, com'è stata?

“E' stata un'infanzia serena, ricca di soddisfazioni, e, se la ripenso adesso con i giusti canoni e i giusti confronti dell'età, perché ogni età differente va diversamente confrontata, è stata ricca di valori, che mi sono serviti successivamente per superare le difficoltà che ci sono nella vita. E, soprattutto, con una cosa che forse in alcune situazioni manca al giorno d'oggi, che è quella degli obbiettivi, non assoluti ma degli obbiettivi di soddisfazione. Che erano quelli di giocare a calcio, e, intanto, studiare”.

Il suo sogno era quello di fare il calciatore. E' entrato in Federazione per poter rimanere nel mondo del calcio, e qual è stata la spinta ad entrare nel Governo del calcio?

“Prima, la casualità, perché mai avrei potuto pensare od organizzare una situazione, pensando a quello che avrei fatto dopo e che questa occasione, questa possibilità datami dal Presidente Petrucci avvenisse neanche dopo un anno che avevo smesso. Primo. Secondo, come sempre, poi, si mette in gioco e trova delle persone che ti insegnano a valutare una nuova realtà che è diversa da solo, esclusivamente quella del calcio. Io ho sempre detto che, quando smettevo, avrei voluto mettermi a disposizione del mio mondo, che m'aveva dato tanto e poter dare qualcosa anch'io, mi è stata data questa opportunità, ma, penso soprattutto come sono stato e, tornado al discorso di prima, come è stata la mia carriera. Se trovo, ora, in questa mia nuova veste, quelle soddisfazioni che sono diverse da quelle calcistiche, quelle prettamente calcistiche, allora, a questo punto, capisce che può dare qualcosa e si può mettere in gioco”.

Cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni – usciamo dal contesto calcistico – e cosa la riesce ancora a commuovere oggi?

“Allora, prima di tutto, mi danno fastidio i giudizi superficiali, che normalmente noi – e, quindi, mi ci metto anch'io – diamo delle persone; sai, quando uno dice, a pelle mi sembra così, cioè ci mettiamo a trinciare un giudizio di una persona che non conosciamo. E, questa è una cosa che mi dà tanto fastidio. E, poi, quello che mi emoziona di più è l'aspetto relazionale delle persone, che parte dai genitori, alla famiglia, a mia moglie, ai miei bambini, ai miei fratelli, agli amici. L'aspetto relazionale penso che sia la parte più importante della nostra vita”.

Se Demetrio Albertini non avesse fatto il calciatore, e poi il dirigente, cosa gli sarebbe piaciuto fare “da grande”...?

“Non fossi riuscito nel calcio...” e il “Metronomo” riflette su bene qualche secondo: “No, no me l'avranno fatta questa domanda, ma non voglio rispondere in maniera banale. Forse, avrei fatto, visto che i miei studi erano indirizzati a fare il geometra avendo lavorato spesso e volentieri con mio papà Cesare muratore, avrei fatto quello. Sicuramente felice, però. L'aspetto relazionale va oltre quello che uno fa”.

Sua mamma era casalinga? Suo padre impresario edile?

“La mamma casalinga, sì, il papà impresario edile”.

Non ha mai pensato di abbandonare, in carriera, il calcio?

“Di allontanarmi, sì. Mio figlio non fa il calciatore e non è una soddisfazione dire che a mio figlio non gli piace tanto il calcio giocato, ma è anche una felicità perché non ci sarà mai un paragone con suo papà. Il paragone per lui nella crescita vera. Avendo avuto io un fratello più piccolo, che ha fatto anche lui il calciatore non professionista, però, ha militato nelle giovanili professionistiche, so quello che ha vissuto nel paragone. Avendo saputo che lui aveva vissuto questo paragone e vedendo che lui l'ha superata benissimo, nel momento in cui mio figlio Federico ha scelto di fare scherma, nuoto, basket, ed altri sport, e anche mia figlia abbraccia tutti gli sport dal nuoto alla pallavolo, non è che mi vanti del mancato paragone di mio Federico con il padre, ma, è certamente per me un bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Sarei stato contento se mio figlio avesse fatto il calciatore, ma che fosse andato incontro ad altre problematiche che non fossero capeggiate dal paragone paterno”.

Non ti è mai capitato di smettere col calcio perché non lo sopportavi più o perché attraversavi un momento di crisi, di sconforto, tanto da non voler più proseguire nella carriera? I giovani mancano di certezze, vanno incontro a diversi momenti di fragilità psicologica?

“Sconforti, mancanza di certezze le vivi anche nel calcio, non solamente nella vita. Io quando ho cominciato, che partivo alle sei e mezza del mattino per andare a scuola, poi, dopo, andare ad allenarmi a quaranta chilometri da Milano, per dopo ritornare alle nove della sera a studiare, ci possono essere, ma possono essere i confronti che la vita ti propone”.

Se un giovane calciatore si recasse da lei e le confidasse di attraversare un momento nero, di depressione, di disagio psichico, cosa gli consiglierebbe?

“Ma, lì, prima di tutto vuol dire che oggi ha valutato le cose negative del calcio e non quelle positive. Che sono lo stress ed anche la situazione di non giocare. La panchina o la sconfitta. Gli è stata insegnata una valutazione sbagliata di cos'è questo sport. Perché l'aspetto relazionale di una squadra, l'aspetto delle regole, l'aspetto della stima, l'aspetto del rispetto, l'aspetto della condivisione, l'aspetto della condivisione della gioia o della sofferenza, sono dei valori che ti riempiono e ti danno soddisfazione sempre. Anche nelle negatività che ti dà lo sport”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 gennaio 2011









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