ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

1/2/11 - INCONTRI RAVVICINATI: CORRADO CALABRO'

LA PUNTA DEL CALABRO'...

Corrado Calabrò (Reggio Calabria, 1935) è Presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Non solo: ricopre anche incarichi in Magistratura, nella Pubblica Amministrazione e nell'attività letteraria. Dopo aver conseguito presso l'Università di Messina nel 1957 la laurea in Giurisprudenza, è entrato nella Corte dei Conti e successivamente nel Coniglio di Stato. Di cui è diventato Presidente di Sezione.

Dal 1999 al 2001 è stato eletto Presidente dell'Associazione Magistrati del Consiglio di Stato. Specialista di Diritto del Lavoro e di Diritto Amministrativo, Calabrò ha scritto numerosi volumi. Intensa anche la sua attività letteraria, a cui si dedica dal 1962, ricevendo nel 1997 e nel 2000 le lauree “honoris causa” dalle Università di Odessa e da quella rumena di Timisoara.

I suoi libri di poesie sono tradotti in una quindicina di lingue e interpretate da attori famosi, quali Giancarlo Giannini, Achille Millo, Paola Pitagora, Riccardo Cucciolla, Walter Maestosi, Daniela Berra. L'ultima sua fatica in versi è intitolata “T'amo di due amori” (2010) editore Vallardi.

Presidente, cos'è per lei la poesia?

“E' la rivelazione di qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo con gli occhi della quotidianità senza scorgerla. Fa cadere questo velo, il velo dell'abitudine, questa cateratta che ci ottenebra gli occhi senza che ce ne accorgiamo. L'assuefazione ci porta a non vedere al di là di quello che abbiamo sotto il naso. La poesia ci fa intravedere un senso ulteriore”.

Ha mai giocato a calcio da ragazzino, ha praticato nuoto, visto che le sue origini sono calabresi?

“Ho praticato il nuoto, che, quando posso, pratico ancora adesso. Ancora adesso, pur nuotando raramente, riesco per tre, riesco a nuotare tre, quattro ore senza che mi si accelerino i battiti del polso. Non ricordo l'età in cui ho cominciato a nuotare: deve essere stato nell'età antecedente la ragione. Poi, ho praticato il sollevamento pesi: sono stato campione italiano di seconda categoria ed “Ercole d'Italia”. Poi, ho giocato nei ragazzi, quando avevo 15 anni, nella squadra giovanile della Reggina”.

In che ruolo?
“Attaccante”.

Attaccante in campo e poi anche nella vita?

“Attaccante. Eh, sì, un po' m'è toccato andare sempre all'attacco e fare un po' da riferimento”.

Qual era il suo idolo di allora e quello di adesso?

“Mah, adesso, va bé, è Messi. Allora, era Pelè, più che Maradona”.

Che cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni, e cos'è che invece riesce ancora a commuoverla?

“Bé, ogni tanto una percezione si stacca dal quotidiano e penetra nel profondo e mi conquista col senso di una rivelazione. Io pensavo di avere scritto abbastanza poesie, perché, in effetti, in poesia il rischio è di aver scritto troppo, non troppo poco: avevo già pubblicato 16 libri in Italia, 18 sono le traduzioni in lingue straniere. A fine settembre 2009, un sabato mattina, alle quattro e mezza, mi sono alzato e sono uscito sulla terrazza della mia villa di Frascati: c'è una grande terrazza da lì, dalla quale si domina Roma, si vede il Cupolone, e la mattina presto, quando i raggi taglienti si vedono anche le finestrelle del Cupolone. Era presto e c'era il cielo stellato sopra di me e un senso di meraviglia mi ha preso. Un senso di meraviglia in questo senso: che noi crediamo di vedere meglio con la luce del giorno, ma, se la luce del giorno nasce ventiquattro ore su ventiquattro, noi saremmo ciechi. Noi potremmo credere che l'universo sia circoscritto a questo pianeta terroso, sul quale poggiamo i piedi. E' solo quando la luce del sole si spegne che il cielo stellato ci dà una qualche percezione dell'immensità dell'universo. E, questa è la stranezza: come degli occhi visibili facciano vedere così poco, tolgano tanto all'intuizione, all'immaginazione. E, questo è vero anche per la poesia, quando fissiamo troppo le cose intorno, non vediamo, non sentiamo, non percepiamo il senso, il non senso che c'è nell'aldilà, “al di là del muro”, come diceva Montale. Al di là della cateratta, dico io”.

Lei crede in Dio? E come se l'immagina l'Aldilà, cosa si aspetta di vedere?

“Guardi: io, innanzitutto, sono molto curioso di sapere se ci sono altri pianeti abitati, dove c'è una vita autocosciente, perché tra l grandi meraviglie dell'universo c'è 'sto fatto: che noi ne abbiamo una qualche autocoscienza. E, abbiamo perso un po' la capacità di stupirci di questo. Come dice Giovanbattista Vico “senza la capacità di stupirsi non c'è percorso di conoscenza”. Per esempio, per dire quante e quante cose l'osservazione ci ha reso ciechi: noi, in questo momento, crediamo di essere fermi, compatibilmente con la terra sotto i piedi. Eppure, stiamo viaggiando alla velocità di 150.000 chilometri all'ora, che è la velocità – 105.000 chilometri all'ora – con cui la terra gira attorno alla sua stella, che è il sole. E, a questa bisogna aggiungere la velocità di traslazione del sistema solare – che è di 72.000 chilometri all'ora – più la velocità di fuga della Galassia. Di fronte a queste velocità, di 150 chilometri all'ora delle nostre automobili, i 900-1000 chilometri all'ora dei nostri aeroplani, sono velocità da giocattoli. Cosa fa girare la terra intorno al sole, il sole con la sua Galassia, la Galassia intorno al proprio centro? L'ipotesi più attendibile è che un immenso buco nero al centro della Galassia tra pianeti, stelle, gli stessi bracci a spirale della Galassia, i quali ruotano intorno, in modo concentrico, cercando di sfuggire, o per lo meno, di ritardare il momento, in cui verranno ingoiati da questo mostro. Dal quale nasce forse un altro universo. Come dice Steven Weinberg, un astrofisico, “più l'universo diventa comprensibile, più appare privo di senso”. Ecco, perché c'è spazio ancora per la Fede, ecco perché c'è spazio ancora per credere in un Aldilà, ma, è vero pure che noi l'aldiqua non lo conosciamo”.

Lei la sofferenza l'ha provata, o no?
“Ohhh, sì”.

Come si è difeso, presidente?

“La sofferenza ci apre gli occhi. Guardi non voglio parlare di me stesso, ma di una mia sorella, che ha perso per leucemia fulminante un bambino di tre anni. Voglio parlare di mio fratello Italo, che si è immolato, donando se stesso, e ha fatto cose straordinarie, incredibili. Quando gli venne rivelato la natura del suo male, quel male che se l'è portato via in quaranta giorni, io ero presente, e ricordo che come alzò gli occhi fulminò con lo sguardo mia figlia, che aveva gli occhi pieni di lacrime, e disse: “Sia fatta la volontà di Dio!”. E, da quel momento portò con sé una tale serenità che c'era una processione di gente che veniva a visitarlo nella sua camera, dov'era ritornato dopo essere stato congedato dall'ospedale perché non poteva essere operato. E, tutti lo interrogavano con gli occhi, perché lui che aveva dato forza a tanta gente, compresi i pazzi del manicomio, si chiedevano se si sarebbe smarrito davanti alla morte. Ecco, l'ultimo dono che ci ha fatto – lui aveva detto una volta: “quando si è poveri di salute, si ha bisogno di tutti” - di smitizzare il terrore della morte. E' morto con questo sguardo sereno, fermo, come quando ci sono stati i suoi funerali, a parte le migliaia e migliaia di persone dentro la cattedrale, hanno portato in giro il feretro per le strade intorno e sui marciapiedi, decine di migliaia di persone si mettevano in ginocchio piangendo e lo chiamavano padre. Lo chiamavano padre anche persone più anziane di lui. La sofferenza apre una costa del nostro “ego”: noi siamo rinchiusi in questo nostro ego, e ci vuole una forte spinta perché si apra. Può essere l'amore. Più spesso la chiave della comprensione è il dolore”.

E' vero quello che ha scritto Mario Luzi: “solo la poesia ci salverà perché è concezione fondante del parlare e dell'ascoltare”.

“Sì, però la poesia deve stare attenta a non diventare vuoto esercizio, vacuo esercizio, celebratismo e compiacimento di sé. Guai a chi si compiace di sé. Bisogna parlare per capire, per intendere, per comprendere; e la poesia si è un po' impoverita con il Gruppo Sessantatrè è diventato un esercizio sterile, autoreferenziale. Questo porta all'autismo: si crede di parlare, ma non si dice niente, la poesia deve arricchirsi, deve aprirsi alle ultime frontiere. Le ultime frontiere oggi sono quelle dell'astrofisica. Anche la cosmogonia non è più materia di teologia o di filosofia, è materia di cui si occupa l'astrofisica. Io sono un appassionato di astrofisica, ho letto dozzine e dozzine di libri, e continuo a leggere. Ed è una mia lettura di evasione. Ho cominciato a quindici anni e continuo anche adesso, perché veramente sento che gli interrogativi ultimi sono lì, su quella frontiera”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Guardi: in me è come se ci fossero due persone, due gemelli siamesi uniti alla schiena ,che tirano in direzione diversa. La mia vita quotidiana è ispirata a una rigorosa razionalità, alla necessità di dimostrare una tesi, dimostrarne la giustezza e di trarne le conseguenze. Di farne, diciamo, una sentenza, quello che è l'esercizio più tipico che anche adesso, in altra forma, porto avanti. Poi, c'è un altro emisfero cerebrale: quando scatta quello, è come se un interruttore cambiasse completamente visione sullo schermo. Non lo chiamerei sentimento, ma lo chiamerei intuizione, cioè, l'”esprit di finesse” cartesiano contrapposto all'”esprit de geometrique”. E, quando c'è quel modo di vedere, allora non si insegue una tesi, ma si è pervaso da una sensazione, che ci attraversa, che ci viene a visitare. Bisogna cercare di essere il più coerenti possibili a quella suggestione, come dicevo rivelatrice, che affiora da uno strato subliminale della coscienza. Ecco, quasi un'esperienza medianica, come quella volta che, dopo aver visto quel cielo stellato sopra di Roma, sono andato alla scrivania e tutta la notte tra il sabato e la domenica e quella tra la domenica e il lunedì mattina, senza togliermi il pigiama, senza farmi la barba, la mia mano con in braccio una telescrivente ha scritto seicentodue versi. Che ho riconosciuto miei, decretandoli solo dopo averli scritti. Come se provenissero da un altro strato dell'essere, come se fossero un braccio della telescrivente. E questo poemetto – ho appena ricevuto adesso una telefonata dal professor Rosario Villari (benemerito docente universitario di Storia contemporanea all'Università degli Studi di Roma, e noto Accademico dei Lincei), che ha dimostrato che l'ho compreso nel profondo ed è qualcosa di sbalorditivo quello che dice – ed era qualcosa che era dentro e non lo sapevo. Sono un appassionato dell'astrofisica da sempre, ma non avrei mai pensato di scrivere su questa materia, come certo non penso di scrivere sul Diritto, che pure occupa dodici ore al giorno della mia vita. Eppure, ce l'avevo dentro e ho trovato la forma poetica poetica di espressione. Tutto questo è un'esperienza involontaria e irresistibile al tempo stesso: un'esperienza medianica, appunto”.

Lei è un affermato magistrato: di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Bé, che il diritto è inscindibile dal dovere. E che il diritto si ferma là dove menoma la libertà altrui. E che abbiamo un impegno di dare il meglio di noi stessi, di spendere al meglio quel talento che la natura, il Creatore ci ha dato. La vita è effimera, ma a noi è data un'occasione: quella di dare, secondo delle nostre possibilità, il meglio di noi stessi. C'è chi lo dà nella donazione di sé agli altri, c'è chi lo dà in un'opera creativa, c'è chi lo dà in un'opera applicativa, e c'è chi lo dà facendo giustizia per gli altri, e c'è chi lo dà per presentarsi come un giusto tra tanti”.

Giuseppe Ungaretti ha detto: “i morti sono la strada che noi vivi percorriamo”. Una sua riflessione, dottor Calabrò...

“Io ho scritto nella mia poesia, proprio riguardo lo tzunami, che quando venivano rivoltati questi morti e si vedevano queste facce, dice: “I morti ci somigliano, e tutte 'ste facce è come se fossero conosciute, è come se fossimo noi. Perché la morte è un'esperienza di ciascuno di noi, inscindibile dalla nostra vita”.

Lei ha paura della morte?

“Guardi, io mi sono trovato due-tre volte nella mia vita sull'orlo della morte: una volta per colpa di un'emorragia mi sono trovato in fin di vita, un'altra volta per un gravissimo incidente, ecc... Se ci penso nel quotidiano, può darsi che abbia paura, anche se non ci penso mai. Ma, la cosa che ha stupito chi era intorno a me, i miei familiari e le persone che mi volevano bene è che in quel punto estremo ero estremamente sereno. Eppure, guardi, la mia vita sarebbe stata troncata prematuramente: ho fatto qualcosa che per me, nel mio piccolo, dal punto di vista soggettivo, è molto importante dopo di allora. Eppure, allora, ero arrivato al capolinea: è come quando l'arbitro fischia la fine di una partita, e l'espressione usuale dei commentatori, quella stereotipa è quando si sente “L'arbitro dice che può bastare””.

Chi vorrebbe un giorno – il più lontano possibile, s'intende – incontrare nell'Aldilà tra questi poeti: Dante, Carducci, Leopardi, Montale, Ungaretti?

“Forse Omero, forse, i lirici greci. Ma, se parliamo di italiani, bé, non c'è dubbio: Dante è incommensurabilmente più grande degli altri. Incommensurabilmente il più grande”.

E cosa gli chiederebbe?
“Eh, parleremmo...”.

Che non esiste più l'inferno, secondo la dottrina ecclesiastica moderna?

“Non tanto di questo. Il limbo, lei sa, che è stato soltanto tirato fuori nel milleduecento, perché prima non c'era. Limbo e Purgatorio sono serviti per la raccolta delle offerte per conquistarsi la grazia. Non tanto questo, perché quello è il contenuto esteriore della sua opera. Lui l'ha approfondita molto seriamente, ma ogni visione è datata, oggi abbiamo altre visioni. Gli parlerei di altri universi, gli parlerei di questo mistero, di questo nostro pianeta, che viaggia su binari invisibili, e noi crediamo che questi binari siano sempre quelli. Invece questo pianeta può deragliare in qualsiasi momento. La precarietà della nostra vita non è solo individuale e collettiva, ma è planetaria, e anche galattica. Basterebbe una stella gigante che esplodesse a distanza non eccessiva – intendiamo: bastano alcuni milioni di anni luce, che non siano soltanto centinaia di milioni di anni luce – perché questa vita scompaia. Chiederei a Dante se ha capito che senso ha questa vita, che crede di capire tutto; e non è che capisca tutto, questa vita, ma crede di capire tutto. Ma, non sa nemmeno perché esiste”.

Qual è il poeta o personaggio letterario in cui lei meglio si identifica?

“Nessuno, in assoluto. Quello che sento più vicino a me è Quasimodo: ma, non vorrei essere scambiato con lui. Invece, con Sofocle, nella sua tragedia, quella di “Edipo re”: è qualcosa di immenso per quello che succede, per il senso di fatalità, per la colpa inconsapevole, e tuttavia responsabile”.

Qual è il verso di Quasimodo che le piace maggiormente librare nell'aria?

“”Quale vento stanotte m'ha cercato?””.

Il “gol” più bello che ha fatto nella sua vita?

“Guardi, le dirò che il mio versetto che ha avuto più successo tra i ragazzi, perché nelle scuole ho visto che l'hanno riportato nei loro sms, e se li sono subito scambiati, (è stata una grande soddisfazione essere stato capito dai giovani, perché io sono un antidiluviano, e altra gioia è aver scoperto che i ragazzi per parlarsi tra di loro usino dei miei versi) è questo: “E non dirò che amore se non vuoi. No, non dirò che amore se hai paura””.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 31 gennaio 2011

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