ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

7/5/11 - INCONTRI RAVVICINATI: PIER FRANCESCO PINGITORE

L'ARTE DEL PINGITORE...

Nato giornalista, diventa autore, regista per televisione, cinema e teatro. Parliamo di Pier Francesco Pingitore (Catanzaro, 27 settembre 1934), il quale nel 1964 a Roma dà vita, assieme a Mario Castellacci, alla compagnia del “Bagaglino”, dove vanno in scena i nomi più importanti dello spettacolo e del cabaret italiano, quali Enrico Montesano, Gianfranco D'Angelo, Oreste Lionello, Gabriella Ferri, Leo Gullotta, Valeria Marini e Pamela Prati. Pingitore è uomo di spettacolo a tutto campo, capace come pochi colleghi di far scattare la risata al pubblico e l'applauso del forte consenso.

Maestro, non ha mai giocato a calcio, da ragazzino?

“Mettiamoci subito d'accordo: non mi chiami maestro, ma solamente Pingitore”.

D'accordo, Pingitore.

“Certo che ho giocato: ero molto appassionato. Giocavo centravanti, mi piaceva molto l'acrobazia. La mia specialità, o meglio, i miei tentativi di specialità erano quella che allora si chiamava la “Calligaris”, cioè la rovesciata con la sforbiciata. Ecco, quella era metà tra la passione e l'esibizionismo”.

Aveva un idolo in quel tempo innocente in cui si divertiva a disegnare quell'acrobazia?

“Dunque, vediamo un po', perché di tempo ne è passato, eh. Erano gli ultimi anni di Silvio Piola, ed era ancora fresco il ricordo di Beppino Meazza, di Amedeo Biavati. Poi, siccome parliamo dell'immediato dopo Guerra, a parte Amadei – che era formidabile centravanti della Roma -, c'era il grande Torino, di cui conosco ancora la formazione. Se vuole, gliela posso anche dire”.

Sì, certo.

“Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris. O anche Ossola”.

Mi par di capire che il calcio era una sua grande passione...

“Mah, sa allora, eravamo tutti appassionati; per la verità, più che vederlo – perché poi per vederlo bisognava solo andare allo stadio, perché non c'era la televisione e si sentivano queste radiocronache veramente appassionanti di Nicolò Carosio; anche se poi erano meno veritiere di quello che noi immaginassimo, anche se questo andrebbe dimostrato – ma molta era anche la passione per il calcio giocato più che per il calcio parlato. Adesso si parla molto di calcio e non si sa quante realtà si giochi: noi giocavamo dappertutto, per la strada perché c'erano poche automobili, nei campetti di periferia, nei campetti delle scuole, bastava uscire da scuola verso mezzogiorno e mezzo e prima delle due e mezza-tre non si ritornava a casa. Oppure a Roma, io uscivo dal “Torquato Tasso” e si giocava nel “Parco dei Daini”, che era ed è tuttora una spinata, dietro la Galleria Borghese, dove c'erano decine e decine di ragazzi che giocavano. C'erano tantissimi campi, ma i campi non erano delimitati da nulla, ma semplicemente dai libri di scuola, con cui costruivamo le porte. Ecco, questa era un po' l'epoca; poi, ovviamente, le cose sono diventate molto diverse”.

Il “gol” artistico e l'”autogol” più clamorosi firmati nella sua carriera?

“Mah, è un po' complicato, un po' difficile perché ho fatto tantissime cose nella mia vita, e ci sono stati, certo, “gol”, “gol” mancati, “autogol”. La cosa che forse mi ha dato più emozione è quando abbiamo creato “Il Bagaglino”, moltissimi anni fa, e nessuno di noi – eravamo quattro giornalisti – aveva esperienza di teatro. Quando in questa cantina, che affittammo nella via vecchia via di Panico, si radunarono queste centoventi, cento-trenta persone pigiate come sardine, uno sopra l'altro, e Oreste Lionello, Pino Caruso già cominciarono a pronunciare le nostre battute, e, quando sentimmo la gente ridere, ecco, quella è stata un'emozione che difficilmente ho provato in seguito. Questa è stata proprio la prima volta, come si dice. Poi, certo, da allora sono passati parecchi anni, ma, in fondo, faccio qualcosa o in teatro o in televisione o al cinema per me è sempre la prima volta, cioè ho sempre quell'entusiasmo, ho sempre quel timore che la cosa non possa andare. Che poi nello spettacolo, e nella vita in genere, veramente gli esami non finiscono mai. Ha ragione Edoardo (De Filippo): ci si sente sempre in attesa del voto”.

Abbiamo parlato di emozione: ecco, quand'è che le è capitato recentemente di vivere lo stato d'animo del pianto della commozione e quello del vero dolore?

“Eh, sa quando nei lutti e purtroppo in una vita che è già abbastanza lunga come la mia si susseguono, scandiscono tante epoche. Cominciamo con i miei lutti di famiglia, poi, quando ho perso mia madre, i miei fratelli, e gli amici anche più cari, oppure quando è morta Gabriella Ferri, o Castellacci od Oreste Lionello. Ma, sarebbe una rievocazione un po' troppo funeraria, lasciamo perdere”.

Incontrando tante persone come lei, si riesce a scacciare la solitudine?

“Io non ho mai sofferto di solitudine. Trovo che la solitudine sia una condizione abbastanza felice dell'uomo, per chi la sa vivere. Naturalmente, mi piace molto anche la compagnia, frequento molti amici, cui voglio molto bene, che mi rallegrano con le loro conversazioni, la loro presenza, però, devo dire che non ho mai temuto di stare solo perché, in fondo, ci sono tante cose che uno può fare da solo: può leggere, può pensare, può vedere, può guardare, può rimuginare, e qualche volta può creare qualche cosetta”.

Vittorio De Sica, Federico Fellini, Dino Risi, Mario Monicelli: scegliamo un aggettivo per questi quattro grandi registi?

“Mi sento di parlare, di questi quattro che lei mi sta citando – difficilmente posso dare dei giudizi, ma posso solo esprimere dei giudizi sulle loro opere -, solo di Fellini, perché l'ho conosciuto abbastanza bene. Lui era una persona veramente di un'ironia rara, direi dolce in apparenza, forse, in apparenza, meno dolce, che poteva riempirti una giornata con una battuta e i suoi film sono molto più belli a vederli a distanza, come tutti i veri capolavori, che non nel momento in cui uscirono. Penso che Fellini sia destinato a rimanere”.

Fellini diceva che “il teatro è finzione”: il libro, allora, il cinema, la televisione, cosa sono?

“Il teatro è finzione? Ma tutto è finzione, non esiste nulla di quello che scriviamo, che rappresentiamo a teatro, nel cinema, è tutto filtrato attraverso la nostra sensibilità, i nostri sentimenti, i nostri umori e per umori parlo degli umori dell'artista, quindi, tutto è finzione. In realtà, anche un documentario è finzione, sotto un certo aspetto”.

Se non avesse fatto il regista, cosa le sarebbe piaciuto fare? Magari continuare a fare il giornalista, cioè continuare da dove era partito?

“Sì, per il giornalismo ho avuto una grande passione. Che poi forse si è esaurita, ma, scemata fino a un certo punto, voglio dire, perché poi giornalista si rimane sempre, si rimane sempre curioso di quello che succede nel mondo, però, diciamo che la passione vera, autentica della mia vita è appunto il teatro, il cinema, la televisione, e, soprattutto, creare degli spettacoli, siano essi nel cinema, nella televisione, nel teatro. Ti dà più, che qualche altro mezzo, una confidenza con l'opera che fai, con le persone che la interpretano e con quelli che poi la dovrebbero apprezzare o disprezzare. Penso che il teatro sia la forma di rappresentazione d'arte più completa ed anche più rischiosa per un autore, perché non si può bluffare. In teatro non c'è scusa, non c'è schermo, è il caso di dirlo, perché tu ti metti – anche nel caso che tu faccia la regia – davanti alla gente con le persone che hai curato per quindici, venti giorni di prove, hai scritto quello che pensavi di voler scrivere, e sei lì nudo di fronte alla gente. Penso che quello sia il momento della verità. In televisione, la gente, il pubblico non lo vedi, non sai se sono stati due milioni, dieci milioni o venti milioni a guardarti: questo è tutto immaginario, tutto questo è virtuale. Al cinema, sì, puoi andare a vedere il tuo film, ma non è che tu vai a vedere tutti gli spettacoli, tutti i cinema del mondo. Mentre in teatro tu sei lì, la sera, e hai, passo a passo, il polso del pubblico, e puoi constatare se quello che volevi dire o esprimere ha un valore o no”.

“Immortale è chi accetta l'istante” (Cesare Pavese). Un suo giudizio su questi versi.

“Annette un'importanza totale al momento in cui uno vive”.

Una specie di “carpe diem”, di afferra il giono, goditi il momento, l'istante?

“Il “carpe diem”, certo, è un po' la filosofia di tutti noi, anche se poi ci nascondiamo dietro il trascendente, ecc., ma, la vita, vogliamo tutti viverla, ed è giusto viverla intensamente, e prendere tutto ciò che la vita ci offre. Se uno ha dei parametri morali, personali, cercando, anzi, evitando decisamente di fare del male agli altri. Però, insomma, la filosofia del vivere intensamente ed audacemente il proprio momento, credo che sia comune di tutti, e certamente mi appartiene”.

Ammettiamo che io sia un produttore cinematografico o teatrale, e le chieda di rappresentarmi l'Aldilà: come me lo rappresenterebbe l'Aldilà Pier Francesco Pingitore?

“Ah, che domanda difficile!”

Una domanda, quella sull'Aldilà, che affascina tutti e sempre, visto che nessuno di noi è mai andato e tornato indietro, o no?

“Dicono, è vero, sì”. Il regista continua a pensarci su, accompagnando con un sorriso l'attesa della sua risposta. “Guardi, sarei sempre portato a rappresentarlo, l'Aldilà, in una forma ironica, perché sinceramente non mi sento portato per la speculazione filosofica e religiosa. E, quindi, cercherei di dare una rappresentazione dantesca o rivisitata, ma, non mi sentirei di prendere troppo sul serio questa missione perché non rientra nel mio spirito. Che è abbastanza leggero. E ho fatto un po' di questa leggerezza il costume della mia vita”.

A lei va bene come sta recitando in televisione la “Divina Commedia” Roberto Benigni? Che nel cast di questo ipotetico suo film, maestro, potrebbe essere il protagonista giusto, quello principale, o no?

“Non credo che Benigni possa essere un attore per me e per questa rappresentazione, perché Benigni sta bene da solo. Benigni è geniale, Benigni è un grande attore e un grande intellettuale. Penso che faccia storia a sé, io lo stimo molto, e penso che quel modo che ha lui di raccontare la “Divina Commedia” ed anche di renderla così esplicita, e che è frutto anche di grande cultura, io penso che sia delle forme artistiche contemporanee di maggior valore. Ammiro molto Benigni: penso sia un attore che basta a se stesso, tanto è bravo”.

Beatrice, chi sceglierebbe nel ruolo della tanto amata da Dante Alighieri?
La Ferilli? No, è troppo osé, forse.

“Come Beatrice io mi sceglierei Michelle Pfeiffer”.

E come Dante, chi metterebbe, Bruno Vespa, no, vero?

Grande risata di Pingitore. Che gradisce anche il nostro suggerimento di nominare il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mentre prende cautamente per mano i nostri politici: “Ma, allora, Napolitano dovrebbe fare Virgilio. Dante dovrebbe essere un Dante variabile, un Dante intercambiabile, a seconda delle stagioni politiche. Quindi, direi che è forse meglio mettere un attore. Mettiamo Albertazzi”.

E, come Caron Dimonio, chi mettiamo?

“Caron Dimonio? Hanno ammazzato pure Bin Laden”.

L'abbiamo pensato anche noi mentre formulavamo la domanda.

“Il Caron Dimonio ce l'hanno ammazzato, quindi, bisognerà farne a meno”.

La felicità esiste?

“Sì, ma ce ne accorgiamo sempre quando è passata”.

Le piace Anthony Hopkins?

“Ah, moltissimo!”

Le piacerebbe avere come attore un genio simile? E chi oltre a lui?

“Antony Hockpins sicuramente. Mah, guardi, io ho avuto nella mia vita tanti attori, anche importanti”.

Scegliamo, tra tutti, Marcello Mastroianni?

“Sì, sì, sì, Mastroianni, certo. Ma, sa chi vorrei avere? Vorrei avere Oreste Lionello, ecco”.

Andrea Nocini - 3 maggio 2011

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