ULTIMA - 22/5/19 - IL VILLA BARTOLOMEA SI AFFIDA A MISTER GIAN LUCA PARISATO

Nel girone B di Terza categoria, domenica scorsa si è giocato il 1° turno dei play-off che hanno registrato la vittoria per 2 a 0 della Dorial di mister Alessandro Bruni che ha quindi eliminato dai giochi promozione il Roverchiara di mister Simone Brunelli. Promozione in 2^ categoria che i "doriani" del presidente Gabriele
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

16/5/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ANTONIO CAPRARICA

“DA LONDRA ANTONIO CAPRARICA”

Nato nel 1951 a Lecce, dove si è laureato in Filosofia, Antonio Caprarica ha iniziato la carriera di giornalista, occupandosi di politica interna al quotidiano ”L'Unità”, e diventando condirettore del giornale torinese “Paese Sera”. Ma, la sua popolarità cresce quando diventa inviato Rai in Medio Oriente per cinque anni, dal 1988 al 1993, commentando la jhad antisovietica in Afghanistan, la prima Guerra del Golfo e l'intifada palestinese. Viene promosso capo dell'Ufficio Rai da Mosca, dal 1993 al 1997, anno, questo, in cui lo è anche da Londra.
Da marzo 2006 è direttore della sede Rai di Parigi.

Caprarica è pure un apprezzato scrittore di libri: nel 1986 (e nel 2006) esce “La ragazza dai passi perduti”, nel 1988 “La stanza delle scimmie”, nel 2007 è la volta di “Com'è dolce Parigi...o no?”, nel 2008 esce “Gli italiani la sanno lunga...o no!?”, l'anno dopo, nel 2009, “Papaveri & papere” e pure “I Granduchi di Soldonia”, nel 2010 “C'era una volta in Italia”.

Quando raggiungiamo Antonio Caprarica a Londra, si sono da poco consumate le nozze del futuro re di Inghilterra William con la bella Kate. Evento mediatico del secolo, commentato con impareggiabile bravura dall'inviato pugliese della Rai.

Dottor Caprarica, ha mai giocato a calcio, da ragazzino?

“Eccome no? Altrimenti che scolaro e che studente italiano sarei mai stato? Ho giocato con grande passione fin dalla più tenera età, non posso, ahimè, dire di avere mai avuto piedi d'oro. Anzi, ero piuttosto scarso, devo riconoscerlo, onestamente, ma ero noto come un terzino roccioso. Cercavo di non far male alla gente, ma cercavo di ostacolare gli attaccanti che piombavano verso la mia porta. Nella mia ormai remota, ahimè, infanzia, adolescenza, le partite di pallone si svolgevano o in un campetto ai margini della città - ma un campetto di dimensioni pressoché regolari, che noi ragazzi chiamavamo “il campo delle spine” - oppure nel campo dell'ex collegio “Argento”, dove frequentavo la 4^ e la 5^ Ginnasio, e, alla fine di ogni dura giornata, dura mattinata, di lavoro sul latino e sul greco, due squadrette riuscivano sempre a raffrontarsi e a sferrarsi un po' di calci, prima di tornare a casa da mamma e papà per la regolare seduta del pranzo”.

Aveva qualche idolo, magari, ammirato sulle “Figurine Panini”?

“No, non ho mai raccolto “Figurine Panini” - lo ammetto – e non sono mai stato un tifoso particolarmente caldo. Ammiravo – sono sempre stato uno juventino: questo qui devo dichiararlo, anche se adesso mi perderò la simpatia di parecchi miei tifosi interisti o milanisti o romanisti – ma, io, da buon meridionale, da buon leccese, ho sempre avuto nel cuore la Juventus. Come squadra, che spiccava non solo per la qualità del gioco, ma anche per la signorilità. I miei giocatori preferiti erano naturalmente Boniperti, erano Sivori, grandi nomi, grandi giocatori, che ancora ricordo con estremo diletto; non avevo idoli. Però, confesso che mi sono sempre di più interessato di politica estera che di pallone. Anche quand'ero ragazzino”.

Visto che siamo nel Regno Unito, possiamo ricordare anche il “Gigante buono”, quel gallese di John Charles, che guidò l'attacco bianco-nero verso la fine degli anni Cinquanta, inizio ani Sessanta, o no?

“E, bé, un gigante, un vero gigante, un autentico gigante! Un gran signore. Ecco, era la quinta essenza dello stile Juventus che ho sempre ammirato e amato fino, ahimè, alla triste comparsa di un signore che si chiama Luciano Moggi, e che con la signorilità e lo stile british non ha niente anche vedere”.

Qual è stato il “gol”, cioè il servizio che le è più riuscito finora nella sua carriera, e quale l'”autogol”, l'insuccesso più clamoroso?

Una bella risata accompagna l'inviato a Londra per la Rai nella risposta: “A livello privato, è stato conquistare mia moglie, il miglior “gol” della mia vita, e nella mia carriera il “gol”, di cui serbo la memoria – anche se, grazie a Dio, di “gol” ne ho segnati più di uno -, ma, quello di cui serbo una memoria assolutamente indistruttibile, è il servizio che riuscimmo a realizzare nel 1988 con un amico cameraman – che purtroppo non c'è più, ma, al quale vanno sempre i miei pensieri più affettuosi, e che si chiamava Franco Stampacchia – riuscimmo a salire sui carri armati sovietici che si ritiravano dall'Afghanistan. E non era facile all'epoca salire sui carri armati, come poi fu un ventennio dopo più agevole salire sui carri armati americani che penetravano in Iraq. Salire su quelli sovietici che lasciavano l'Afghanistan fu un bel colpo giornalistico, che solo noi della Rai – io e Franco Stampacchia – riuscimmo a realizzare, vendendo poi questi servizi alle tivù del resto d'Europa. Fu un bel “gol”, che riuscimmo a mettere a segno per un'azienda, che a quel tempo sapeva riconoscere e sapeva premiare i buoni “centravanti””.

E l'”autorete”?

“Ma, guardi, la peggiore “autorete” della mia vita è stato quando mi hanno presentato il Principe Carlo d'Inghilterra, il Principe del Galles. Il quale, molto cortesemente, mi chiese di cosa mi occupassi, e io dissi che ero il corrispondente Rai da Londra. E di che cosa si occupa soprattutto? - siccome erano passati pochi mesi dalla morte di Diana – io gli risposi che ovviamente mi occupavo soprattutto delle vicende che lo riguardavano, e, ahimè, aggiunsi molto incautamente “Ahimè, non era facile vendere la sua immagine agli italiani”. Mentre lo dicevo, mi rendevo conto che stavo per offrire la mia testa al boia della torre di Londra, ma, fui salvato da mia moglie, che intervenne, dicendo “Perché sa, altezza reale, le donne italiane sono assolutamente pazze di lei”.

Ecco, una bugia a fin di bene, detta da una signora, che non era italiana, e, che trovava più facile dirla”.
Questo libro tratta di felicità e di solitudine. Lei, che incontra persone, popoli, stringe le mani a persone importanti non solo in Italia, ma anche nel mondo, riesce ad allontanare la solitudine, le solitudini?

“La solitudine naturalmente è una cosa diversa dal restare soli o dal voler stare soli. Che è una condizione che io ogni tanto amo: stare soli con se stessi, riflettere, pensare, guardare, guardarsi indietro e guardar davanti è una condizione non cattiva tra le tante possibili condizioni umane. La solitudine allude a una cosa diversa: allude cioè all'impossibilità di stabilire un rapporto, all'impossibilità di trovare una rispondenza nell'altro. Quando mi capita di incontrare qualcuno che soffre questa condizione, l'unica cosa che riesco a fare in qualche misura è offrire una spalla, offrire una mano, offrire un orecchio capace di ascoltare. Io credo che questo dovremmo essere in grado di fare un po' tutti”.

La felicità, esiste? Che concetto si è fatto di questo fortunato stato d'animo?

“Eh sì, esiste, esiste. E' una condizione meravigliosa, ma, proprio perché è una condizione meravigliosa, si presenta molto raramente. E' come una falena che si brucia rapidamente davanti ai filamenti di una lampadina elettrica. La felicità è una cosa molto delicata, molto transitoria, molto fuggitiva, ma è bellissima. Io credo di averla sperimentata più di qualche volta in vita mia. Mi dichiaro sempre un uomo fortunato, perché ho avuto davvero la fortuna di conoscere in più di qualche occasione la felicità. E' uno stato d'animo magnifico: probabilmente, è quel momento irripetibile, in cui uno si sente in armonia con se stesso e con il mondo”.

Esistono due pianti che testimoniano due stati d'animo contrastanti fra di loro: quello di commozione, quello cioè che fa accapponare la pelle (ed è generalmente gioioso), e l'altro causato da un lutto o alla perdita di un proprio caro. Quand'è stata l'ultima volta che ha fatto i conti con loro?

“Mah, io, anche se di mestiere dovrei ben controllare le emozioni, e, in effetti, cerco di controllare queste emozioni, però, sento molto il passaggio sia della felicità che dell'infelicità negli altri esseri umani. Ci sono condizioni e situazioni, in cui la commozione, quindi, quello stato che precede od accompagna il pianto, magari ti si presenta anche mentre stai facendo la telecronaca, mentre stai raccontando una storia. Ci possono essere momenti di commozione anche nel raccontare, come mi è capitato abbastanza recentemente, nel raccontare il matrimonio reale di due giovani che avevano tutta l'apparenza di amarsi. Quindi, percepire la condizione di felicità di altri esseri umani può motivare una commozione, anche se il pianto non fa parte delle mie manifestazioni pubbliche. Sono in qualche modo pagato per non piangere. Ancora ricordo come uno dei più famosi ancor-man americani continuò a scusarsi per molti giorni dopo l'attentato dell'11 settembre 2001, perché, trasmettendo in quella giornata terribile, tragica, drammatica, non riuscì a frenare il pianto. Che è una cosa che invece un giornalista dei mezzi elettronici deve essere in grado di saper fare. E, poi, va bé, ho pianto per la morte di mio padre, ho pianto per la morte di qualche amico, ma questo credo che succeda a tutti. E' una cosa molto privata e, per fortuna, sono momenti in cui non ha alcuna responsabilità pubblica da rispettare o da tutelare”.

Lei è nato nella bianca Lecce: com'è stata la sua infanzia, serena o difficile?

“No, grazie a Dio – gliel'ho detto – sono un uomo fortunato, ho avuto un'infanzia serena, ho avuto dei genitori e dei nonni che mi adoravano. Essendo il primo maschio in una famiglia piena di femmine, ero una specie di Califfo, anzi, in qualche modo sono fuggito dalla mia condizione di “califfo” e l'ho potuto perché i maschi meridionali, come è noto, sono straviziati dalle loro donne, dalle loro madri, dalle nonne, dalle sorelle, dalle zie. No, ho avuto un'infanzia felice, in una famiglia molto normale, in cui ci si voleva bene, e, quindi, questo lo sappiamo tutti, conta moltissimo nella formazione di ognuno di noi. Ogni volta che ci avventuriamo su quel terreno di come devono essere le famiglie, come devono crescere i bambini, per carità, la vita di ognuno poi segue molte modalità diverse, viviamo in un tempo in cui, per esempio, nel Paese in cui io vivo – l'Inghilterra – una larga percentuale di ragazzini, almeno un quarto sotto i 16 anni, vive con il genitore single, vive solamente con la madre o con il padre. Naturalmente, molto di meno con il padre. Però, un po' forse perché sono vecchio (ho appena compiuto 60 anni!), un po' perché sono cresciuto con cresciuto con due genitori, con due nonni e con gli zii, insomma, il calore della famiglia è qualcosa che uno si porta dietro per il resto della vita, e che l'aiuta ad affrontarla con più equilibrio, con più misura, con senso di umanità”.

Il papà, che lavoro faceva e come si chiamava?

“Mio papà era un funzionario di quella che una volta si chiamava l'Inam, cioè il Servizio Sanitario Nazionale dell'epoca, ed era un uomo molto, come dire, molto in vista e noto nella mia città d'origine, perché era una delle persone credo più integre, un uomo di un'integrità assoluta, che amava aiutare gli altri, e o faceva. Lo faceva anche nella politica: era Consigliere Comunale della mia città. Un uomo, per il quale la politica era veramente una missione civile, personale, umana. La missione era quella di aiutare gli altri e la collettività a crescere e a diventare più matura, a vivere meglio, a comprendersi meglio. Insomma, era un grande uomo. Si chiamava Giovanni”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Una immediata ondata di empatia, naturalmente, e, in certi casi, lo sposo quando uno può cercare di aiutare, passando da tante guerre prima di arrivare a Londra, ed, avendo attraversato tanti Paesi in Medio Oriente, ne ho visto tanto di dolore, di sofferenza tra i parenti delle vittime, tra coloro condannati a vivere in condizioni disumane. Quando può, uno cerca di aiutare di uscire dal bozzolo protettivo del mestiere, della professione, che lo porta a contatto con il dolore. Credo anche questa che sia una reazione assolutamente umana, anche nella consapevolezza che quel poco che si fa in quelle circostanze è davvero soltanto una goccia in un oceano”.

“Immortale è chi accetta l'istante” (Cesare Pavese). Un suo commento, direttore?

“Mi pare una sintesi perfetta della nostra esistenza. La nostra esistenza è un istante; ma, è un istante così pieno di luci, di sfaccettature, anche di ombre che bisogna sapere attraversare. Un istante che può inebriarti come una flut del miglior champagne in desimè. Ecco, io vedo la vita così, un po' come una coppa di champagne. Magari, uno non si accorge dell'istante, mentre lo sta bevendo non si accorge che sta bevendo dello champagne, ma è champagne, pieno di bollicine, pieno di effetti. E' come un sorso di champagne: dura un istante, ma, Dio sia benedetto per quell'istante che ci ha regalato”.

Immagini che noi ci improvvisiamo per produttori cinematografici od editoriali: in che maniera descriverebbe l'Aldilà?

Il direttore lascia partire una bella risata, aggiungendo: “Questa è una domanda bull thinking, piuttosto impegnativa ed inaspettata: rappresentare l'Aldilà? Mah! Confesso che io non ho mai provato ad immaginarmelo l'Aldilà, ma, se fosse un film, probabilmente, la proporrei come una di quelle fantastiche immagini che ci vengono dai telescopi in orbita attorno alla terra, e che io ogni volta che ne vedo una mi convinco dell'immensità che in qualche modo gli esseri umani riflettono. Comincerei con un'immagine dei miliardi e miliardi di stelle che sono attorno a noi. Ecco, quella per me è l'immagine più autentica che riesca a concepire dell'Aldilà, di un mondo infinito, la cui essenza inevitabilmente può che sfuggirci. Non la collego a niente di fisico, di terreno, a niente che abbia a che fare con la nostra esistenza. La collego davvero a qualcosa che appartiene davvero all'indicibile, e spero che ci sia”.

Quindi, lei ha confessato la sua grande Fede...

“E' impossibile immaginarlo; e per questo che la prima immagine che mi viene è questa immagine che essa stessa è una dichiarazione di infinito, di incommensurabile, inconcepibile. La fine della nostra – insomma, alla fine: io spero che la mia vita abbia un bel po' davanti, anche se so che non può essere tantissimo – quando si entra in una fase dell'esistenza, come diceva Gassman, “con un grande passato dietro le spalle”, soprattutto con un gran numero di anni dietro le spalle, bé, ci si rende conto che davvero tutti i nostri sforzi, tutta la nostra vita, le passioni, i pianti, le felicità sono meno di un istante, sono davvero qualcosa di inafferrabile, sono qualcosa di enormemente piccolo rispetto a questo straordinario universo, nel quale abbiamo avuto la fortuna in qualche modo di apparire, di comparire, di essere creati. Questo mistero, che, forse, a un certo punto, alla fine della vita, si scioglie”.

Il personaggio prestigioso incontrato, che ha “bucato” il suo teleschermo personale, e il sogno più grande che ancora vorrebbe realizzare?

“Guardi, il personaggio che io ricordo sempre con una forte commozione, devo dire, è Isaac Rabin, che io incontrai tanti anni fa, vent'anni fa, ormai in Israele, quando doveva ancora essere eletto Primo Ministro, e che mi colpì in modo straordinario perché quest'uomo aveva un'idea così chiara di cosa doveva essere la pace. Soprattutto, aveva una testarda determinazione a raggiungerla. Ecco, l'uccisione di Isaac Rabin è stata una delle occasioni in cui io ho pianto, anche se da lontano, perché è stato un vero dolore. Ed è stato uno degli uomini che ho ammirato, credo, maggiormente tra quelli che mi è capitato di incontrare. E, poi, qual era l'altra domanda?”

Il sogno che vorrebbe ancora realizzare dal punto di vista professionale?

“Posso confessare di aver realizzato quasi tutti i sogni. Sì, glielo dico; insomma, credo di averli realizzati quasi tutti. L'ultimo, forse, sarebbe – ma, sono forse ben un po' vecchio per provarci di nuovo -, ebbene, l'ultimo sarebbe quello di cimentarmi ancora con la costruzione di una redazione ideale di un giornale ideale. La redazione è fatta solo delle persone che ho maggiormente stimato, apprezzato, dei colleghi della cui compagnia ho goduto; insomma, mi piacerebbe fare questo giornale, con questa gente, e con un progetto in testa che dovrebbe sempre essere quello che dovrebbe guidare noi giornalisti: non affermare di aver trovato la verità, ma continuare a cercarla, dichiarandola ai lettori, agli spettatori, offrire loro possibilità di essere davvero sicuri di quello che stanno vedendo, leggendo, sentendo, non è una verità preconfezionata, o precotta, ma, lo sforzo onesto di un giornalista di raccontare il mondo. Diciamoci la verità: per noi giornalisti questo è davvero un sogno, così difficile realizzarlo nella vita concreta, nell'esperienza concreta del nostro lavoro”.

Tra le illustri “firme”, possiamo mettere il grande Enzo Biagi, il grande Sergio Zavoli?

Altra risata del nostro interlocutore: “I nomi li sta facendo lei; ma, questi non me li posso permettere, sono troppo bravi, mi costerebbero troppo! Ma, ci metterei tanti anche bravi colleghi di oggi, giornalisti egregi, di oggi, che sono animati dagli stessi ideali che hanno accompagnato per tutta la loro vita “giganti” del nostro mestiere come Biagi, come Zavoli, come Montanelli, che non dobbiamo mai dimenticare”.

Finisce qui, ahinoi, il nostro “Viaggio in Inghilterra”. Abbiamo sognato a lungo di essere a colloquio con il grande Anthony Hopkins, Antonio Caprarica, passato da Lecce per imparare il buon italiano e finito nella suggestiva Londra per fare l'inviato del nostro cuore...

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 5 maggio 2011

Visualizzato(2043)- Commenti(8) - Scrivi un Commento