ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

18/5/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ALDO SERENA

SERENAmente VOSTRO!

Attaccante dotato di un imperioso stacco acrobatico, Aldo Serena (nato a Montebelluna di Treviso il 25 giugno 1960) è uno dei giocatori che ha vinto in Italia più scudetti (quattro) con maglie di società diverse. Chissà mai perché l'avvocato Gianni Agnelli un giorno, ai tempi della sua militanza in bianco-nero, aveva detto di lui: “E' un campione, ma soltanto dalla vita in su”. Molto probabilmente, era un elogio speso proprio nei confronti dei suoi micidiali stacchi di testa; non certo per il carattere di un uomo, che al telefono ha mostrato doti da vero gentleman quali lo abbiamo sempre immaginato.

Di lui, il grande Vladimiro Caminiti ha scritto: “Il più grande sgomitatore d'area del nostro calcio”, “l'asso del gol che arriva dall'alto e con testate sacramentali”, “il bomber con la valigia sempre ai piedi del letto, che incoccia la sfera con la fronte bozzuta, proprio alla Charles”
Alla pari di Roberto Baggio, Serena ha avuto l'onore di indossare la maglia delle tre più prestigiose società calcistiche d'Italia. Con le quali ha anche trionfato: con la Juventus nella stagione 1985-86, con l'Inter nel campionato 1988-89, e con il Milan, nei tornei 1991-2 e 1992-93. In campo internazionale, ha conquistato una Coppa Uefa (Inter 1980-81), una Coppa Intercontinentale (1985), mentre ha vinto una Coppa Italia (1982) e una Supercoppa italiana nel 1989 e sempre con la maglia dell'Inter.

Si è laureato capocannoniere di serie A nella stagione 1988-89, firmando 22 reti con la casacca nerazzurra.
In Nazionale, dal 1984 al 1990, ha collezionato 23 presenze, coniando 5 reti; significativa quella contro l'Uruguay, agli ottavi di finale della Coppa del Mondo in Italia 1990 (2-0 per gli azzurri), che pose la ciliegina sulla torta del suo 30mo compleanno. Nella sua carriera, durata dal 1977 al 1993, ha totalizzato 355 presenze, segnando 117 gol.
Cavalier Aldo Serena...partiamo dal titolo...

Il nostro interlocutore “debutta” con un bel sorriso, rafforzato anche dal fatto che la nostra inflessione veneta gli fa ricordare la sua trevigiana Montebelluna e lo allieta nel viaggio che lo porta in automobile agli studi televisivi di Milano: “Ai Mondiali del 1990 disputati a Roma, con la Nazionale arrivammo terzi, e l'allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ci premiò con quel riconoscimento”.

Esistono ancora, oggi, giocatori alla Aldo Serena, molto corretto in campo sì da non aver ricevuto – ci sembra – nemmeno un'espulsione?

“Specifico: io ho subito due espulsioni nella mia carriera e non ero propriamente uno stinco di santo. Nel senso che il mio gioco era abbastanza fisico e il contatto, giocando da attaccante, era abbastanza frequente e in un periodo in cui regnavano le marcature ad uomo. Insomma, dovevo arrangiarmi anch'io, e, quindi, non ero un seminarista. Il calcio è uno sport di contatto, e, quindi, mi davo da fare anch'io, a volte con le buone, a volte con le cattive”.

Qual è stato il difensore più arcigno, quello che l'ha fatta soffrire di più in marcatura?

“All'epoca, il difensore più forte che avevamo in Italia era Pietro Vierchowod, che, come già indicato dal cognome, aveva il padre di origini russe. Pietro ha giocato a lungo nei nostri campionati: nella Roma, nella Sampdoria, nella Juventus, nel Milan ed anche con la Nazionale italiana. Ed era anche un atleta strepitoso, perché aveva un fisico da quattrocentista, era forte, era veloce, rapido, e, quindi, per me era difficile quando lo incontravo prendermi un piccolo spazio per poter concludere a rete”.

Il giocatore più forte con cui lei ha giocato assieme?

“Io ho avuto la fortuna di giocare con dei grandi campioni e devo dire che ne ricordo tre: due, innanzitutto, che sono Platini alla Juventus e Van Basten al Milan, ma, ho giocato anche con Mattheus, che è stato anche lui “pallone d'oro”, ma anche Gullit al Milan è un altro. Ma, devo dire che quello che mi ha fatto più gioire è stato Platini, perché mi ha fatto tantissimi assist, e, quindi, lo ringrazio ancora. Era un giocatore che faceva tanti gol, ma anche molto bravo sugli assist”.

Il momento più esaltante della carriera di Aldo Serena?

“Ne conservo alcuni, ma, quello che ricordo con molto affetto e con tanta gioia è stata la prima partita in serie A Inter-Lazio: avevo diciott'anni e avevo esordito nell'Inter, facendo anche gol. E, nel momento in cui stavo salendo la scaletta, per entrare in campo a “San Siro”, sentivo che urlavano in dialetto e avevano fatto una carriera dal mio paese, ed erano venuti tutti a Milano per sostenermi. Tutti ragazzi, ma non solo: anche persone adulte, che volevano sostenermi al mio esordio, e non ti dico quanto piacere mi abbia fatto segnare quel gol”.

La “perla” creata da Serena?

“Per importanza ed anche come bellezza, ricordo un gol in un'Inter-Milan, nel quale noi nerazzurri avevamo vinto per 1 a 0 ed era molto importante trionfare perché noi, in settimana, eravamo - perdendo contro il Bayern di Monaco - usciti dalla Coppa Uefa ed era un momento molto particolare. E vincemmo contro il Milan di Sacchi, un Milan fortissimo, e quella volta segnai al termine di una bellissima azione corale e l'ho conclusa con un tuffo, molto bello, di testa”.

Gol di testa e in tuffo alla Roberto Bettega o alla Paolino Pulici...

“Più o meno, sì. Direi più alla Bettega”.

Ricordiamo una fantastica tripletta, una quadripletta?

“Tre gol li ho fatti una volta con la Juventus e una volta nell'Inter, ma io non ero un funambolo, nel senso che avevo bisogno del gioco collettivo e, soprattutto, io facevo gol non nel finale della gara, perché i due, tre-quattro gol si fanno quando le squadre sono abbastanza stanche od anche
molto scarse. Ho fatto gol contro le grandi squadre, perché si difendevano e, quando le squadre si difendono, si ha spesso bisogno del pallone aereo, del pallone alto, per poter appunto ovviare alla difficoltà del “gioco palla a terra” di quelli bravi”.

Qual era il suo idolo da ragazzino?

“A me piacevano i giocatori che avevano i capelli lunghi, perché io sono nati negli anni 60 e, quindi, negli anni Settanta c'erano Gabriele Oriali ed Adriano Fedele che giocavano nell'Inter con i calzettoni giù, ma, mi piaceva tanto anche Gigi Meroni del Torino, settore giovanile in cui approdai quasi bambino”.

Già, la grande “Farfalla granata”, rivisitato in un bel libro da Nando Dalla Chiesa. Qual è stato il rigore più clamoroso sbagliato?
“Ah, bé, io non ero proprio un rigorista: non ne ho calciati tantissimi. Ne ho fatto uno di importante nella Coppa Intercontinentale a Tokyo (8 dicembre 1985) e fu meraviglioso, perché con la Juve abbiamo conquistato la Coppa Intercontinentale contro l'Argentinos Juniors. La macchia, indelebile, sulla maglia della mia carriera è il rigore sbagliato in semifinale ai Mondiali 1990 a Napoli, contro l'Argentina. Ha sbagliato Donadoni, poi ho sbagliato anch'io, e non siamo andati in finale. Ecco, quello è stato un errore clamoroso, però, capita. C'ho messo un po' di tempo per rimettermi in sesto da quello sbaglio sotto il profilo psicologico”.

Questo libro tratterà in particolare i temi della felicità e della solitudine: per lei esiste davvero la felicità? E in che cosa consiste?

“Bé, la felicità credo sia una cosa molto più complessa della gioia e dell'euforia del momento. Nel calcio, molto spesso, si hanno dei momenti di esaltazione, quasi di estasi da parte di chi vince e di scoramento da parte di chi perde, ma, credo che la felicità sia una cosa conquistare attraverso una conoscenza profonda di se stessi e difficilmente si può raggiungere quando si è giovani. Io penso che siano momenti quelli di gioia profonda quando si riporta delle vittorie personali o collettive o dei grandi momenti in cui tutto si concatena nel momento giusto. Credo, invece, che la felicità sia un percorso più lungo e più profondo verso la conoscenza di se stessi”.

Qual è stato lo scudetto che le ha procurato maggior gioia, maggior soddisfazione?

“Bé, lo scudetto con l'Inter, perché da piccolo ero interista e quindi vedermi lì festeggiare a “San Siro”. Da piccolo, sinceramente, non avevo mai pensato di poter un giorno fare il professionista di calcio e tanto meno di giocare nell'Inter. E' capitato tutto così, abbastanza velocemente e all'Inter c'ero già stato tre volte con esiti non trionfali, perché in quegli anni i nerazzurri non vincevano, c'erano molte polemiche, e non mi sarei più aspettato di vincere il tricolore. A 29 anni, invece, sono diventato capocannoniere con l'Inter e ho vinto lo scudetto, festeggiando in uno stadio pieno di maglie nerazzurre, e devo dire che la soddisfazione è stata grande”.

Non si è mai sentito solo? E come ha saputo reagire alla solitudine quando questa è non una conquista, ma quasi cugina della noia?

“Ho avuto la fortuna di aver avuto dei genitori che mi hanno insegnato fin da piccolo l'esperienza del lavoro, dell'impegno, e con la solitudine ci ho convissuto tanto in fabbrica, soprattutto in età adolescenziale. Per cui, pensavo, ma lavoravo. E ho capito che nella vita il benessere deve essere conquistato, non ricevuto, e già quello ci toglie da delle problematiche importanti. Con la solitudine bisogna saperci convivere perché noi siamo essere sociali, però, siamo singoli, per cui non possiamo certo contare al cento per cento sugli altri: bisogna far forza e leva su se stessi e anche costruirsi, piano piano, nel tempo lottando”.

Lei crede in Dio?

“Ma, ogni tanto mi sforzo e sono abbastanza...: la mia educazione è quella. Provengo da un ceppo che è cattolico e che mi ha sempre insegnato quei valori. Devo dire che non sono un praticante, ma, come spesso capita a chi e come me, nei momenti difficile guardo in alto e mi appello a Lui”.

Argomento dolore: cosa le trasmette la sofferenza altrui e quand'è stata l'ultima volta che ha pianto di vera, profonda sofferenza?

“La mia sofferenza mi causa meno dolore, mentre la sofferenza dei miei cari mi tocca profondamente ed è una cosa che mi mette anche un po' di angoscia. Ho pianto quando sono nati i miei figli, ma di gioia; invece, mi commuovo quando mi trovo di fronte a un dolore profondo, ma le lacrime non sgorgano, è come se mi bloccassi, mi paralizzassi. Quindi, è una chiusura che mi accade e sto muto e mi chiudo in me stesso”.

Che ricordo ha contro l'Hellas Verona?

“Con Verona ho un rapporto contraddittorio, sofferto, perché Verona è parte del Veneto e i suoi cittadini sono miei conterranei e ho sempre amato quella squadra. Anche Zigoni era fra quei giocatori che mi accendevano la fantasia perché, al contrario del sottoscritto, quel talento e quell'estro di Zigo-gol e di tutti quelli simili e contemporanei a lui, quel loro modo di vivere così scanzonato, così spavaldo, mi appassionavano. E, tanto, perché io caratterialmente sono diverso, molto diverso da loro. Sono una persona molto chiusa, timida e tranquilla”.

Ha mai castigato con una sua rete i giallo e blu scaligeri?

“Ho fatto gol al Verona con varie maglie, ma l'episodio che non riesco a cancellare in maniera particolare è che nella Coppa dei Campioni del 1985, Juventus-Verona, noi della Juventus ci siamo trovati contro il Verona che era campione d'Italia in quell'anno. C'è stato un episodio, al “Comunale” di Torino, abbastanza controverso: io avevo toccato la palla con la mano nella mia area, tutti i giocatori del Verona hanno invocato il rigore, ma, secondo me, c'era una spinta da parte di Fontolan – che era anche mio amico – che ha fatto sì che io andassi incontro alla palla, che io non la potessi evitare di toccare. L'arbitro non ha fischiato nulla, sbagliando. Quell'arbitro avrebbe dovuto fischiare fallo a nostro favore, fatto sta che da lì ne è nata una polemica infinita, Bagnoli è entrato negli spogliatoi, hanno spaccato anche la porta degli spogliatoi, hanno urlato “Ladri!”, ne hanno urlato di tutti i colori. E, da allora – sono passati ben 26 anni - quando vengo a trovare ancora dei miei amici a Verona o ci capito, trovo delle persone che si ricordano di quell'episodio e me lo rinfacciano ancora”.

Esistono ancora giocatori alla Aldo Serena oggigiorno?

“Bravo nel gioco aereo è Pazzini, che ora gioca nell'Inter”.

Secondo lei, esiste l'Aldilà; se sì, come se l'immagina, cosa s'aspetta di trovare?

“Mah, non lo so. Ho avuto anche qualche esperienza trascendentale, non che io mi sia dedicato a una ricerca profonda sotto questo profilo, ma a volte mi è capitato di farne, di viverle. Io sono un viaggiatore e ho trovato delle situazioni così, trascendenti, e credo e spero di trovare i miei cari, che sono lì, e di trovarli con una vicinanza che probabilmente non sarà più quella con i canoni di noi persone terrene, ma in qualche maniera spero di ritrovarmeli vicini”.

Quindi, par di capire, che lei i genitori ha ancora la fortuna di averli vivi?

“Sì, ma mi riferivo ai miei nonni”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 16 maggio 2011

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