ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

21/5/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ELISABETTA VIVIANI

VIVIANI, LA “GOLDEN GIRL”

Elisabetta Viviani è nata a Milano il giorno di San Francesco: il 4 ottobre del 1955. La sua relazione con il “pallone d'oro 1969”, nonché capitano del Milan, Gianni Rivera – da cui nacque Nicole – fece parlare i rotocalchi dell'epoca. Una relazione mai approdata al matrimonio e ben presto naufragata, ma, che non tolse la forza alla giovane artista che legò il suo successo all'interpretazione vocale di Heidi, nel 1978, l'anno successivo alla nascita di Nicole, oggi brillante avvocato.

Nel 1982, Elisabetta partecipa al Festival di Sanremo col brano “C'è”, nel 1988 appare su Rete4 nel varietà “E' domenica” condotto da Giorgio Mastrota, e su Canale 5, in “La sai l'ultima?”, con Pippo Franco. La Viviani nel ruolo pure di conduttrice di programmi televisivi: accade nel 1993, in “E' domenica”, e nel 1995 in “Telesveglia”, in onda su Rete 4. Nel 2008 esce l'antologia “Elisabetta Viviani” e partecipa su RaiUno al programma “I migliori anni”, condotto con successo da Carlo Conti. Dolce, affabile, sensibile e molto disponibile l'artista al nostro colloquio.

Come ama definirsi: un'artista?

“Sì, anche artista è una definizione troppo generica. Diciamo che sono una lavoratrice dello spettacolo”.

Ha fatto sport?

“Ho fatto danza classica fin da quando avevo sette anni, cinque anche, poi, ho smesso. No, sport, non sono una sportiva: mi piace andare in bicicletta, ma così così, a livello proprio amatoriale. Ho fatto danza classica per parecchi anni, poi, ho fatto palestra, ci vado ancora adesso, ma mi incricco e sto male, faccio acqua jeam. Il mio sport si limita a questo oggi”.

Il calcio, per lei, cosa ha voluto dire?

“Non sono mai stata né una sportiva praticante né una tifosa, mio papà era tifoso del Milan ed è per questo che poi è scaturito il mio incontro con Gianni Rivera. Il mio rapporto con Rivera si è limitato solo alla parte umana e infatti io come calciatore lo ammiro da vera profana, in quanto allo stadio ci sono andata massimo due-tre volte a quei tempi. Lui mi imponeva di andare a seguirlo, perché lui mi diceva che quando lo seguivo il Milan vinceva, ma, non mi sono mai appassionata al gioco del calcio. La mia frequentazione oggi del calcio avviene grazie alla Croce Bianca, di cui oggi sono una volontaria, una 118, come soccorso allo stadio “San Siro”. Non mi interessa della partita, e non conosco neanche la formazione del Milan che scende in campo oggi”.

L'incontro con Gianni Rivera l'ha più danneggiata o agevolata a livello di scalata verso la celebrità?

“Favorita no, assolutamente perché quando ho conosciuto lui le mie parti emozionali sono andate nel pallone, e ho un po' trascurato il lavoro, anche se il gossip intorno a me e a lui mi ha portato a lavorare, in quel periodo, di più. Però, ho trascurato quello che realmente volevo fare in seguito al dolore del rapporto non andato bene ed anche per dedicarmi a mia figlia Nicole. Non mi sono mai posta la domanda se il rapporto con Rivera mi ha o no danneggiata, perché ho sempre dato più importanza alla mia vita personale rispetto al lavoro. La mia carriera, infatti, non ha registrato quel crescendo che avrebbe dovuto avere: io ho conosciuto Gianni dopo che ero già diventata celebre. Purtroppo, non ho curato, programmato a dovere la mia carriera, pensando di più alla famiglia che alla professione”.

Il più grande “gol” affettivo, immaginiamo, la nascita di Nicole; quello professionale è forse legato al milione e passa di dischi venduti per Heidi?

“Sì, anche perché Nicole oggi è diventata avvocato. Credo che un piccolo merito della sua riuscita lo si possa attribuire anche a me. Il più grande “gol” della mia carriera? Aver raggiunto adesso, dopo tanti anni di tormento - perché io sono stata per molti anni in analisi perché quando si diventa famosi molto giovani poi si pensa che la vita debba andare sempre in base al successo raggiunto da giovani – una certa serenità. Ritengo che da giovani si è totalmente degli infelici e fino a circa 40 anni io sono stata un'infelice totale perché dicevo “Ah, devo ritornare ai grandi fasti!”, poi, mi sono lavorata dentro, ho fatto un percorso e il più grande “gol” firmato adesso è quello di desiderare – come diceva un grande filosofo, di cui adesso non ricordo il nome – quello che uno ha. Essere, non dico, felici, ma essere sereni e adesso mi sento contenta di quello che ho, delle piccole cose che faccio, di quelle grandi che faccio, insomma, di tutto quello che compio ogni giorno”.

Siamo arrivati al nucleo centrale dell'argomento del libro: la felicità. Esiste secondo Elisabetta Viviani?

“No, la felicità esiste quando si è giovanissimi, periodo in cui si incontra un ragazzo che ti piace, vai fuori, poi, sogni tutte le stelline: queste cose sono la felicità. La felicità in assoluto non esiste: forse, dopo morti esiste, non lo so”.

Crede in Dio o a Budda o in qualcos'altro di trascendentale?

“No, no, a Budda no. Le dirò che mia nipote si è convertita al buddismo perché dice che si sente più serena; io mi sentirei troppo in colpa se mi convertissi al buddismo perché sono nata cattolica. Non sono praticante, però; vado a messa quando ho voglia, cerco di parlare con il Signore, quando mi capita di imbattermi in una bella chiesetta, mi fermo e magari vado dentro e recito una preghiera. Ma non mi piace andare a messa tutte le domeniche. Credo, dunque, a quello che mi hanno insegnato, anche se penso che quello che ci hanno insegnato su Dio sia un po' troppo forte, nel senso che non credo possa esistere un Dio così crudele, un Dio che fa scatenare eventi così tragici nel mondo, che ti punisce perché hai fatto questo o quell'altro, che nell'Aldilà ti mette in conto tutti gli errori che hai commesso quaggiù, che esiste l'inferno. Non penso che Dio possa essere un giudice talmente crudele”.

Come se l'immagina l'Aldilà?

“Allora, io voglio essere cremata e le mie ceneri vorrei che fossero gettate ai piedi di un albero, perché così rinascono con l'albero o con i frutti o con quello che l'albero produce. Non in mare perché io ho paura dell'acqua” e giù un bel sorriso dell'artista milanese “perché non voglio finire annegata a bassa velocità, mi piace la natura, quindi, mi piacerebbe rinascere con la natura. Io mi immagino un grande prato, in cui pascolino molti animali, che amo molto fin da quando ero bambina. Quando sono mancati, la loro morte ha provocato in me grandi dolori. E io mi immagino tutti gli animali che ho avuto radunati in questo grande prato mentre vivono felici. Adesso mi è morto un passerotto che avevo allevato con amore per 17 anni: quindi, anche questo uccellino vorrei rivedere insieme a tutti gli altri essere che ho amato. Ma, questa è un'immagine che avevo fin da bambina. Chi vorrei rivedere? Sicuramente, mia mamma Mimma (nome che lei aveva preferito darsi al posto dell'insignificante – a detta di lei stessa - Lina) e mio papà Mario Alessandro”.

Un grandissimo poeta, Cesare Pavese, diceva: “Immortale è colui che accetta l'istante”...
Già, quel Pavese che ha scelto il suicidio...

“Bé, il suicidio è una scelta molto personale: io invidio chi ha il coraggio di suicidarsi perché nel momento in cui non ce la fai più ti suicidi. Io non so se avrei il coraggio. Rispondendo alla domanda, sì, bisogna vivere ed intensamente ogni attimo della nostra vita, dono prezioso”.

La solitudine, l'ha mai provata Elisabetta Viviani?

“La solitudine io l'ho provata tanto quando mia figlia ha deciso di andar via di casa. Io ho sempre vissuto con qualcuno: prima con i genitori, poi, con mia figlia, quindi, ho sempre avuto qualcuno in casa, e quando lei ha detto che nel giro di un anno se ne sarebbe andato – ed anche quando non ci sarebbe stato più il nostro cane – io le avevo detto: “Mi raccomando, fino a che c'è la Lilli te ne occupi, eh”. “O.k.” mi ha risposto: “Quando non ci sarà più la Lilli, io andrò vivere con il mio ragazzo”. E lì ho provato la vera solitudine, ma, prima che lei se ne andasse. Quando, poi, è morta mia madre, lei prendeva, andava a fare i viaggi, io rimanevo da sola. E, in quei frangenti erano davvero attacchi di panico, paura di rimanere da sola. Ora che sono tre anni che lei sta con il suo ragazzo, vivo da sola, ho un compagno, però, non viviamo assieme perché abbiamo deciso di vivere ognuno a casa sua e devo dire che l'apprezzo la solitudine. Forse, non è la vera solitudine, perché chiaramente so che c'è qualcuno che mi vuol bene, che mi sta vicino. La solitudine è quella che prova l'anziano che vive da solo e che lo troviamo in situazioni terribili quando lo troviamo sdraiato per terra col femore rotto e i figli magari sono in viaggio o vivono per conto loro. Oppure, la solitudine può essere in mezzo a tanta gente, ma, quando uno sta male con se stesso, non è in equilibrio con se stesso, sta male. E quella l'ho provata quando ero più giovane: quando avevo vent'anni ero molto sola, eppure stavo con miliardi di persone”.

Esiste un pianto di commozione e quello di vero lutto...

“Io per il pianto di lutto, glielo dico subito, non riesco a piangere, perché quando sono morti i miei genitori, quando è morta la mia nipotina ed avevo allora undici anni (la figlia di mio fratello è morta di incidente) non sono riuscita e non riesco neanche oggi a piangere. Invece, il pianto di commozione è belo perché quasi sempre è liberatorio”.

E quand'è che si è liberata Elisabetta Viviani?

“Mi è successo tante volte, quando, da sola, mi metto a piangere magari davanti a un film commovente e in un periodo in cui sono stressata. Allora, riesco a piangere anche per mezz'ora. E quello è molto bello, è liberatorio”.

La depressione: male oscuro che appartiene a tanti giovani con tante incertezze economiche ed affettive... Una persona che soffre del “male di vivere” riesce a venirne fuori, a debellarlo del tutto, oppure deve accettare il compromesso della convivenza con questo delicato e scomodo malessere?

“No, io parlerei più di incertezze e di carenze affettive più che economiche. Io diciamo che non l'ho debellata la depressione e sono scesa anch'io a una sorta di compromessi, perché ho ancora dei momenti in cui mi sento triste, mi sento depressa, ecc... Bisogna cercare di debellarla, cercando di fare le cose che ti piacciono. L'ideale sarebbe fare il lavoro che ti piace di più – però, ricordiamoci che non c'è sempre il lavoro, perché è esso può essere in bilico per tutti! -. Bisogna affrontare anche il tempo che stai vivendo. Ti faccio un esempio: Wilma De Angelis ha 80 anni, eppure lavora, è sempre di qui, di lì, di su, di giù. Io vorrei diventare come lei, vorrei lavorare ancora a 80 anni, perché mi piace il mio lavoro. Però, una volta, quando rientravo a casa, ero persa perché non sapevo che cosa fare. Adesso mi sono appassionata al volontariato, alla pittura (ho fatto una mostra e sono arrivata 58ma su 300 e per me è stata una grandissima soddisfazione, anche se non c'erano in palio premi o riconoscimenti vari. Adesso, per esempio, ho in mente di fare un quadro su papa Wojtyla, con lo stile nuovo che tratto ora. Le mie piccole cose che mi entusiasmano e mi danno la forza di andare avanti. Poi, ho gli animali, le mie tartarughe, i miei uccellini”.

A un giovane che attraversa un bruttissimo momento, lei, in veste di donna matura e di madre, che consiglio darebbe?

“A un giovane giovane? Il consiglio più grande è quello di sottoporsi a un percorso di analisi non dico a dieci, ma a 13-14 anni sì. Questo ti aiuta sia a scegliere la strada giusta, perché un ragazzo che è depresso è perché probabilmente gli mancano dei valori, gli manca un obiettivo. Fondamentale per ciascuno, e in assenza di questo non hai una visione globale, totale della vita. Certo che oggi avendo tutto, stando ore, secoli su internet, come si fa a non essere depressi? Io ho aperto face-book due anni fa e i primi mesi ci stavo sopra dalla mattina alla sera, poi, andavo a letto alla sera con un'angoscia, con un senso di tormento, chiedendomi “ma cosa cacchio sto facendo?” E, poi, basta, l'ho abbandonato ed ora ci vado una volta secolo giusto per rispondere alle domande di chi mi cerca”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Ho più paura, certo, del dolore psichico rispetto a quello fisico. A queste cose cerco di non pensarci, ci pensavo di più quand'ero giovane. Io mi barrico non pensando al dolore degli altri, altrimenti non vivi più. Ripeto, ci pensavo di più quand'ero più giovane, quando avevo 28-30 anni avevo ancora i miei genitori, mi era capitato di vivere un percorso di depressione. Io mi ricordo che mettevo a posto i cassetti di mia figlia, e, mentre li riordinavo, dicevo: adesso mi succede qualcosa, o mi viene un colpo, mia figlia rimane da sola, gli animali se ne vanno, i miei genitori muoiono. Praticamente, sì, una tragedia totale. Poi, attacchi di panico, sensi di colpa. Forse, perché non avevo ancora capito gli obbiettivi o forse era questo percorso di grande successo che mi tirava un po', tant'è mi si ingenerava quella sensazione di non valere più niente e di non avere più la forza di reagire e di vivere”.

Le manca la grande ribalta, la tivù, gli applausi della platea?

“No, no, gli applausi sono meravigliosi e ti danno una bella carica. Una volta lavoravo in televisione e non vedevo l'ora di ritornare in televisione, perché, ogni volta che tornavo a casa, mi sentivo persa, mi prendevano gli attacchi di panico”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cos'è che la commuove?

“La cosa che mi dà più fastidio è quando ti dicono: “Tu sei una che lavori nello spettacolo, ma tu vivi in un altro mondo”. Ma, non è vero – rispondo -: vivo in un mondo come voi. Quando vado al supermercato, sento che la gente si stupisce e mormora: “Ma, come, tu, Elisabetta Viviani, vai al supermercato?” Mi piace anche andare al Centro commerciale, mi piace prendere l'autobus, sono una persona normale. Non voglio vivere chissà come; eppoi, non sono mica una diventata ricca, eh. Sono una che lavora per vivere. E' questo che mi dà fastidio”.

Un cielo stellato, un bimbo ammalato, un anziano solo, cos'è che la commuove di più?

“La mia cagnina, Maya, una chihuahua, quando mi guarda con gli occhi così come se fosse un cane abbandonato sull'autostrada. E, io che le dico: “Ma, guarda che sei fortunata, perché ci sono altri cani che stanno peggio”. Però, mi commuove, gli animali mi commuovono”.

Di cosa non può fare a meno?

“A meno, non lo so”.

Dell'amore?

“Sì, forse, dell'amore per tutto, per tutto quello che c'è intorno. Adesso sto bene con il mio compagno, stiamo insieme da undici anni, è una vita ormai come marito e moglie. Però, non posso fare a meno di essere innamorata di qualcosa, ecco. Di avere un progetto, di innamorarmi di tante cose. Quando ero giovane ero felice quand'ero innamorata perché conoscevo solo l'amore per un ragazzo o per un uomo più grande, però, non avevo ancora capito che ci si poteva innamorare di altre cose”.

E quand'è che ha capito che ci si può innamorare di altre cose?

“E' stato un passaggio graduale. Forse, sarà causato da un calo di ormoni”.

Ma, condivide Dante Alighieri quando dice “Pene d'amore, pene d'inferno”?

“Sì, sì, è terribile, è terribile. Io ho sofferto come un cane, e, se ci penso adesso, dico ma per che cosa? Sono altre le cose più dolorose nella vita”.

Quand'è che ha sofferto come un cane, come la sua chihuahua Maya?

“Quando ero giovane, mi innamoravo, poi, soffrivo. Mi innamoravo sempre delle persone sbagliate, perché fondamentalmente volevo essere libera. Di stare con mia figlia, ecc..., però, ho sofferto tanto. Ma, adesso mi rendo conto che avrei potuto soffrire di meno e potevo utilizzare le energie tutte le energie che avevo per soffrire in altra maniera, in maniera migliore”.

Per colpa anche di un carattere sensibile, o no?

“Sensibile e indipendente; quindi, le persone che mi volevano a tutti i costi io le scartavo. Erano le persone magari che mi voleva veramente bene. Invece, i bastardi li amavo alla follia”.

Tipico atteggiamento delle donne...

“Noi donne siamo fatte così, come la famosa canzone di Marco Ferrarini “Teorema”, quella che inizia con “Prendi una donna, dille che l'ami, scrivele canzoni d'amore, mandale rose.....Prendi una donna, trattala male...ecc...””.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 maggio 2011

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