ULTIMA - 21/1/19 - GLI ACCOPPIAMENTI DELLA COPPA DELEGAZIONE DI VERONA

Si è chiuso ieri il 1° turno della Coppa Verona 2018-19 riservata alla formazioni di Terza categoria, denominata “Memorial Gianni Segalla”, che ha visto il passaggio ai quarti di finale delle prime classificate dei 7 gironi, Lessinia, Saval Maddalena, Borgo Trento, Dorial, Gazzolo 2014, Roverchiara, Ausonia Calcio e la migliore seconda classificata
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INCONTRI VIP'S

5/6/11 - INCONTRI RAVVICINATI: PIERINO FANNA

FANNA...BIANCA

I giocatori che in Italia si sono cuciti sul petto più scudetti, militando in club diversi, li si possono contare sulla punta di una mano. E, tra questi, campeggia Pierino Fanna, friulano di Grimacco (Ud), dove è nato il 23 giugno 1959. Cresciuto nel potente serbatoio-vivaio dell'Atalanta, Fanna passa subito alla Juventus, dove è atteso come l'erede de “Il Barone”, Franco Causio, e con il quale gioca 5 stagioni, conquistando 3 scudetti (1977-8, 1980-81 e 1981-82) e una Coppa Italia (edizione 1978-79).

Ma, la vera gloria “Turbo” - come lo battezzeranno in riva all'Adige – la vive con la maglia dell'Hellas Verona guidato da Osvaldo Bagnoli: al secondo anno è già scudetto e Fanna diventa il propulsore, lo starter di ogni azione offensiva. Poi, il tricolore vinto con la casacca dell'Inter, a circa 30 anni. Bello perché impensabile da raggiungere per una punta giunta alla sua maturità. In Nazionale, “Turbo” ha collezionato 14 maglie, rimanendo a digiuno in fatto di reti. Fiato da vendere, progressione notevole accompagnata da serpentine ricamate in ogni settore del campo, Pierino Fanna ancora oggi disputa partitelle di calcio in favore della solidarietà, sfoderando un'ottima performance.

Qual è il momento più bello della tua carriera di calciatore?

“Il 19 maggio 1985, perché è stato il periodo che un calciatore sogna ed anche perché io stavo attraversando, dopo i 5 anni di Juve, una sorta di notevole crisi di identità personale. Ero a Verona e ho ritrovato la gioia di giocare, mi sono riscattato, realizzato, e quel giorno della trasferta di Bergamo che ha sancito la sicurezza matematica dello scudetto è stato il giorno dell'apoteosi, del coronamento della nuova scelta che avevo fatto – quella di venire in riva all'Adige -. Avrei voluto rimanere tutta la carriera alla Juventus, però, qui mi sono realizzato sia come uomo che come calciatore”.

Che ricordo hai dell'”Avvocato Gianni Agnelli e di quella Juve con cui hai vinto tre scudetti, la maggior parte griffati Michel Platini?

“Bé, Platini, quando è arrivato lui, io sono andato via, però, il ricordo della Juve è un ricordo bellissimo che mi ha fatto maturare perché prima ancora che dei grandi giocatori ho conosciuto degli uomini eccezionali. Che mi hanno fatto anche un po' da balia, vedi gli “anziani” Zoff, Furino. Poi, a scendere c'erano quelli un po' più grandi di me, quali Scirea, Tardelli, Gentile. Il ricordo mio di Agnelli è quello di una persona dotata di un grande carisma: faceva quasi soggezione incrociarlo, perché quelle volte che si andava a trovarlo nella sua residenza estiva, a Villar Perosa, prima della partite della domenica, la mattina si andava a fare quello che io chiamavo “pellegrinaggio”. Aspettavamo che arrivasse con l'elicottero e lui faceva qualche commento sulla partita, ma, le battute, qualche parola le scambiava con i più vecchi o con Trapattoni. Quindi, a noi, dal basso della nostra età, non ci rimaneva altro che ascoltare. Un personaggio, ripeto, di un carisma e di una personalità molto forte”.

Ti ricordi una battuta nei tuoi confronti oppure un omaggio, un regalo?

“No, non è mai successo, perché eravamo i giovani e poi avevamo un po' di soggezione; davanti al cerchio si mettevano, giustamente, i più vecchi, i Causio, i Bettega, i Furino, gli Zoff, per cui con noi non c'era assolutamente possibilità di scambiare battute o di avvicinarlo. Poi, avremmo avuto paura a rispondere nel caso l'”Avvocato” ci avesse chiesto qualcosa. Avvertivamo questa gerarchia della Juventus, e lui era al sommo vertice, visto che decideva tutte le sorti e prendeva ogni genere di decisione. A me piaceva, da curioso, ascoltarlo”.

Il giocatore più forte con e contro il quale hai giocato?

“Il giocatore più completo, più eclettico, e con il quale mi sento ogni tanto è Marco Tardelli, che di recente ho incontrato in Inghilterra, perché lui, da secondo di Trapattoni cittì della Nazionale irlandese, vive là e ha mantenuto, da buon toscano, il carattere sincero, schietto ed onesto, e con lui io mi sono sempre trovato bene. Prima, l'avevo incontrato all'Inter, l'ho incontrato da avversario e mi ha rifilato delle randellate mica da ridere. Porto sempre come riferimento di terzino, mediano, attaccante, di giocatore a tutto campo, completo (ed è difficile oggi trovarne come lui), proprio lui. Che oltre da giocatore, mi piacciono questi tipi veri, sinceri”.

E il giocatore che t'ha fatto soffrire più di tutti?

“A quei tempi, era Paolo Maldini, grande giocatore, forte, potente, completo anche lui nel suo ruolo, uno direi dei migliori. Ed assieme a lui, cito Cabrini. Giocare contro quel Milan e contro quel Maldini, dovevi essere al massimo della condizione e poi te la giocavi”.

I tuoi gol: scegliamo il più bello dal punto di vista stilistico e quello più importante ai fini del risultato.

“Di gol, io non ne ho fatti tanti, anche perché un po' me li costruivo con la mia estrosità, con le mie caratteristiche tecniche. Se tanti si ricordano, frutto della mia corsa e della mia velocità – madre natura mi ha dato la fortuna di calciare sia di destro che di sinistro – la completezza di tutto Pierino Fanna è stato il gol che ho segnato al “San Paolo” di Napoli con la maglia del Verona, al mio primo anno di Hellas, stagione 1982-3. Una specie di gol della liberazione: ho saltato tre giocatori, hanno cercato di falciarmi, non m'hanno preso, sono scappato via in contropiede, avevo percorso settanta metri, palla al piede, ho spostato la palla col destro e ho fatto il gol calciando col sinistro. Ecco, forse, quel gol racchiude, anche se ne ho fatti diversi di belli, tutte le mie caratteristiche. Un gol che ho dedicato subito al mio mister Bagnoli, che aveva capito la mia voglia di correre e di essere, in certi momenti della partita, anche libero, ed è riuscito a tirare fuori da me il meglio”.

Il gol clamorosamente sbagliato, che so, un rigore?

“Guarda, non ero un rigorista, perché i rigori in genere li tirano le punte. Io quei pochi che ho calciato, li ho realizzati tutti. Ma, adesso che me lo fai ricordare, mi viene in mente – e torniamo al passato remoto – ho sbagliato nei ragazzini dell'Udinese e stavo, a 12 anni, per essere dirottato (come poi si è verificato) all'Atalanta – un rigore nella finale regionale (contro la Manzanese, compagine friulana) e quello è stato il rigore, in quel momento, più clamorosamente sbagliato. Ci tenevo a vincere quel titolo: ho sbagliato e poco dopo mi dissero che sarei andato all'Atalanta”.

Il tuo più grande rimpianto di calciatore?

“Di rimpianti non credo di averne tanti, perché ho sempre cercato di dare il massimo, e poi devi essere anche fortunato a trovare la persona al momento giusto e al posto giusto. Ma, non lo chiamerei un rimpianto: è quello che avrei potuto dare molto di più a Milano, con l'Inter, però, anche lì c'è stata una grande incomprensione con il mister (sì, era Trapattoni), me lo sono ritrovato, ho anche vinto, però, anche se adesso ogni volta che ci si rivede o ci sentiamo, lui aveva allora questa sua visione un po' particolare dell'ala destra. E, mi dispiace non aver potuto fare qualcosa di più, visto che prima, a Verona, avevo dimostrato che in ruolo ci sapevo fare”.

Il dolore più grande, ma non calcistico?

“Se mi parli di dispiaceri, ti dico che ho perso a 22 anni il papà, morto improvvisamente di infarto a 53 anni: ero l'unico maschio in famiglia, con tre sorelle, ed io ero il secondogenito. Ero alla Juve, e ti lascio immaginare che momenti di difficoltà ho attraversato, visto che a Torino ero distante dal mio Friuli, mia mamma doveva portare avanti da solo un ristorante che dava parecchio lavoro e richiedeva parecchio lavoro e poi le due sorelle, essendo più giovani di me, non potevano dare una mano alla mamma. Già di carattere sono non tanto apprensivo, ma uno realista, ma, ho dovuto – essendo via di casa dall'età di 14 anni – crescere in fretta, e quella tragedia mi ha responsabilizzato ancora di più. Tutt'ora cerco, anche se sono distante da Udine, cerco di pensare a mia madre, alle mie sorelle che sono a casa”.

La felicità esiste, secondo Pierino Fanna?

“La felicità? Certo che esiste. Prima di felicità, io parlerei di serenità, di cercare di far star bene le persone che hai vicino, che hai a cuore, le persone care, ma, anche di non deludere con i gesti, che so, il bambino che ti chiede un autografo: ho sempre cercato di accontentare tutti, perché anch'io sono stato bambino, giocavo con le figurine “Panini”. La felicità te la danno anche le piccole cose: è una parola un po' riferita all'attimo, al momento, perché già la vita è molto stressante, ti scivola via con una velocità incredibile, ed allora, devi cercare di trovare un po' di equilibrio e serenità in te stesso. Di conseguenza, arriva anche un po' di felicità”.

Hai parlato di vita stressante e sfuggevole: cos'è che ti dà più fastidio della vita in generale?

“Ogni epoca ha i suoi ritmi, le sue scansioni, quest'ultimi 15 anni forse abbiamo un po' esagerato nel voler cavalcare troppo questo progresso, e a me dà fastidio questa tecnologia, ma, soprattutto, l'abuso, l'uso sfrenato e incondizionato di internet, sì, ma anche dei telefonini, di questi video gioco, che hanno tolto, soprattutto ai bambini, un po' di creatività, di fantasticare. Bisogna cercare di apprezzare quello che si ha, ma anche di non lasciarsi trascinare, guidare, prendere la mano da queste nuove soluzioni”.

La sofferenza, il dolore psichico cosa trasmette a Pierino Fanna?

“Mi mette tristezza: non ho mai guardato a chi sta meglio, ma a chi sta peggio di me, ho cercato di avere una certa sensibilità per quelle persone che soffrono, perché, se oggi guardiamo quello che sta succedendo nel mondo, le migrazioni bibliche di queste popolazioni africane, di questa gente povera del mondo che non ha niente e che rischia di morire affogata nel mare per cercare un po' di libertà, ti fa pensare che la vita non deve essere racchiusa solo ed egoisticamente nel tuo mondo, ma devi un po' cercare di aprirti verso gli altri, di aiutarli per quello che puoi fare, di essere comunque propositivo ed anche un po' altruista. Allora, quest'atteggiamento ti fa sentire bene”.

Credi in Dio?

“Sì, sono cattolico, sono credente, sono praticante. Ho fatto per cinque anni il chierichetto e m'è rimasta questa influenza. Ed anche perché i miei genitori mi hanno trasmesso con grande convinzioni, con grande serenità questa educazione religiosa. E' una dote che ognuno di noi ha, o può avere o cercare di avere: me l'hanno data, me la sono nel tempo coltivata. Ognuno di noi, qualsiasi religione professi, può trovare un po' di pace e un po' di equilibrio”.
Cosa ti aspetti di trovare nell'Aldilà? Come vorresti che fosse?
“Vorrei ritrovare tutti i miei cari che ho perduto, in testa mio papà Rino, diminutivo di Gregorino, e poi tutte le persone care, vedi Scirea, il povero Dirçeu. Insomma, ritrovare, riabbracciare tutte quelle persone cui ho voluto bene quaggiù, con le quali mi ero trovato bene”.

E qual è il primo gesto che compiresti, appena li ritroverai? Per esempio, rivedessi tuo padre Rino, cosa faresti, cosa gli diresti?

“Un ragazzo di 14 anni non può aver conosciuto molto suo padre: mi sarebbe piaciuto avere avuto un rapporto da adulto e gli potrei dire “mettiti qua, e con tutti i miei più cari compagni facciamo una partita insieme e poi andiamo tutti a mangiare nel ristorante che hai dovuto abbandonare troppo presto”.

Che cosa ti sei portato dietro dal Friuli e cosa invece hai acquisito della veronesità?

“Mah, di friulano la tenacia, sì: siamo gente di poche parole, ma di tanti fatti. La famiglia, l'attaccamento alla famiglia, i valori, la difesa e l'amore per le cose concrete, non per quelle futili, non fantasticate, l'amore per il focolare. E' proprio vero quel motto de “i veronesi sono tutti matti”: l'estrosità, la goliardia, il anche di prendere la vita anche con una certa ironia, voglia di divertirsi, quel non prendere troppo di petto le cose, vivere con più filosofia, voglio dire. Verona, poi, merita tutto questo, ti fa vivere bene, e se il destino, dopo Milano, mi ha fatto ritornare a vivere qua, significa qualcosa, o no?”

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 maggio 2011

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