ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

12/6/11 - INCONTRI RAVVICINATI: ATTILIO LOMBARDO

L'INARRESTABILE “GUERRIERO”...LOMBARDO

Fisico scolpito, fiato da vendere, “pendolo” inarrestabile sulla fascia destra: così Attilio Lombardo in campo, generoso nella corsa, implacabile nel combattimento, campione anche fuori dal campo e ai nostri microfoni. Il suo destino si incrocia con Roberto Mancini: con lui vince tutto quello che ha conquistato in Italia in Europa la Sampdoria di quell'indimenticato gentleman del presidente Paolo Mantovani, poi, c'è la Lazio, un altro scudetto, altre Coppe, ed ora il Manchester City, dove Lombardo collabora con il “Mancho” per la parte tecnica.

Attilio appartiene al ristretto novero di chi in Italia ha vinto tre scudetti con casacche diverse: con la Sampdoria (1990-91), con la Juve (1996-97) e con la Lazio (1999-2000). Pure “re di Coppe”, il marcantonio nato a Santa Maria la Fossa (Caserta, il 6 gennaio 1966), ma subito trapiantato al nord.
Due le Coppe Italia (con la Samp nel 1994 e con la Lazio nel 2000), una Champions League (con i bianco-neri di mister Marcello Lippi, edizione 1995-96), una Coppa Intercontinentale (sempre con la Vecchia Signora, nel 1996), due Coppe delle Coppe (con i blu-cerchiati liguri nel 1990, e con la Lazio nel 1999), due Supercoppe Uefa (con la Juve 1996 e con la Lazio 1999).

Infine, tre SuperCoppe italiane (Sampdoria 1991, Juventus 1995 e Lazio 2000). Inizia la carriera professionistica nel Pergocrema, in C2, stagione 1983-84, poi, passa alla Cremonese (141 gare e 17 reti), quindi, il grande salto nella Samp, dove gioca sei stagioni, colleziona 201 presenze e realizza 34 gol.
Dal 1995 al 1997 è alla Juve (35 presenze e 2 reti), quindi, la breve esperienza oltre Manica, al Crystal Palace (dal 1997 al 1999), il ritorno in Italia e la militanza nella Lazio (dal 1999 al 2001, con 33 gare e 2 reti). Quindi, il ritorno di fiamma alla Samp (2001-2, e 34 presenze).

Nella Nazionale colleziona dal 1990 al 1997 18 gettoni, firmando 3 gol.
Intraprende anche la carriera di allenatore: sulla panchina del Crystal Palace (allenatore-giocatore), guida i giovani della Sampdoria (dal 2002 al 2006), poi, è in Svizzera, a dirigere il Chiasso. Il Castelnuovo Garfagnana (C2), il Legnano (C1) e lo Spezia (Lega Pro) nell'anno 2009. Dal 17 luglio 2010 è al Manchester City allenato da Roberto Mancini, che gli ha affidato l'incarico di osservatore degli avversari.

Lei ha vinto tre scudetti: ma, qual è quello che le ha dato maggior soddisfazione?

“Diciamo che gli scudetti, quando si vincono, sono tutti emozionanti. Credo che il primo sia quello che si ricorda un po' di più, anche perché l'ho vinto con la Sampdoria, una squadra che purtroppo dovranno passare ancora molti anni prima che i suoi tifosi vedano trionfare i propri beniamini.
Una squadra, quella, costruita nel tempo, e dove era giunto quel grande risultato, che è stato lo scudetto; ma, senza dimenticare quello conquistato con la Lazio e la Juventus”.

Il gol più importante e quello più stilisticamente bello realizzato da Attilio Lombardo?

“Io credo che i gol siano quasi tutti importanti. Un gol bello, secondo me, è quello che ho fatto contro il Cagliari in casa, di esterno destro ed ero defilato sulla sinistra. Poi, belli sono quello realizzato a Zenga, al “Marassi”, con la Sampdoria che vinceva per 4-0. Fu il secondo gol doriano. Di piede, di piede: di testa ne ho fatti pochi!”

Un rigore clamorosamente sbagliato?

“Il rigore sbagliato più clamorosamente – anche perché ci costò l'eliminazione contro l'Arsenal - è stato quello calciato dopo due partite molto tirate, molto sofferte, e sbagliare l'ultimo rigore della serie è stato il rammarico che ancora oggi mi fa pensare che siamo usciti dalla competizione europea per colpa mia. Era con la maglia della Sampdoria, in Coppa delle Coppe. No, la Coppa dei Campioni, purtroppo, l'ho persa a sei minuti alla fine della partita con il Barcellona a Wembley, nel maggio del 1992. E, quello è stato forse anche il ricordo più brutto che conservo, anche se poi negli anni ho capito che era lo stesso bello perché eravamo riusciti ad arrivare a una finale con una squadra come la Sampdoria”.

Diretta giusto al cuore e alle spalle di Gianluca Pagliuca quella punizione calciata dal titanico atleta olandese Ronald Koeman...

“Sì, la famosa punizione di Koeman. Una punizione che ci ha scioccato un po' tutti dopo una stagione esaltante”.

Secondo lei, Pagliuca ha avuto qualche responsabilità su quel mortaio non parato?

“Fu fischiato un calcio di punizione a nostro danno che non era del tutto regolare. A riguardarla tante volte, il fallo era stato subito dal giocatore della Sampdoria e non da quello del Barça. Diciamo che Gianluca sul tiro qualcosina di più poteva fare, ma, Koeman era uno specialista dei calci piazzati ed è stato, quel gol, il frutto della bravura del giocatore e dell'incertezza di Gianluca”.

Il suo destino, Lombardo, si incrocia come una sciabola con quello di Roberto Mancini...

“Sì, ora sono suo collaboratore al Manchester City, vivo su a Manchester assieme a Roberto e a tutti gli altri componenti dello staff, e quando ci si trova bene, il rapporto continua anche quando si smette di giocare, si ha la fortuna poi a volte di essere riconosciuti da vecchi compagni, da ex compagni, e di poter riuscire a lavorare insieme”.

Com'è stata la sua infanzia: lei è nato in provincia di Caserta, è un uomo del Sud?

“La mia famiglia era composta da due fratelli e da una sorella, quindi, da quattro persone, più i miei genitori. Io, è vero, sono nato giù, nel Meridione, però, ho sempre vissuto al Nord, nel Lodigiano o nel Milanese. In questo paese, Zelo Buon Persico, e la mia infanzia si è svolta credo come tante infanzie di tanti ragazzi che vivono in paesi di 4.000 abitanti”.

Il papà, la mamma, che lavoro facevano?

“I miei genitori erano i classici operai, che hanno lavorato per tantissimi anni, i miei fratelli idem, anche se Pasquale lavora in un'autofficina, mia sorella in una Scuola Elementare, e l'altro mio fratello che si interessa di computer. Come si nota, tutti lavoratori. Io, conseguito il Diploma di Terza Media, ho cominciato ad andare a lavorare, e, poi, la fortuna forse – e credo che sia anche così perché nella vita bisogna avere fortuna – di fare il calciatore”.

Lei è stato ala destra, ma, da piccolo in che ruolo giocava?

“Sono nato attaccante: al paese, all'oratorio, essendo molto veloce, facevo tanti gol. In effetti, poi, fui preso dal Pergocrema, società di C2, come attaccante; feci un anno di attaccante, segnando tanti gol, e, poi, dopo due anni di C, andai a Cremona, e a Cremona mister Mondonico mi trasformò in ala destra. E da lì partì la mia avventura calcistica in quel ruolo”.

Il giocatore avversario che l'ha fatta più penare?

“Solitamente, sono gli esterni destri a far penare i diretti avversari, ma, su tutti, come giocatore credo che sia indimenticabile è stato Paolo Maldini. Un giocatore difficile da saltare, perché, oltre a essere molto veloce, era molto bravo tatticamente, e poi lui, avendo a fianco giocatori del calibro di Tassotti, Baresi, come Costacurta, credo che sia stato uno dei giocatori più forti con cui mi sono misurato. Ho incontrato delle difficoltà giocando contro di lui”.

Il più forte incontrato anche nelle manifestazioni europee e il più forte con cui lei ha giocato? Mancini, Vialli, Gullit?

“Bé, io ho avuto la fortuna di giocare assieme a giocatori molto forti, a partire da quelli che mi ha elencato lei”.

Gullit?

“Senza dimenticare Gullit, senza dimenticare Zidane, uno dei più forti con cui ho avuto la fortuna di giocare. Poi, Veron, ma ho giocato con tanti giocatori. Ma, il più forte, come straniero, è stato Zidane”.

Nelle Coppe europee chi le è rimasto più impresso?

“Mah, ho giocato contro tanti atleti sia in Italia che in Europa, ma, credo, prima ancora che venisse in Italia, e che lo incontrai la prima volta nelle file della Stella Rossa di Belgrado è stato Dejan Savicevic. Era semplicemente straordinario. Campione, che successivamente incontrai con la maglia, lui, del Milan. Dalla prima partita, capì che quello era un grande giocatore”.

Felicità: esiste e in che cosa consiste secondo Attilio Lombardo?

“Mah, la felicità...Guardo, io dico sempre che per essere felici ci vuole poco: basta svegliarsi alla mattina, essere sorridenti e pensare che vivere in questo mondo, dove opero io adesso, significa essere vivi dentro. Questo per me vuol dire felicità”.

La solitudine, l'ha mai provata?

“La solitudine non credo che faccia parte del mio repertorio, del mio essere, perché comunque ho sempre avuto modo, fortunatamente, di lavorare, di essere a contatto con tante persone e quando vivi e condividi momenti con tante persone è difficile provare la solitudine”.

Esistono due tipi di pianto: uno di commozione (gioioso), l'altro di dolore vero. Quand'è che Lombardo ha provato su di sé questi due differenti stati d'animo?

“Mi sono commosso per una cosa del genere, piangendo – sempre parlando del mio campo – in una finale di Coppa Italia contro l'Inter, e giocavo nella Lazio. Ho pianto di felicità e, nello stesso tempo, un po' di dolore perché fui escluso da quella partita (non giocai neanche un minuto) e piansi dal dolore di non aver giocato quella partita perché pensavo di meritarlo invece. E piansi poi di felicità, perché, capendo la mia situazione di quel momento, ricevetti – forse la cosa più bella che potessi ricevere nel calcio - la fascia di capitano di Alessandro Nesta. Che mi fece alzare la Coppa come capitano e mi incaricò di questo gesto, nonostante sia rimasto sempre in panchina, nonostante non avessi giocato nemmeno un minuto. E' stata l'emozione più bella”.

Il dolore degli altri cosa trasmette ad Attilio Lombardo?

“Tristezza e mi spinge ad allungare una mano, cioè di voler aiutare queste persone che soffrono. Io ho un cuore come tanti altri, e forse, sotto questo punto di vista, sono uno che si emoziona in fretta. Quand'ero calciatore, sono sempre andato a trovare gli anziani negli ospizi, mi sono recato a trovare i bambini al “Gaslini” di Genova. Sono cose che ti fanno comunque tenerezza e credo che le persone bisognose hanno sempre bisogno di una grande mano”.

Lei crede in Dio?

“Sì, assolutamente!”

E perché?

“Credo in Dio perché è la figura, lo specchio, a mio parere, del nostro essere. Che ci ha guidato e che ci guiderà per tutto il percorso della nostra esistenza. Anche se noi commettiamo errori, ma, cercando di essere perdonati, rivolgendo una preghiera al Signore”.

Come se l'immagina l'Aldilà?

“Vorrei incontrare tutte quelle persone che hanno vissuto la mia epoca, non conoscendo ovviamente l'epoca degli altri, e rivivere le stesse emozioni che ho vissuto o che sto vivendo in questo momento quaggiù”.

Come vorrebbe che si presentasse davanti ai suoi occhi, fatto di prati sempreverdi, di cieli mai imbronciati?

“Vorrei aspettarmi un Aldilà fatto soprattutto di felicità, perché quando noi pensiamo alla morte ci viene naturale pensare che essa sia una cosa, un evento brutto. Invece è bello pensare che sì la fine della vita non è piacevole per nessuno, ma potrebbe portarci a raggiungere un posto – non lo conosco, e spero di conoscerlo il più tardi possibile – sicuramente bello”.

Che cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni?

“Mi dà fastidio l'ignoranza, mi dà fastidio la gente che non vuole capire che in questa vita – che è una sola – esistono delle cose che uno deve cercare di godersi. Molte persone, purtroppo, non le godono queste cose, o le godono in maniera diversa da quella che dovrebbe essere la cultura quotidiana, quella di tutti noi”.

Quand'è che ha pianto di vero dolore?

“Fortunatamente, ho tutti i genitori al mondo. Ho pianto di dolore per la morte prematura – aveva solamente trent'anni – di un mio cognato, e questo si parla già di una decina di anni fa. E' stato un dolore forte, l'ho patito – ritornando al calcio – quando è morto il dottor Paolo Mantovani, il presidente della Sampdoria. E' stato per noi un padre-padrone di una squadra, ma anche per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 giugno 2011

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