ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

3/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: PIERINO PRATI

“PIERINO LA PESTE”

Chiamato così per la sua pericolosità e insidiosità nelle aree di rigore avversarie, Pierino Prati nasce nel Milanese, a Cinisello Balsamo il 13 dicembre 1946. E' stato uno dei centravanti più significativi del nostro calcio negli anni 60/70, firmando gol pesanti (vedi tripletta nella finale di Coppa Campioni vinta dal Diavolo” nella primavera 1969; sfiorando il record di 4 gol in una finalissima detenuto dal grande Puskas) o comunque decisivi ai fini del risultato.

Campione d'Europa nel 1968, vice-campione del mondo a Messico 1970, Prati ha vinto i trofei più prestigiosi nel Milan di Gianni rivera: subito (1967-68) uno scudetto e lo scettro – sempre in quella stagione - di capocannoniere con 15 gol, poi, due Coppe delle Coppe (1968 e 1973), due Coppe Italia (1972 e 1973), una Coppa dei Campioni (1969), una Coppa Intercontinentale (1969).
Con i rosso-neri totalizza 209 presenze, firmando 102 gol, ovvero segnando un gol una domenica sì e una no.

Lascia il Milan con l'amaro in bocca di non essersi potuto cucire sulla maglia la stella del decimo scudetto, “collassata” nel maggio 1973 al “Marc'Antonio Bentegodi” di Verona (clamoroso 5-3 per gli scaligeri).
Quindi, le due stagioni alla Roma, le altre due a Firenze, la parentesi negli Stati Uniti, nel Rochesters Lancers, e il tramonto vissuto nei tre anni di C2 con quel Savona da cui era passato dopo il debutto nella Salernitana e la consacrazione nel Milan di “paròn” Nereo Rocco.

Qual è stato il momento più indimenticabile della sua carriera di calciatore?

“Non ho avuto un momento, ma più momenti esaltanti, perché sono riuscito a realizzare i sogni che avevo da bambino, cioè di vincere il più possibile. E ci sono riuscito, interpretando un ruolo da protagonista qual è quello della punta, che si riconosce perché fa i gol. Ma, il momento più magico della mia carriera, la ciliegina sulla torta è stata la tripletta segnata nella finale di Coppa dei Campioni nel 1969, giocata al “Santiago Bernabeu” di Madrid, contro quell'Ajax di Crujiff che abbiamo battuto per 4-1. Ed è tuttora un primato italiano e sono superato da un grande del calcio, Puskas del Real Madrid, che ne aveva firmati quattro. Poi, c'è lo scudetto, la Nazionale, il titolo di capocannoniere, la Coppa Intercontinentale, la Coppa delle Coppe, l'Europeo del 1968. L'unica delusione – se si può chiamare tale – è la finale del Mondiale in Messico nel 1968 – anche se non ero in campo, ma ero in panchina – e la sconfitta (4-1) contro il Brasile più forte di tutti i tempi”.

Lei, mister, calcisticamente, ha avuto anche paura, o no?

“Sì, è successo all'andata della Coppa Intercontinentale, in casa degli argentini degli Estudiantes, dove noi del Milan fummo riempiti di botte e dovetti uscire dopo un solo quarto d'ora per una testata, a gioco fermo, per commozione cerebrale, e una decina di minuti più tardi anche il mio compagno Nestor Combin dovette uscire dal campo per una gomitata rifilata in viso che gli sfasciò il naso. Quello è stato sicuramente il momento in cui ho rischiato fisicamente di più”.

Il rigore più clamorosamente sbagliato?

“Io di rigori non ne posso aver sbagliati tanti perché non ero io il rigorista del Milan ed anche perché li calciava Gianni Rivera, tranne quando, gareggiando per il titolo di capocannoniere, Rivera me li lasciava battere. Li ho sbagliati due a Roma. Un altro ne ho sbagliato contro il Bologna, l'altro l'ho dimenticato. Ma, più che il rigore, sotto forma di battuta, la gente che incontro mi ricorda un mio aneddoto con la maglia della Nazionale in Coppa Europa, nel 1968. Un gol nell'area piccola, senza portiere, arrivo col piattone, con l'interno del piede per appoggiarlo in porta, ma un rimbalzo malefico fa sì che la palla mi picchia sullo stinco e s'impenni sopra la traversa. E il lunedì la “Gazzetta dello Sport” a tutta pagina aveva riportato la foto dell'errore, con su titolato “Eppure l'ha sbagliato!”. È, è un ricordo che mi dà fastidio rinovellarlo, ma, che mi permette ancora oggi, per il suo clamore, di ricordarlo. Ed è un particolare che fa parte della storia eel calcio di qualsiasi calciatore credo, visto e considerato che un gol facile lo sbagliano tutti”.

Il gol più pesante e quello più stilisticamente bello?

“Ne ho fatti tanti di gol e per me sono stati tutti belli. Poi, come dice lei, ce ne sono di importanti e di meno importanti. I gol realizzati nelle finali di Coppe europee sono quelli più pesanti perché sono quelli che rimangono nella storia per sempre. Gli altri che mi piace ricordare sono quelli del mio debutto, per esempio, in Nazionale, a Sofia, contro la Bulgaria, dove si perse 3-2, ma, bagnai il debutto con una doppietta. Poi, nella gara di ritorno, giocata al “San Paolo” di Napoli, vincemmo 2-0 e il primo gol l'ho segnato ancora io. Guadagnammo la prima finale, dove io giocai, e la seconda in cui non fui utilizzato”.

Il più bello?

“Ripeto, è difficile sceglierli”.

Che so, di testa, in tuffo, di tacco?

“Adesso che mi fa venire in mente, il primo gol che ho segnato con la maglia della Nazionale è stato di testa, in tuffo, a pelo d'erba, e finisco con la testa vicinissimo al palo. Se lo avessi centrato, probabilmente mi sarei spaccato in due. Avevo scelto quel tipo di esercizio acrobatico perché era l'unico, in quel momento, che ero sicuro mi avrebbe dato la sicurezza di buttare dentro la palla”.
Qual è stato l'avversario, italiano o straniero (cioè incontrato nelle Coppe europee), che l'ha fatto ammattire?
“L'ho sempre trovato in Italia, perché era anche il difensore che quando lo incontravo si accendeva uno scontro fisico oltre che tecnico: era Tarcisio Burgnic, dei “cugini” dell'Inter. Con lui abbiamo ingaggiato duelli veramente forti, ma, sempre nel limite della correttezza fisica. Chi invece cercava di intimorirmi con i colpi bassi, bé, quello mi dava proprio un grande fastidio”.

Il più grande giocatore con cui e contro cui ha giocato?

“La prima domanda mi sembra la più facile, perché ho avuto la fortuna di giocare con Rivera, e lì avevamo formato un duetto soprannominato “il braccio e la mente”. Quegli anni vissuti assieme a Rivera sono stati davvero belli perché era un calciatore perché tutti volevano avere in squadra. Un po' sottovalutato, Rivera, perché sono convinto che se avesse avuto un cognome straniero non avrebbe vinto una sola volta il “pallone d'oro”, ma più volte. Ha iniziato a 16 anni e ha finito vincendo la stella con il Milan. L'altro? Ci ho giocato contro ed io ero in panchina, ovvero in quella finale di Coppa del Mondo persa contro il Brasile a Messico 1970: un certo Pelè, che, per me, è stato il giocatore che m'ha colpito di più”.

E, Johan Cruijff, George Best, dove li mettiamo?

“Erano grandissimi giocatori, ma non erano ai livelli di Pelè. Io credo che Crujyff sia stato una stella, a livello veramente mondiale, ma, George Best – lei sta riferendosi all'ala destra del Manchester, vero? - non è stato ai livelli di Cruyjff, di Rivera; avevano tutti qualcosina in meno”.

Da ragazzino per chi tifava; e pensava un giorno di diventare una grossa punta?

“Mi piaceva giocare in porta, oppure difensore, ma mi piaceva molto fare i gol. E, quando ho iniziato a calciare la palla, ho iniziato in mezzo ai campi, senza che nessuno mi dicesse cosa dovevo fare, come dovevo declinare il corpo o mettere giù il piede. Mentre i genitori erano al lavoro, noi trascorrevamo l'intera giornata, in estate, o gli interi pomeriggi, in inverno, a giocare a pallone. In pratica, eravamo autodidatti, nel senso che ognuno si esprimeva come gli veniva, come gli dettava l'istinto, l'estro. Però, giocavamo a pallone in libertà, senza pressioni, e non è un caso che in quel periodo, il mio, nascessero giocatori con più fantasia, con più estro. Ed è quello che, purtroppo, oggi manca, perché si cerca subito da ragazzini di indirizzarli con una valanga di suggerimenti che tante volte frenano la creatività e la fantasia del bambino. Sono arrivato al Milan che avevo 12-13 anni ed era il momento in cui vedevo Altafini. E' stato un po' il mio idolo da ragazzo, da cui ho potuto apprendere qualche suo numero, una volta entrato nelle giovanili rosso-nere. Ci ho giocato contro la prima volta a Salerno, girato in prestito a 17 anni alla Salernitana dal Milan per farmi le ossa: si disputò un'amichevole con il Napoli di Altafini e Sivori, arrivati ormai a fine carriera. E lì fu per me una grande soddisfazione, perché io a “Milanello” non avevo il coraggio nemmeno di affrontarlo per salutarlo, ma, mi limitavo a scrutarlo, a guardarlo da lontano, per cercare di rubargli un po' delle sue qualità. E, credo che con la sola osservazione ho imparato molto. E, sai, giocarci contro da avversario, per me, fu un traguardo importante, un sogno nel cassetto esaudito”.

Mister, questo libro tratta, nel suo nucleo, di felicità e solitudine. Una sua riflessione a riguardo di questi due stati d'animo che da sempre accompagnano la vita dell'essere umano...

“La felicità esiste perché sono riuscito a coronare i sogni cullati da bambino: sognavo ad occhi aperti di poter un giorno anch'io giocare contro grandi nomi, grandi campioni. Dopo aver fatto tutta la gavetta e la trafila delle giovanili rosso-nere, mi sono reso conto che potevo arrivare a far sì che quei sogni potessero diventare realtà. La felicità, per me, allora era quella di poter far parte di una grande squadra come il Milan, e di incontrare per strada gente che ti faceva complimenti, si rallegrava con te. Poi, quando nell'arco di una carriera sei riuscito a raggiungere certi traguardi, ebbene, credo che si possa considerare ricca di felicità, anche se non è stata priva di momenti no o di amarezze. Ma, si scordano subito quando sono schiacciate da tanti successi, da tanti trionfi”.

L'amarezza più grande, più cocente?

“La perdita dello scudetto della stella con il Milan a Verona: io non giocai, perché infortunato, lo scudetto pareva già cucito sul petto, ed eravamo talmente convinti di averlo conquistato che la società ci aveva già preparato un porta chiavi con la stella del decimo scudetto, e a me ancora oggi un po' di malinconia mi assale quando ripenso ancora quella stella caduta nel 1973, ed arrivata molto tempo dopo, nel 1979”.

La solitudine l'ha mai provata?

“No, anche perché mi piace nei momenti che riesco a ritagliarmi per pensare a certi miei progetti. Eppoi, non sono uno che ama andare indietro con il pensiero, rinverdire il passato. Non soffro di nostalgia, anche perché ho la fortuna di lavorare come istruttore con i ragazzini della Scuola Calcio del Milan sparse nelle scuole di tutta Italia. Quindi, solitudine ne provo pochissima. Poi, l'avevo già conosciuta da piccolo, a 6-7 anni, quando i miei genitori si alzavano all'alba per andare a lavorare e mi preparavano il pranzo a mezzogiorno e li vedevo alla sera alle 6”.

Erano operai?

“Sì, sì, tutti e due”.

Un'infanzia tutt'altro che ovattata...

“Vivevo in un paese molto piccolo di campagna, Cinisello Balsamo, con altri miei compagni che condividevano gli stessi miei problemi e non potevano godere delle attenzioni dei loro genitori impegnati sul lavoro.
Dovevamo darci da fare per inventarci come passare la giornata”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di dolore?

“Alla morte dei miei genitori, i quali mi hanno dato la possibilità di provare a giocare a calcio. Il loro lavoro, il loro sudore mi hanno permesso di poter giocare la carta di calciatore. Era un rischio da parte loro tentare di farmi giocare a calcio, un rischio che io non ho mai permesso di far correre ai miei figli. Poi, la fortuna ha fatto il resto, cioè che io potessi sfondare, fare carriera nel calcio”.

Lei crede in Dio, Pierino Prati?

“Sì”.

Perché?

“Perché nei pochi momenti di solitudine che mi ritrovo penso sempre che di là ci sia un qualcosa di grande, che ci superi. Anche se sono poco praticante, tuttavia, da piccolino ho vissuto negli oratori, ho fatto il chierichetto per tanti anni, e credo che aver Fede sia un grande aiuto quando ti imbatti in certe difficoltà. Uno si rivolge alle persone più care e Dio per me è una Persona molto cara”.

Come se l'immagina l'Aldilà?
E giù un bel sorriso di “Pierino la peste”:

“Mah, io mi aspetto un Qualcosa che mi stupirà, perché è difficile pensare cosa ci sarà nell'Aldilà. Vorrei che fosse una grandissima sorpresa, che mi meravigli, mostrandoci solamente cose tutte belle e serene. Questa vita è già un percorso molto bello, nonostante tutte le sue difficoltà ed amarezze, e che vale la pena di essere vissuta. Nell'Aldilà, mi auguro di vivere una vita fantastica, molto bella”.

Il dolore degli altri che cosa le trasmette?

“Questo mi addolora molto, mi colpisce molto, perché penso che finora ho avuto la fortuna – tocchiamo ferro – di avere dei figli cui non è capitato nulla di grave e mi hanno dato grandi soddisfazioni e che hanno completato, tutti e tre, gli studi che si erano prefissi di affrontare. Io sono stato uno di quelli fortunati. Ringrazio un Qualcosa che ha mi ha finora risparmiato dispiaceri grossi o disgrazie. Rimani colpito, attonito quando scopri che un bambino è affetto da brutto male, che incontra la vita subito in salita”.

Cosa che le dà più fastidio e cosa invece la commuove tutti i giorni?

“Tutto quello che comporta felicità – vedi imprese sportive, gesti compiuti a fin di bene, ecc... – mi reca felicità, mi identifico in quei momenti, in quei gesti, e mi emoziono. Così nelle tragedie, come lo tzunami, le persone che in Giappone scappano alla fuga del reattore atomico, allo tzunami: sono fatti che mi coinvolgono molto dal punto emotivo”.

E che cos'è che le fa rabbia?

“La non sincerità, i bugiardi, quelli che sanno tutti loro, o chi, pur di arrivare ricorre a mezzi scorretti, gli imbroglioni”.

Quand'è che le è venuta la pelle d'oca alta un chilometro?

“Tante volte, perché la fortuna mi ha baciato in più occasioni. Io, tranne il Mondiale, ho vinto tutto nel calcio. Ogni gol mi riempiva di gioia e mi ricompensava di tutti i sacrifici sostenuti nell'arco di una settimana. E, se non facevo gol, anche se mi facevano lo stesso i complimenti, mi sentivo preso in giro e non mi ritenevo a posto, completo con me stesso, appagato”.

Era superstizioso da calciatore?

“Sì, ogni inizio di gara a centrocampo mi facevo il segno della croce e mi rivolgevo nell'Aldilà non per ottenere la grazia di fare un gol ma di non farmi soprattutto male. Ho avuto un allenatore che mi portava dai cartomanti, dagli indovini, ripetevo certe piccole gestualità, certi riti al sabato precedente la partita. Lo facevo solo per far contento l'allenatore, perché io, davvero, non ci credevo molto”.

Era “paron” Rocco che l'accompagna dalle veggenti?

“No, no, era Liedholm. L'avevo avuto al settore giovanile del Milan, e poi l'ho ritrovato alla Roma, quando ho disputato 5 campionati con i giallo-rossi. In tutto, io Nils Liedholm l'ho avuto per 7-8 anni”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 16 giugno 2011

Visualizzato(2417)- Commenti(8) - Scrivi un Commento