ULTIMA - 21/10/18 - "DYBALA" RONCONI CALA IL TRIS, HERBER FA POKER E L'ILLASI VOLA

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INCONTRI VIP'S

5/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI. GIUSEPPE BARESI

L'ALTRO BARESI

Giuseppe è il fratello maggiore (è nato il 7 febbraio 1958 a Travagliato di Brescia) del milanista Franco.
Fu portato in prova all'Inter assieme all'asso rossonero, ma, quest'ultimo, scartato dagli osservatori nerazzurri, fu reclutato, ironia della sorte, dall'altra sponda, quella del Milan.
Una “bandiera” rosso-nera Franco, un “fedelissimo” interista Beppe, mediano-terzino della Nazionale per 18 volte, e collezionista di ben 392 (dal 1977 al 1992) a fronte di 10 reti.
Chiude la carriera di calciatore nel Modena (dal 1992 al 1994, serie B, 73 le presenze e zero le reti), poi, guida gli Allievi dell'Inter, diventando Responsabile del settore giovanile nerazzurro, carica che ricopre ininterrottamente dal 2001 al 2008.

Conquista due scudetti sia da calciatore (stagione 1979-80 e 1988-89) che da mister della Primavera, e due Coppe Italia sia in campo (1978 e 1982) che alla guida della seconda squadra interista, più due “Tornei di Viareggio”, sempre come coach.
Ma, il suo personale “palmares” comprende anche una Coppa Uefa, vinta nella stagione 1990-91. Vice-allenatore di Josè Mourinho (conquista degli scudetti 2009 e 2010, più la Coppa Italia 2010), conquista la Champion's League il 22 maggio 2010 a spese dei tedeschi del Bayern di Monaco (2-0). Assistente tecnico di Rafael Benitez assieme all'ex giocatore dell'Inter Daniele Bernazzani, ritorna vice-allenatore quando l'Inter quest'anno si affida al tecnico brasiliano Leonardo.

Mister, qual è stato il momento più esaltante della sua carriera?

“Mah, il ricordo più bello è stato l'esordio con la maglia dell'Inter. Ero un ragazzino di 19 anni, che veniva dal settore giovanile, e giocare in Prima squadra, in serie A, a “San Siro”, davanti a 50-60.000 spettatori fu una grande emozione. Poi, le prime vittorie, gli scudetti, le prime Coppe, tutti momenti esaltanti e di grande gioia”.

Quand'è che le è venuto per la prima volta la pelle d'oca?

“Forse, il primo anno, poi, ultimamente, quando abbiamo vinto la Champion League, anche se ero come allenatore in seconda. In uno stadio come Madrid, davanti ad 80.000 spettatori, dopo 45 anni, c'è stato un momento da pelle d'oca”.

Qual è stato l'avversario che in campo l'ha fatto ammattire?

“Il grande Maradona era l'avversario più forte e quello più difficile da marcare. Direi lui e poi anche Claudio Sala del Torino, che alla fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta era un giocatore molto difficile da marcare perché univa la tecnica alla forza fisica”.

Il giocatore più forte con cui e contro cui ha giocato?

“Nel primo caso, farei due nomi: Altobelli e Mattheus; due grandi campioni, che hanno dato tanto all'Inter e con cui abbiamo vinto degli scudetti. Contro, ritorno a dire che Maradona è stato il giocatore più forte”.

Non è mai stato tentato di lasciare – anche nel più bello – il calcio giocato o per infortunio o per libera scelta?

“Direi mai, perché sono stato fortunato avendo giocato quasi sempre – tranne una parentesi di due anni – in una società prestigiosa come l'Inter -; non ho avuto la sfortuna di subire infortuni gravi, vivendo anche momenti non sempre gratificanti a livello di conseguimento di risultati, ma, mai psicologicamente negativi o deprimenti. Non ho mai pensato di abbandonare il calcio né da calciatore né in seguito da dirigente ed allenatore: no, quello mai!”

La felicità esiste, è esistita nella vita di Beppe Baresi, e in che cosa consiste o è consistita?

“La felicità esiste ed è importante anche per la serenità di una persona, per poter vivere la all'interno della sua famiglia, per affrontare meglio e con serenità il suo lavoro, per ricevere soddisfazioni in quello che si fa. E fare con gioia e con amore ogni cosa che dalla mattina alla sera riempie la giornata stessa: vedi lo stare con i figli, con la moglie”.

Capitolo solitudine: lei, mister, non ha mai fatto i conti con questo stato d'animo, a volte ingombrante?

“Mah, sono la persona che in qualche ritaglio di tempo piace stare da solo, dedicando magari a me stesso un'ora, proprio perché sento il bisogno di valutare tra me e me se una cosa è stata fatta bene oppure no. Solitudine vera per il lavoro che ho fatto, no, non penso di averla vissuta”.

Il suo idolo da ragazzino?

“Il mio idolo era legato ai grandi campioni della Grande Inter del “mago” Herrera e del cav. Angelo Moratti, vedi i vari Mazzola, Corso, ma, anche Rivera. Un nome, forse, che da piccolo mi è rimasto più in testa è stato quello di Gigi Riva: un campione del Cagliari che non ha mai voluto trasferirsi in una grande società che era la Juventus – che lo voleva a tutti i costi - , e che invece è rimasto nella propria terra di adozione e in cui ha vinto lo scudetto – la Sardegna e il Cagliari -, una figura che m'è rimasta sempre poi anche col passare degli anni”.

Gigi Riva era una “bandiera”; così come Rivera e Mazzola. Come mai oggi, mister, non esitono più i “fedelissimi”?

“Eh, perché il calcio, come la società stessa, è cambiato: oggi si va e si fa tutto di corsa, di fretta, quindi, si è portati a cambiare anche società, città, per vari interessi, che vanno sia a favore della società che del calciatore stesso. Quindi, rimanere per tanti anni nella stessa società è ormai un caso più unico che raro, rispetto a una volta, quando ne trovavi tre-quattro per club. Adesso, tolti quei grandi campioni che sono rimasti per anni in una stessa società, è difficile trovare altre “bandiere”. Oggi si brucia tutto velocemente”.

Parliamo della sua infanzia: non è stata un granché felice, un po' in salita, o no?

“E' vero: non è stata un'infanzia facile, io e Franco siamo rimasti orfani presto e nel giro di due anni di mamma e papà. A 16 e a 18 anni avevo già perso il papà e la mamma”.

Un gran brutto colpo: come avete reagito?

“Credo che sia stato un momento particolare della nostra vita, anche perché abbiamo altri fratelli più grandi ed altri più piccoli. E, quindi, è stato abbastanza dura, però, ritengo che ci abbia aiutato molto la cultura di essere ragazzi cresciuti all'interno di una famiglia di campagna, di una famiglia forte sotto l'aspetto caratteriale, e in quel momento avevamo le basi per poter superare il momento difficile. Poi, ci siamo trasferiti a Milano anche da giovani, e l'ambiente del calcio ci ha aiutato anche a sopperire a questa mancanza importante sotto l'aspetto familiare ed affettivo”.

Anche la Fede in Dio vi ha aiutato?

“Sì, sì, anche la fede, che ci ha accompagnato e sorretto tutti i giorni e che oggi, anche se uno come il sottoscritto non frequenta assiduamente la chiesa, tuttavia, si porta dietro sempre questa fermezza nel credere nella forza della preghiera e nella fiducia in Dio e in Qualcosa”.

Lei come se l'immagina l'Aldilà?
Immaginiamo che lei vorrebbe subito abbracciare i suoi genitori, che vi hanno dovuto lasciare, lei e Franco oltre agli altri fratelli, presto?

“Quando uno pensa all'Aldilà, la mente si affolla di tanti dubbi. Io spero che ci sia un altro mondo, dove possa vivere assieme a gente di cuore, ritrovarmi con i miei genitori e vivere con loro momenti felici che qui in terra non abbiamo potuto condividere. Io lo vedo con un mondo non di allegria, ma di serenità, da trascorrere assieme a persone che quaggiù non hai avuto il tempo o potuto a persone cui hai voluto bene”.

Che cosa trasmette a Beppe Baresi?

“Trasmette molti sentimenti, soprattutto in questo mondo dove si va e si fa tutto velocemente e si pensa poco a cosa può succedere domani o ad altri meno fortunati di te o che hanno meno di te. Il dolore ti fa fermare, ti fa fermare un attimino anche a riflettere, a capire che esistono cose più importanti del traffico, dei soldi, del litigare per stupidate. Quindi, è un momento di riflessione importante che ognuno di noi dovrebbe avere più spesso e non soltanto nella malattia o quando la malattia tocca una persona a te vicina o, peggio, in via del tutto personale”.

Quand'è l'ultima volta che Beppe Baresi ha pianto di grande dolore?

“Eh, Beppe Baresi piange spesso quando vede i film; è un po' più duro nel pianto in seguito a rapporti personali quotidiani. L'ultima volta che ho pianto è quando ho perso un amico, un ex calciatore”.

Che cos'è che le fa rabbia e cosa invece a toccarle le corde del cuore?

“Più rabbia le persone che pensano solo a se stesse, all'arrivismo, al volere subito tutto senza sacrifici, anche calpestando altre persone. L'altra domanda, qual era?”

Cos'è che la commuove?

“Mi fa commuovere l'affetto dei miei figli, quando vedo che stanno vicino al loro padre in momenti particolari. Sono così facile alla commozione davanti a un bel tramonto: sono un po' più duro. Sono un po' meno sensibile davanti a questi spettacoli della natura”.

Quanti figli ha?

“Due, una femmina e un maschio: di 19 e di 17”.

Anche il maschio gioca a calcio?

“No, ha giocato così, con i ragazzini dilettanti. Adesso ha smesso, vuole fare l'aiuto allenatore, visto che mia moglie ha una squadretta di calcio femminile, lui vuole darle una mano”.

L'essere fratello del grande Franco milanista l'ha aiutata, l'ha stimolata o l'ha messa in ombra?

“E' stato un onore essere il fratello di una persona prima di tutto seria, sensibile e deliziosa. Eppoi è stato un onore essere il fratello di uno dei grandi campioni del calcio italiano”.

I derby in famiglia. Ha vinto più lei o Franco?

“Non lo so; forse, in quegli anni ha vinto qualcosa di più Franco”.

Il gol più bello di Beppe Baresi calciatore?

“Ma, penso quel gol al volo da fuori area e vittoria di 3 a 2 a “San Siro”, contro la Roma”.

Un rigore sbagliato, un'autorete clamorosamente sbagliato?

“No, un'autorete clamorosa no; un rigore sbagliato, no, che io ricordi”.

Il suo più grande rammarico è forse legato alla poca partecipazione alla Nazionale?

“Il rammarico di avere fatto male il Mondiale, sì, con la Nazionale, nel 1986. Forse, non era una Nazionale all'altezza di quella manifestazione, forse, non sono riuscito a dare quello che avrei potuto dare”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 23 giugno 2011

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