ULTIMA - 21/1/19 - GLI ACCOPPIAMENTI DELLA COPPA DELEGAZIONE DI VERONA

Si è chiuso ieri il 1° turno della Coppa Verona 2018-19 riservata alla formazioni di Terza categoria, denominata “Memorial Gianni Segalla”, che ha visto il passaggio ai quarti di finale delle prime classificate dei 7 gironi, Lessinia, Saval Maddalena, Borgo Trento, Dorial, Gazzolo 2014, Roverchiara, Ausonia Calcio e la migliore seconda classificata
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INCONTRI VIP'S

11/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: SERGIO GORI

IO, “BOBO” GORI

E' stato uno dei pochi calciatori italiani a vincere più scudetti in diverse squadre: 4, due con l'Inter, uno con il Cagliari ed uno con la Juventus. Sergio, “Bobo” per gli amici e nome datogli fin dai primi vagiti in culla, Gori è nato a Milano il 24 febbraio 1946. Brucia le tappe, esordendo giovanissimo nell'Inter del “mago” Helenio Herrera. Colleziona dieci presenze, ma, partecipa ai due scudetti vinti nel 1964-65 e nel 1965-66 e alla conquista della Coppa dei Campioni (1964-65) e a quella della Coppa Intercontinentale conquistata sempre nel 1965.

Poi, viene spedito in provincia, al L.R. Vicenza, a farsi le ossa, e rientra nell'operazione che frutta ai nerazzurri del cav. Angelo Moratti l'arrivo a Milano di bomber Luis Vinicio. Si salva per due volte con i lanieri veneti, poi, nel 1968 il trasferimento a Cagliari, dove nel 1969-70 conquista lo storico scudetto degli isolani, giocando in attacco a fianco di “Rombo di tuono” Luigi Riva.
Il suo passaggio al Cagliari assieme ad Angelo Domenghini permette lo scambio all'Inter di Roberto Boninsegna, altro potente “panzer” del nostro calcio.

Un'annata d'oro per Bobo Gori il 1970: dopo lo scudetto, ecco la convocazione ai Mondiali di Messico con la Nazionale dell'allora cittì Ferruccio Valcareggi. Debutta nei quarti di finale contro i tricolori sudamericani, poi, altre due maglie azzurre prima dell'ultimo dell'anno, poi, basta. Passa alla Juventus con la dote di capocannoniere della stagione 1974-75 e con Gigi Riva infortunato.
Con i bianconeri vince un altro scudetto (edizione 1976-77) più la Coppa Uefa. Nell'estate del 1977 passa al Verona, dove chiuderà in serie A la sua carriera.

Cosa fa di bello oggi Sergio Gori?

“Bé, oggi devo fare attenzione molto alla salute perché non sto più molto bene e, quindi, vengo fuori da un periodo un po' così. Però, mi sono occupato, dopo la carriera, di ristorazione, con alterne fortune”.

Qual è stato il momento più bello della sua carriera di calciatore costellata da ben 4 scudetti?

“Il primo anno di Cagliari e la vittoria dello scudetto a Cagliari. Mi ricordo che alla fine di quell'anno, quando vincemmo lo scudetto, telefonai a casa e dissi “Ce l'ho fatta!”. Forse è una frase scontata, retorica, che però per me valeva molto”.

Scegliamo il gol più bello e quello invece più importante?

“Il più importante sicuramente il 2-0 di Bari, che decretò la vittoria dello scudetto. Perché? Per la Sardegna, per me, per la mia famiglia. Il più bello, invece, credo sia stato a “San Siro”, con la maglia della Juve, quando vincemmo contro il Milan 1-0 e feci un bel gol di testa su cross di Causio sulla destra. Il gol bello, di buona fattura, in corsa, in velocità, quindi, non solo stilisticamente, ma anche come equilibrio fisico e difficoltà nel farlo, perché fu un colpo di testa esploso quasi fuori dall'area, quindi, molto bello, secondo il mio parere e le difficoltà che ci furono in quel momento”.

Perché l'appellativo di “Bobo”?

“Mi venne dato quando nacqui da un ex giocatore dell'Inter, l'attaccante Giorgio Barsanti, che mi vide nascere, e che a quell'epoca mangiava presso il ristorante dei miei genitori. Una volta che fui presentato ai giocatori dell'Inter come nuovo arrivato, lui mi chiamò Bobo. Che non ha niente a che vedere con il brasiliano, che vuol dire tonto, ma me lo dette un giocatore italiano e dell'Inter come vezzeggiativo, come abbreviativo affettuoso”.

I suoi genitori gestivano un ristorante?

“Sì, sì, mangiava lì la vecchia Inter di Barsanti del 1946-47”.

Qual è stato il suo più grande rimpianto da calciatore?

“Mah, rammarico, io sono abbastanza realista, nel senso che il calcio mi ha dato quello che probabilmente mi meritavo, senza andare nei particolari. Forse, non ero così forte da fare una carriera importante anche in Nazionale; quindi, parlo di tante presenze, due anni in azzurro ma senza essere protagonista e sono stato valutato nella giusta maniera. Però, le mie soddisfazioni me le sono prese: mettere la maglia azzurra, partecipare ai campionati del Mondo in Messico nel 1970, laurearmi vice-campione dietro al grande Brasile di Pelè, vincere quattro scudetti, due Coppe d'Europa, una Coppa Uefa, io credo che sia un curriculum di tutto rispetto e sia stato adeguato alle mie possibilità”.

Questo libro affronta i temi della felicità e della solitudine: come li ha vissuti, come li vive questi due diversi stati d'animo?

“La felicità, secondo me, non esiste perché la felicità è una finalità di tante componenti. Parlo di serenità, parlo di benessere, parlo di affetti, parlo di equilibrio mentale, di soddisfazione personale. La felicità, voglio dire, la si tocca in un attimo, ma, la vera felicità è quella di cui non si accontenta mai. E che probabilmente non si tocca mai, se non si sa valutare che nel mondo non esiste e che quindi basta soltanto una serenità particolare da espandere nella vita. Che vuol dire aver provato la felicità”.

Non ha mai fatto i conti con la solitudine?

“Con la solitudine, no; sinceramente no. Ripeto, ho vissuto l'esistenza con alterne fortune, ma sono più dalla parte dei fortunati, rispetto a quello che c'è in giro: ho sempre avuto tutto quello che ho avuto, ho commesso errori, ho fatto delle cose buone, non travalicando i limiti delle persone più o meno civili od oneste, però, facendo dei grossi sbagli, di cui forse pagherò le conseguenze od ho pagato le conseguenze. Però, ho avuto tutto, che vuol dire non raggiungere mai quella cima di felicità di cui tanto si parla, ma, vuol dire raggiungere gli obbiettivi che ci si prefigge. E, quindi, assaporare le soddisfazioni che uno cerca, senza, ripeto, però, toccare i picchi enormi della cosiddetta felicità”.

Il giocatore più forte che l'ha marcata e quello più forte con cui ha giocato assieme Sergio Gori?

“Io i giocatori li amo suddividere in giocatori di classe e in giocatori specifici. Giocatori di classe sono stati Suarez, Corso, quelli che abbinavano la qualità stilistica alla tecnica, alla capacità di dribbling, alla facilità di corsa. Che avevano cioè componenti totali, diciamo così, di calcio. E, invece, specifiche, bé, certamente Riva: era un giocatore che aveva come attaccante delle qualità che non andavano proprio di pari passo alla bellezza stilistica, ma alla potenza, alla grinta, alla determinazione, in alcuni casi anche alla cattiveria agonistica, ecco”.

L'avversario che l'ha fatto soffrire di più?

“Mah, guardi quello che mi conosceva a fondo, e, quindi, prevedeva i movimenti, i modi di giocare, era Spinosi della Juve”.

Esistono due pianti: uno di commozione e l'altro di dolore: quand'è che ha vissuto questi due stati d'animo diversi tra di loro?

“Bé, la pelle d'oca mi veniva per tutti i gol che ho fatto in serie A: a “San Siro”. La pelle d'oca è l'attimo fuggente che si sente nel momento in cui la palla entra in rete e tu hai fatto gol. Il pianto di dolore l'ho provato quando è venuta a mancare mia madre, Saida”.

E' stata un'infanzia serena, la sua, oppure difficile?

“E' stata un'infanzia nelle difficoltà serena perché mio padre e mia madre lavoravano, io ero molto solo, con mia sorella, che è stata la mia “mamma putativa”, diciamo così. Molto solo, quindi, ho sofferto della mancanza della tavola, della famiglia nei momenti di raduno, raccolta familiare, di scambio di impressioni, di dialogo. Che poi ho cercato di riprodurre quando mi sono sposato, molto giovane tra l'altro, a 23 anni. Quando sono andato a Cagliari, sono stato sempre molto severo nel volere tutti i miei figli a tavola. Che, poi, il risultato di tutto questo sia stato positivo o no, sarà l'arco di tempo in cui vivono i figli che lo determina. Non so, quindi, fino a che punto siano serviti, valsi questi miei insegnamenti: io, per lo meno, li ho vissuti così”.

Papà e mamma, dunque, ristoratori?

“Sì, mia mamma lavorava in cucina, mio padre lavorava in sala”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Il dolore degli altri mi trasmette in alcuni casi mortificazione, in altri casi rabbia. In altri casi ancora consapevolezza di vivere una vita che purtroppo dà più dolori che gioie”.

Lei crede in Dio?

“No”.

Quindi, lei non se lo pone nemmeno il problema dove andremo a finire un fatal giorno, o no?

“No, no; anzi, sono molto realista. Penso proprio che questa vita sarà valsa soltanto perché diamo troppa importanza al ragionamento. Noi siamo animali che ragionano, e a questo ragionamento diamo più importanza di quello che è. E dovremmo dare più importanza all'istinto, che è il vero trasporto che abbiamo noi”.

L'Aldilà, dunque, non esiste per lei?

“No, non esiste. Ma, però, io vorrei che ci fosse, eh”.

Che cos'è che le fa più rabbia e cos'è invece che la tocca ancora emotivamente?

“Mah, più rabbia è il rammarico per non aver fatto quello che avrei dovuto fare, di cercare di fare quello che si doveva fare e non di non essere riuscito a farlo proprio per le mie debolezze. Commuovere, mi fanno molto commuovere i ricordi. Il che è molto più grave di quello che possa sembrare, perché quando si comincia ad avere le lacrime agli occhi per una scena di un ricordo o di un affetto, o di cose del genere, soprattutto quando si è soli, vuol dire che la vita è arrivata ormai quasi al termine”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 18 giugno 2011







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