ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

13/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: LUCIANO CASTELLINI

IL BALZO DEL “GIAGUARO”

Luciano Castellini (Milano, 12 dicembre 1945) è stato uno dei più forti portieri espressi dal calcio italiano negli anni Settanta-Ottanta. Dopo la gavetta nel Monza (5 stagioni, 4 in B e una in C), ecco lo scudetto vinto con il Torino (stagione 1975-76), più una Coppa Italia (edizione 1970-71), un altro tricolore mancato, l'anno successivo, di un solo punto nella corsa al vertice con i “cugini” della Juventus, poi, l'avventura all'ombra del Vesuvio e un totale di 220 presenze, e i 22 anni ininterrotti nel ruolo di Responsabile dei portieri dell'Inter.

Mister, perché il soprannome di “Giaguaro”?

“Mah, non lo so; forse, perché ero agile, ma, ripeto, non lo so. Me l'hanno dato gli altri il soprannome, per cui l'ho accettato con grande piacere”.

Sarà stato certamente il grande “poeta del Torino”, Giampaolo Ormezzano...

“Mah, probabilmente sì. Lui o Arpino, non lo so, comunque, certamente due tra i più grandi giornalisti dei miei tempi”.

Qual è stata la parata più importante della sua vita?

“Onestamente non lo so, sono passati così tanti anni. Ma, io, allora, non pensavo di essere un buon portiere, di avere questa immagine. Adesso mi rendo conto che ho fatto una carriera decorosa e di essere ricordato ancora”.

Campione di grande umiltà “Il Giaguaro”. Un rigore, almeno quello, se lo ricorda?

“Sì, sì, il più importante, all'inizio della mia carriera quando col Toro abbiamo vinto la Coppa Italia contro il Milan, e l'ho parato a Rivera. A Era accaduto al “Marassi”, campo neutro per la finalissima secca di Coppa Italia. Avevamo pareggiato, poi, siamo andati ai supplementari, ed allora si poteva solamente tirare una sola volta: io, quella volta, lo parai a Rivera, e fu una grande soddisfazione per il sottoscritto”.

Qual è stato il giocatore e l'avversario più forte con cui ha giocato Luciano Castellini?

“Il giocatore più forte assieme a cui è giocato è stato Maradona, a Napoli, la mia "bestia nera" era Boninsegna, ma ce n'erano tanti bravi. Io ho preso gol e parato gol a tutti: insomma, ce n'erano di avversari bravi allora. Sono passati tanti anni, il calcio è cambiato da allora, ma, mi creda, non mi sentirà mai dire “ai miei tempi era meglio”, ma c'era qualcosa di più romantico nel calcio, di più poetico”.

Quand'è che le è venuta la pelle d'oca alta un chilometro?

“Mi emoziono ancora adesso io. La prima volta? Quando ho giocato banalmente nel Monza, in serie B: ero un ragazzino e per la prima volta mi resi conto che ci sarei potuto stare anch'io in quel mondo. Mi è venuta la pelle d'oca, poi, andai a casa, alla sera, contento perché prendere la decisione di fare questo mestiere, una volta, non era facile, perché quella volta che dissi ai miei genitori che il Monza mi voleva tutti i giorni a fare l'allenamento e non potevo perdere il posto di lavoro sicuro è stato una tragedia. Mio padre diceva che giocare a pallone non era un lavoro: ed, in effetti, riconosco che aveva ragione. Quando, ancora oggi, mi chiedono che lavoro hai fatto nella vita, io rispondo che non ho mai lavorato, non ho mai fatto un sacrificio e mi son divertito, facendo allenamenti, che erano la cosa più bella del mondo”.

Non ha mai calciato un rigore?

“No, e lo dico con grande rammarico: mi sarebbe piaciuto molto perché ho un buon piede”.

I suoi genitori erano poveri?

“Sì, sì. Io sono nato a Milano per sbaglio, poi, si venne in un paese piccolo, Menago, sul lago di Como, e mio papà gestiva un piccolo negozio do ferramenta e di attrezzatura per macchine agricole. Per cui non è che si nuotasse nell'oro”.

Era figlio unico?

“No, ho avuto un fratello e, adesso che me lo fa venire in mente, ricordo che quando nel Toro ho cominciato a guadagnare qualche soldo ho regalato una pelliccia di castoro a mia mamma. Che se la metteva anche il mese di agosto, perché non aveva mia ricevuto un regalo del genere ed era felice”.

I genitori, li ha ancora?

“No, purtroppo, no”.

Quand'è che ha pianto di grande dolore?

“Non mi vergogno a dirlo: mi commuovo spesso. Ma, piango anche per dolore: sicuramente la morte dei miei genitori o la brutta malattia di un amico che ho perso non tanto tempo fa. Io, vivendo in un piccolo paese, quando ti capita di perdere un amico della tua generazione, veramente è un grande dolore. Perché cresci insieme in un paese, ti vedi tutti i giorni o quasi. Si chiamava come lei, Andrea”.

Cosa le trasmette il dolore, la sofferenza altrui?

“Mi dispiace e mi trasmette grande grande tristezza e grande partecipazione alla sua sofferenza. Io penso sempre al fatto che siamo vulnerabili e spesso parlo di quest'argomento ultimamente col prete che ha sposato mio figlio e ogni tanto dico al religioso che vorrei mai come nei casi dolorosi avere la Vostra fede per sopportarli, per superare meglio il disagio che s'ingenera. Si sentono e si vedono, oggi, tante cose brutti, tanti fatti sconcertanti, e, allora, lui, il prete, mi rincuora dicendo che il fatto stesso che io desidero aver più Fede, vuol dire che ne ho già tanta”.

Crede in Dio “Il Giaguaro”?

“Sì”.

Si sforza di averla?

“No, non mi sforzo: credo, ma, vorrei avere ancora più Fede”.

Come sarà l'Aldilà tra cent'anni?

“Vorrei che fosse come il mio paese, Menaggio. Menaggio è un paesino sul lago di Como, con le montagne, con il lago, con la semplicità di vita. Vorrei fosse sempre così il Paradiso”.

Con il sole che risplende per sempre, “eternamente”, o no?

“Mah, no, anche con la neve: io sono un grande sciatore, mi piace la neve”. E giù una gran bella risata del “Giaguaro”.

Le ha dato più soddisfazioni il Toro o il Napoli?

“Posso darle una terza risposta? L'Inter, pur non avendo mai giocato con i nerazzurri. Sono venuto con Trapattoni a fare l'allenatore e sono 22 anni che sono qui all'Inter. Io al Toro ho dato tanto, al Napoli anche. L'Inter mi ha dato di più, pur non avendo giocato, ma mi ha permesso, ancora adesso, di lavorare nel settore giovanile, come Responsabile dei portieri del suo vivaio”.

Il cuore granata le batte ancora nel suo petto qualche volta?

“Ultimamente, ho avuto occasione di essere chiamato a partecipare a una loro manifestazione e la cosa brutta o bella è che ricordano i miei tempi e non apprezzano il Torino di oggi. Non so se sia una cosa bella. Il Toro, comunque, è una Fede, che non scordi mai, dopo averla conosciuta”.

La papera più clamorosa de “Il Giaguaro”?

“Oh, ne ho fatte tante! Ho preso, una volta, gol in mezzo alle gambe quella volta Verona: volevo fare un buco per terra e sparire, però dopo meno male che è passata presto quella frittata. La domenica successiva ci siamo subito riscattati con una bella vittoria”.

Gustavo Giagnoni, invece, ricorda un infortunio a “Bergamo, con lei accecato dal sole...

“Adesso che mi fa pensare, me la ricordo”.

Mai parato due rigori di fila?

“Sì, sì, li ho parati quando giocavo nel Napoli, nella stessa partita. Mi sembra all'”Olimpico” di Roma, contro la Lazio. Non so se l'avevano calciato Giordano o D'Amico, o entrambi”.

E' già nonno?

“No, ma spero presto: mio figlio si è sposato la settimana scorsa”.

Cos'è che le dà più fastidio e cos'è che la tocca in particolare emotivamente?

“Io sono un romantico, un manzoniano del lago di Como. Per cui. Fuori da casa mia, tutte le sere contemplo dalla mia vigna il tramonto. Odio la prepotenza e, siccome sono ancora forte fisicamente, devo contare fino a dieci per non reagire furiosamente. Una volta contavo fino a tre e partivo, ora riesco a contare fino a dieci e a stare tranquillo”.

La sua immagine scelta tra tante e che riassume in uno scatto la sua carriera di calciatore? Portato in trionfo assieme al presidente dello scudetto granata Orfeo Pianelli o è una paratona compiuta al “San Paolo” di Napoli?

“Una foto bianca, senza niente. Mi piacerebbe essere ricordato come una persona normale, che va ancora all'oratorio”.

Il rammarico più grande?

“Di aver disputato buoni campionati nel Napoli, ma di non aver vinto, purtroppo, lo scudetto”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 23 giugno 2011

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