ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

15/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: EVARISTO BECCALOSSI

“INVENTA, BECCALOSSI!”

Era questo l'urlo più ricorrente che la tifoseria dell'Inter rivolgeva al suo miglior fantasista degli anni Ottanta. Evaristo Beccalossi, bresciano (12 maggio 1956), cresce nel vivaio delle “Rondinelle”, dove vince il campionato Primavera (1974-75) e da cui prende il volo per i nerazzurri di “San Siro”. Sei le stagioni all'Inter (per un totale complessivo di 216 gare e 37 gol), dal 1978 al 1984, uno scudetto conquistato nell'edizione 1979-80, una semifinale, l'anno dopo, di Coppa dei Campioni perduta contro il Real Madrid, una Coppa Italia (edizione 1982) sollevata in cielo, stesso rituale adottato con la maglia della Sampdoria nella primavera 1985.

Non vanta alcuna maglia della Nazionale Maggiore, e questa sua esclusione accende interminabili dibattiti sui nostri quotidiani sportivi. Nel 1981 vince un Mundialito per club, sempre con l'Inter, poi, milita nella Samp, nel Monza (in B), ritorna al Brescia, quindi, il Barletta (serie B), il Pordenone (Serie D) e il Breno (serie D).
E' uno dei fantasisti migliori che il nostro calcio ha sfornato in quegli anni, decantato anche in un brano di Enrico Ruggeri, dal titolo “Il fantasista”, ellepì inciso nel 1997 e dal nome “Domani è un altro giorno”.
Riceve “L'Intrepido d'oro”, riconoscimento con cui il noto settimanale sportivo intende premiare il miglior giocatore dell'anno di serie A (era il 1981-82). Oggi è apprezzato e vivace commentatore televisivo ed agente di commercio.

“Dai, Beccalossi, inventa!”: siamo cresciuti portandoci nella memoria quell'urlo dei tifosi nerazzurri, che le reclamavano una magia, una delle sue giocate più fantasiose. Lei se lo ricorda quel periodo d'oro?

“Mi ricordo tutte le cose belle perché è stato un percorso felice, gratificante, pieno di soddisfazioni e, ancora oggi, facendo prevalentemente l'opinionista, mi permette di seguire la mia squadra del cuore, che è l'Inter. Sono sì dei bei ricordi, ma, poi, bisogna sempre ricordare che la vita del calciatore finisce a una certa età, e poi bisogna ripartire. E, grazie a Dio, gli impegni e il lavoro non mi mancano e alla fine posso seguire il mondo del calcio”.

Qual è stato il momento che ha provato la pelle d'oca, sempre da calciatore intendiamo?

“Io lo identifico sempre poco prima della gara di semifinale di Coppa dei Campioni Inter-Real Madrid: “San Siro”, stadio esaurito, entro in campo un'ora e mezza prima della gara e tutto lo stadio invoca il mio nome. Ecco, lì, mi è partito un brivido ed era la gratificazione che mi dava il popolo nerazzurro. Non ricordo di aver provato una sensazione di tal genere dopo un gol, dopo una partita, ma, essere amato, quella volta, da 80.000 persone, insomma, è un brivido che ti rimane dietro e te lo porti dentro per tutta la vita”.

Si ricorda un gol importante ed uno stilisticamente bello?

“Ho sempre scelto non un gol di mia fattura, ma uno bello che facevo fare a un mio compagno di squadra. Cioè, quando facevo un'azione dove creavo, inventavo, mettevo in condizione il mio compagno di fare gol, per me, quello era l'attimo migliore e la soddisfazione più grande, perché avevo creato quello che volevo e avevo favorito il mio compagno nell'ultimo tocco in rete”.

Quand'è che è successo il suo assist migliore?

“Ricordo di averne fatti ad Altobelli, ma, in quegli anni lì io ho fatto fare gol un po' a tutti, ad Oriali, a Baresi, a Muraro. Fare gol a un compagno dopo aver creato, per me, era la soddisfazione più grande”.

Quand'è che ha pianto in campo dalla rabbia?

“Ricordo solo un episodio: quando avevo sbagliato due rigori in Coppa. Lì veramente si vede lo stress della gara stessa, in Coppa Uefa, contro lo Slovan di Bratislava. So che mi lasciai andare a uno sfogo per quei due errori pesanti. Dopo il primo errore, ho detto ai miei compagni di non volerne più battere in seguito, solo che al secondo tentativo non li ho ricompensati della fiducia che mi avevano rinnovato. Per fortuna, siamo poi riusciti a vincere lo stesso, ma, è stato l'unico momento di pianto. Anche perché ho preso le cose con una certa obbiettività, che mi deriva dalla consapevolezza di essere stato una persona fortunata. Erano poche le cose negative quando giocavi in A”.

Il suo più grande rimpianto da calciatore?

“Non ho alcun tipo di rimpianto: mi tengo tutte le cose belle e fortunate che ho avuto e non ho alcun rimpianto. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto perché mi considero una persona fortunata”.

Il rapporto tra Beccalossi e la Nazionale?

“Non c'è mai stato, non mi interessa e fa parte sempre di un certo percorso. In quegli anni Ottanta, mi è stato tolto qualcosa, ma, in compenso, ho avuto tante altre cose che non avrei mai pensato di avere”.

Un gol contro i “cugini” del Milan?

“Ebbè, un gol in questo tipo di partita fa proprio la differenza. Ho avuto la fortuna di averne addirittura fatti due, nell'anno in cui vincemmo lo scudetto (1979-80). Però, anche lì, a parte l'affetto dei compagni – non sapevo cosa volesse dire essere protagonista di un derby -, io ho raccontato spesso che quando mi sono accorto al lunedì, quando andavo dal giornalaio, dal salumiere, dal benzinaio, che, a seconda del tifoso che era, o mi faceva i complimenti sotto forma di prosciutto buono, o di sconti benzina o un altro che si arrabbiava e non mi dava niente se non rimproveri. Ho capito che, andando in giro con le persone comuni, aver fatto due gol in quel derby era importante”.

Si ricorda chi c'era in porta dall'altra parte?

“Sì, Albertosi”.

Cos'è che nella vita le dà fastidio e cosa invece la riesce ancora a commuovere?

“La gratificazione di quel che si fa di buono; la cosa che mi dà più fastidio è l'invidia. Bisogna ritornare un po' più aperti e sinceri l'un con l'altro, e, invece, tutti i giorni è una sfida al lavoro, una sfida per il potere, una sfida a fare questo, a fare quest'altro. Bisognerebbe abbracciare un po' più la cultura di incominciare a fermarsi e avere un po' tutti quanti il sorriso sulle labbra”.

Com'è stata la sua infanzia?

“E' stata un'infanzia fortunatissima, perché provengo da una famiglia di operai, la quale mi ha fatto capire subito cosa potevo trovarmi di fronte nella vita. Mi sono divertito fino a una certa età da calciatore, poi, sapevo che dovevo sfruttare bene quello che avevo costruito. Di fatti, adesso, quando mi alzo al mattino e sorrido, credo di essere una persona molto fortunata”.

Il dolore degli altri cosa trasmette in Evaristo Beccalossi?

“Non so se è bello o brutto dirlo: a me lascia molto scosso, perché mi muovo, vado e frequento certe situazioni, però, queste persone in difficoltà mi danno la forza di andare fuori e capire meglio il mondo d'oggi. Perché tanti oggi non sanno cosa si cela dietro la sofferenza e personalmente, quando vedi queste situazioni di disagio, azzeri tutto. Chi si monta facilmente la testa, di fronte a certi disagi abbassa subito la cresta. Bisognerebbe portare certa gente in certi posti, vedi ospedali, ospizi, e vedi che abbassano subito la cresta”.

Quand'è che ha pianto di vero dolore?

“In campo quella volta che le ho appena ricordato. Nella vita, la perdita di mio padre mi ha molto addolorato. Però, non sono uno che piange spesso, però, per le cose importanti sì. Mio papà si chiamava Gino”.

Cosa spera di trovare, il giorno più lontano possibile, nell'Aldilà?

“Spero di ritrovare tante altre persone: magari quelle che ho trovato un po' più cattive, e mi auguro di ritrovarle un po' più buone”.

Lei crede in Dio?

“Sì, assolutamente sì. Non sono costruito, quello sì, nel senso che se c'è la messa alle 11, io non entro in chiesa a 5 minuti alle 11. Magari sono in giro, vedo una chiesa ed entro”.

Lei, da buon bresciano, ha avuto un grande papa in Giovambattista Montini, Paolo VI, eh?

“Sì”.

Era superstizioso?

“Superstizioso? Non tanto; è che avevo delle manie, e non so se è paragonabile alla stessa cosa, alla stessa parola superstizione. Se con il pullman della squadra, scorgevo dal finestrino una pecora che pascolava nel campo, tra me e me, dicevo che la pecora mi cambiava la domenica. Poi, entravo col piede sinistro; ma, era una mania più che una superstizione. Da Appiano Gentile a Milano si passa tutta una zona, vedi Lainate, dove c'erano tutti campi, ed allora una volta dopo aver visto le pecore avevo fatto un gol, mi ero convinto che le pecore mi avrebbero sempre portato bene”.

Guardi che la stessa superstizione aveva conquistato l'allora cittì azzurro Arrigo Sacchi, prima di una partita e inculcatagli, questa sorta di mania, dal dirigente Gigi Riva...

“Ah, sì, lo imparo adesso”.

E' vero che le felicità sono diverse, mentre i dolori sono tutti uguali?

“Credo di sì, perché il dolore, chiunque colpisca, è difficile da sopportare per tutti. Credo che ci siano mille modi di esternare e vivere la felicità”.

La felicità esiste, è esistita in Beccalossi?

“Mah, la felicità è alzarti alla mattina ed avere un sorriso per affrontare la giornata. Vuol dire che la figlia sta bene, che la mamma sta bene, che il lavoro funziona, pur considerando i difficili momenti che stiamo attraversando. Tutti queste cose mi permettono di andare in giro sorridendo, con la felicità stampata sul volto, e, tutto sommato, a 55 anni, mi ritengo una persona molto fortunata”.

La solitudine, l'ha mai provata?

“No, anche se a volte mi piace molto star solo. La solitudine a volte ti può portare a riflettere se stai lavorando bene, se ti stai comportando bene, e, quando ti trovi da solo, ti serve proprio per vedere dove puoi migliorare ancora”.

L'avversario più tosto?

“Ne ho avuti tanti, di avversari, ma ho sempre avuto nei loro confronti un grande rispetto. Ho la fortuna che quando trovo gli Oriali, i Cabrini della Juventus, i Baresi, e che non vedi da tanti anni, invece, sembra che ci si ritrovi non da una vita, ma tutti i giorni. E questa è la cosa più bella”.

Quello che in campo la faceva ammattire?

“Ma, no, in campo c'erano un po' di duelli. Non mi ricordo neanche”.

Chi è l'erede oggi di Evaristo Beccalossi?

“Ma, no, non si possono fare paragoni: il calcio nostro era diverso da quello d'oggi. Noi abbiamo avuto anche la possibilità di divertirci, il calcio d'oggi credo che, a furia di giocare una partita in settimana, tra Nazionale, Champion's League e campionato, ogni giocatore è diventato un'azienda e l'allenatore di ogni società devono mettere insieme 24 aziende per raggiungere un obbiettivo”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 2 luglio 2011

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