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Nel girone B di Terza categoria, domenica scorsa si è giocato il 1° turno dei play-off che hanno registrato la vittoria per 2 a 0 della Dorial di mister Alessandro Bruni che ha quindi eliminato dai giochi promozione il Roverchiara di mister Simone Brunelli. Promozione in 2^ categoria che i "doriani" del presidente Gabriele
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INCONTRI VIP'S

17/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: MASSIMO PALANCA

IL SIGNOR “GOL DALLA BANDIERINA”

Non c'era, in Italia, solamente Luciano Chiarugi a far centro direttamente dalla bandierina del calcio d'angolo, ma, anche Massimo Palanca, marchigiano di Porto Recanati (ma, nato a Loreto il 21 agosto 1953), punta ed “icona” del Catanzaro a più riprese. A dire il vero il capostipite di questi “gol impossibili” fu l'inglese Mortensen, che firmò direttamente dal corner uno dei 4 gol con cui la Nazionale Inglese superò negli anni 40 gli azzurri difesi allora dal torinista Bacigalupo, perito poi in seguito al Grande Torino a Superga, ai primi di maggio del 1949.

Figlio del magazziniere del campo dove è cresciuto, quello del Porto Recanati (Macerata), il “miglior sinistro d'Europa” - come lo definì il grande radiocronista Sandro Ciotti -, Palanca era anche soprannominato “Piedino di fata” per quel 37 di numero delle scarpe, fattegli su misura da “La pantofola d'oro”, quella bottega artigiana che in precedenza aveva avuto, tra i suoi più illustri clienti, gli assi della Juventus degli anni Sessanta, John Charles ed Omar Sivori.

La fama sua e la gloria del Catanzaro calcio sono un tutt'uno, corrono di pari passo: capocannoniere di serie B nella stagione 1977-78 con 18 reti, capocannoniere di Coppa Italia, con 8 reti, nella stagione successiva. Con lui i giallo-rossi calabresi hanno conosciuto il miglior piazzamento finora ottenuto (il 7° posto in serie A, edizione 1980-81) nella loro storia calcistica. Memorabile la tripletta, grazie alla quale il Catanzaro espugnò (1-3) l'”Olimpico” di Roma, che reagì solamente con il gol di capitan Di Bartolomei, specialista delle punizioni-bomba. Alto circa 169 cm, baffi molto folti ad incorniciare il viso, Palanca ha steso i più forti portieri dell'epoca per ben 13 volte direttamente dalla bandierina. Con i calabresi totalizza 195 presenze costellate da 70 reti e la sua capacità realizzativa gli frutta il trasferimento al Napoli di Corrado Ferlaino (1981-82).

Stagione amara, ricca di un solo gol, quella all'ombra del Vesuvio, che lo “condanna” alla serie B con il Como. Poi, si ripresentano le sirene partenopee per un'altra stagione in azzurro che, ahilui, non si traduce nel campionato del riscatto. Lo aspetta a braccia aperte il pubblico catanzarese, precipitato intanto in C1 (1986-87), e rilanciato, galvanizzato in serie B da “piedino di fata” grazie ai suoi 17 centri in 29 gare. Poi, il rammarico per aver mancato di un sol punto il ritorno nella massima ribalta in queste 3 ultime stagioni in giallo-rosso. Oggi, Massimo Palanca vive a Camerino, dove gestisce assieme alla moglie un negozio di abbigliamento.
E' già nonno ed attualmente è il selezionatore della Rappresentativa Figc Giovanissimi della regione Marche. E' anche un brillante commentatore televisivo. Affabile e dai modi garbati, è accogliente come tutti i marchigiani.

Ma, dove nasce, mister, quel gol direttamente dalla bandierina, quel sinistro sibillino? Era complice anche il dio Eolo a Catanzaro?

“Sì, c'era anche un fattore atmosferico, però, diciamo che questo è stato sempre un tipo di calcio che prediligevo. Anche da ragazzino. Poi, magari con gli allenamenti, con l'esperienza l'ho perfezionato”.

Quand'è che si è accorto le prime volte di poter essere in possesso di questo prodigio balistico?

“Ma, non è che c'è stato una prima volta: è una cosa maturata con il tempo, perché io avevo sempre avuto questa inclinazione a tirare le punizioni sopra la barriera, e questo lo adattato anche al tiro dalla bandierina. E' abbastanza simile come calcio”
.
I suoi maestri Corso, Chiarugi?

“No, nessun maestro. Io vedevo Corso che calciava le punizioni a “foglia morta”, però, io rispetto a lui tiravo un po' più forte. Poi, lui, magari curava di più la precisione”.

Già, due “sinistri meravigliosi”, lei e Mariolino Corso...

“Sì, sì”.

Si ricorda un tunnel fatto a un avversario?

“Ne ho fatti, ma, non mi ricordo a chi in particolare. Non è che usassi il tunnel per un gesto di irriverenza verso l'avversario diretto, ma, era solamente una possibilità, una via per poter eludere l'avversario”.

Il suo gol più bello e quello più pesante?

“Ce ne sono tanti, ma, quello più importante, per me, è stato il primo gol che ho segnato a Catanzaro, in serie B, contro l'Atalanta, un gol che ci ha permesso di vincere la partita a pochi minuti alla fine. Gol in rovesciata, di sinistro e nel 1975, mi sembra”.

Un rigore clamorosamente sbagliato?

“Eh sì, ce n'è stato uno contro la Triestina, sempre in serie B, sempre con il Catanzaro, al 90°, e all'ultima azione della partita: espulsione del portiere avversario, lo sostituisce
un giocatore (avevano già consumato le sostituzioni). Ma, c'era andato così, tanto per andarci tra i pali, questo tipo qui. Io ho tirato, purtroppo, ho preso il palo e subito dopo ho avuto una crisi di sconforto”.

Ha pianto?

“Sì, sì, c'è stato un po' di sconforto. Per fortuna che tutto il pubblico del “Comunale” (ora “Ceravolo”) mi ha capito, mi ha subito incoraggiato gridando a gran voce il mio nome, e la società e tutti i tifosi mi sono stati molto vicino in quel momento”.

L'allenatore, chi era?

“Era...Guerini”.

Ci può far rivivere la famosa tripletta all'”Olimpico” di Roma, quando lei da solo batté con la maglia del Catanzaro per 1-3 i giallo-rossi capitolini?

“Segnai un gol direttamente dalla bandierina, ma, non per immodestia, ma ne ho fatte altre due, una in casa contro l'Udinese e una volta 4 gol in serie C, con il Frosinone e contro la Casertana”.

Il giocatore più forte con cui e contro cui ha giocato?

“Ho giocato contro i più forti del mio periodo, tranne che con Maradona, perché io ero già in fase discendente quando io arrivai a Napoli. Ma, erano i vari Rivera, Mazzola, Facchetti, poi, più avanti, i vari Paolo Rossi, Bettega. Il meglio del calcio di allora e contro quelli che si laurearono campioni del Mondo in Spagna nel 1982”.

Chi è stato il giocatore più forte con cui ha giocato a Catanzaro, lei che è stato una grande “bandiera” giallo-rossa?

“A Napoli ho giocato con Krol, con Diaz. Krol credo che sia stato a livello internazionale il calciatore più completo con cui io abbia giocato”.

Che tipo era Rudy Krol?

“Fuori dal campo era abbastanza simpatico, in campo un grande professionista: noi uscivamo stravolti dopo una seduta di allenamento e lui magari si fermava e seguitava a fare un lavoro atletico ancora più duro, perché secondo lui non era sufficiente quello che aveva fatto prima. Era veramente eccezionale sotto questo punto di vista”.

L'avversario che l'ha fatto più penare?

“Ce ne sono stati, eccome: Morini della Juventus, Ceccarini del Perugia, ma, ce ne sono stati tanti”.

Mai stato espulso?

“Mai. Anche per il ruolo che ricoprivo, ero più propenso a prenderle che a darle”.

Con chi duettava in attacco a Catanzaro e a Napoli?

“Ho iniziato con Alberto Spelta – io sono stato 11 anni a Catanzaro, eh -: è stato lui, , ad aiutarmi nell'inserimento nella formazione calabrese. Poi, dopo c'è stato Piccinetti, Borghi, Lorenzo, Soda, Chiarella, Sperotto. Nel Napoli eravamo io Musella, Pellegrini, Oscar Damiani”.

Quand'è che le è venuta la pelle d'oca per la forte emozione provata in campo?

“Quando siamo riusciti ad ottenere le promozioni col Catanzaro dalla B alla A. Anche perché abbiamo ottenuto nel finale di stagioni ben due promozioni dalla B alla A. Sono state molto e molto emozionanti, perché le promozioni al Sud sono molto più sentite per i tifosi, per la gente, per tutta una città che si identifica nella sua squadra”.

Il pianto di aver perso, contro il Verona, anche lo spareggio per salire in A al “Liberati” di Terni, alla metà degli anni Settanta, o no?

“Anche quella volta è stata una forte delusione perché c'era lo stadio pieno di tifosi catanzaresi, calabresi, e praticamente sembrava una formalità la partita per noi. Poi, era stata già preceduta da un fatto grave, in quanto al mattino stesso un pullman di nostri tifosi che doveva raggiungere Terni è stato coinvolto in un incidente, perciò, noi giocatori, avendo degli amici che ci avevano promesso di raggiungerci non in macchina ma in torpedone, è stata una mattinata molto sofferta dall'incertezza delle notizie. Si diceva, in un primo tempo, che c'erano dei morti, ed era uno spareggio nato sotto i più cattivi auspici”.

Gol risolutore di “pantofola d'oro”, il giallo e blu Roberto Mazzanti?

“Sì, come non ricordarlo quel gol-partita e disperazione per noi?”

Il dolore degli altri cosa le trasmette, mister?

“Adesso che sono diventato nonno, ancora un maggior dispiacere. E' una cosa non sopporto e non accetto. Quando in televisione vedo una scena di un bambino che piange, cambio canale. Questo mi capita ancora di più da nove mesi a questa parte, da quando sono diventato nonno di una bambina Beatrice”.

Lei crede in Dio, Palanca?

“Sì, abbastanza”.

Belle cattedrali, eh, nelle Marche, vedi quella di Loreto, di Jesi, di Ancona, di Fermo. Però, come dice quel famoso proverbio, meglio un morto che un marchigiano sull'uscio, o no?

“Magari, noi marchigiani non siamo molto praticanti, però, credenti lo siamo un po' tutti”.

Quando sarà finita questa partita terrena, cosa ci aspetterà, dove finiremo?
E, giù, un sorriso che la dice tutta sulla delicatezza della domanda e della risposta da parte del nostro intervistato.

Che risponde: “Eh, eh. E' il discorso di prima: non siamo molto frequentatori, noi marchigiani di chiese e santuari, e, può darsi che siamo un po' scettici, un po' freddini sotto quest'aspetto”.

Ma, come se l'immagina, o vorrebbe immaginarselo, l'Aldilà, un giorno, il più lontano possibile?

“E' difficile immaginarselo, però, io spero che sia migliore di questo. Fatto di un ambiente all'aria aperta, di ambienti incontaminati, tranquilli, dove la natura è padrona”.

Cosa le dà fastidio di qua e cos'è che la commuove?

“Sono più le cose che mi danno fastidio rispetto a quelle che mi commuovono. Oggi tutti i settori della vita, dalla politica alla scuola alla sanità all'educazione sono carenti. A scuola, per esempio, mandano a quel paese i professori. Ci sono troppe cose che non vanno”.

Cos'è che invece la tocca?

“Adesso mia nipote: quando mi sorride, mi si apre proprio il cuore”.

Il più grande rammarico da calciatore?

“Di non essere riuscito ad esprimermi secondo le mie possibilità, secondo le mie caratteristiche. Non sono riuscito a dare quello avrei voluto dare e che i napoletani avrebbero meritato”.

L'ultima volta che ha pianto di grande, vero dolore?

“Quando sono morti i miei genitori. Nel 1995 e nel 1996”.

Com'era di origini la sua famiglia, povera?

“Sì, io sono quinto di otto figli. Mio padre era custode del campo sportivo di Porto Recanati, poi, ha fatto lo spazzino (adesso si chiama operatore ecologico) e si chiamava Renato. Dopo ha fatto il messo comunale, poi, problemi fisici l'hanno costretto a fare lavoro di ufficio. La mamma è sempre stata casalinga. Del resto, cos'altro poteva fare con otto figli”.

Eravate poveri ma belli?

“Sì, si viveva con poco e si era costretti ad accontentarsi di poco, non c'erano alternative”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 luglio 2011

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