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Davvero molti i cambi sulle panchine delle nostre squadre dilettantistiche dall'inizio della stagione. In Eccellenza il Caldiero ha sostituito Roberto Piuzzi con Cristian Soave, il Sona Mazza Luigi Possente con Giuseppe Brentegani e il Vigasio: Gianluca Manini con Vincenzo Cogliandro. In Promozione l'Albaronco ha sostituito Davide Mazzo con
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INCONTRI VIP'S

19/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: FERNANDO DE NAPOLI

RE FERNANDO DE NAPOLI

Davvero spassoso il colloquio telefonico con Fernando De Napoli, campione in campo e di simpatia fuori dal campo. Avellinese (è nato il 13 marzo 1964 a Chiusano di San Domenico), il suo nome è legato ai due scudetti vinti con il Napoli di Diego Armando Maradona – che gli chiedeva sempre una cosa sola: di passargli la palla – e due, da maturo, con la maglia del Milan. Un Napoli, che vedeva (dal 1986 al 1992) il nostro interlocutore formare l'ossatura di centrocampo assieme a Salvatore Bagni, e garantire così larghi spazi, abbondante ossigeno e tanta libertà di manovra e di invenzioni magiche al “Pibe de oro”.

All'ombra del Vesuvio, De Napoli vive 6 stagioni esaltanti (una Coppa Uefa, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana), e ci arriva dopo essere cresciuto nelole giovanili dell'U.S. Mirgia di Mercogliano, e dopo l'anno a Rimini e i tre campionati (dal 1983 al 1986) all'Avellino. Dal 1992 al 1994 passa al Milan, dove vince altri due scudetti, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Uefa.

Significativa la presenza del mediano campano con la maglia della Nazionale (54 le presenze in azzurro ed un solo gol), con la quale conquista il bronzo ai Mondiali giocati in Italia nel 1990, e che gli frutteranno la nomina di Cavalier Ordine al merito della Repubblica Italiana. Poi, chiude la carriera nella Reggiana, vivendo tre tornei con gli emiliani, dal 1994 al 1997 e diventando anche dirigente del club bianco-rosso. Oggi Fernando De Napoli vive in Emilia e, sempre in questa regione ma non nello stesso capoluogo, gestisce un negozio di articoli sportivi.

Qual è stato della tua vita di calciatore? Quand'è che t'è venuta la pelle d'oca?

“La pelle d'oca m'è venuta quando sono stato convocato in Nazionale ai Mondiali di Messico 1986 da Enzo Bearzot. Avevo 21 anni, eppoi, giocavo con grandi campioni, da Scirea, Tardelli, Zoff – che era il preparatore dei portieri -, Paolo Rossi, cioè con giocatori veramente importanti, Cabrini. E questo per me è stata una gioia immensa. E poi sono andato al raduno con la maglietta della mia città con la maglietta della mia città, l'Avellino. E allora difficile entrare in Nazionale in quel periodo lì”.

Tu hai vinto tutto con il Napoli, o no?

“I due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia, una SuperCoppa italiana, e poi, ho anche vinto due scudetti e una Coppa dei Campioni nel Milan, giocando poco, per infortunio”.

Sei un pluriscudettato, un plurimedagliato del nostro calcio?

“Sì, sono stato fortunato. Questo è giusto che lo dica. Magari, meno fortunato perché, una volta arrivato al Milan, mi sono infortunato e ho giocato pochissimo”.

Il tuo rapporto con il più grande campione del calcio del secolo, Diego Armando Maradona?

“E' stato il nostro un ottimo rapporto umano: Diego, fuori dal campo, era una grande persona, di cui ne parleranno sicuramente tutti bene coloro che hanno avuto modo di conoscerlo lontano dai rettangoli di gioco. Io ho giocato sei anni con lui: era una persona molto schietta, che ti diceva in faccia quello che pensava. Se doveva dirti “Stronzo!” te lo diceva. Se parlavi male di lui da dietro, lui non sopportava questo. E' una persona di cui mi ricorderò sempre. In campo, poi, cercavo lui, perché lui era non la squadra, ma il nostro riferimento. E' importante avere dei giocatori così importanti in squadra”.

Che cos'è che continuava a dirti, a raccomandarti?

“Lui mi diceva sempre questo: “Anche se mi vedi con tre avversari addosso, tu dammi sempre la palla”, e alé, bella risata di De Napoli. “Lui, in pratica, voleva sempre la palla, anche se attorniato, accerchiato da due, tre avversari”.

Esistono nel repertorio di un giocatore due tipi di gol: uno importante e un altro stilisticamente bello. Sceglili!

“Il primo con con l'Avellino contro l'Ascoli, al “Partenio”: il primo gol non si dimentica mai. Feci gol di testa, sugli sviluppi di calcio d'angolo. Eppoi, quello un po' fortunoso, diciamo così, segnato alla Juventus, quando vincemmo al “San Paolo” per 3-1 e feci gol a Tacconi in maniera fortunata”.

Un rigore calciato male?

“Io rigori non ne ho mai tirati: forse, avrei potuto tirarlo nei campionati del Mondo di Italia 90, ma, ero il sesto giocatore che dovevo tirarlo, ma, già dopo il quinto, sbagliò Serena e Donadoni, io non lo tirai più e così mi sfumò quella prima volta. Non ho mai tirato un calcio di rigore”.

Qual è stato l'avversario che t'ha fatto morire?

“Lian Brady, della Sampdoria: lui era molto lento, ma non era lento”, ed altra bella, sincera risata di chi se la dice e se la ride. “Lui riusciva sempre alla fine a spostarti la palla. E ti faceva fesso”.

Il giocatore più forte con cui hai giocato assieme, neanche a dirlo, è Maradona, o no?

“Bé, sì, senza ombra di dubbio”.

Una battuta di Maradona, un gesto d'affetto nei tuoi confronti?

“Me m'ha fatto commuovere quando non stava bene: quando proprio si vedeva, negli ultimi anni del Napoli, si allenava poco. Quello mi è dispiaciuto tantissimo, perché lui è un vero uomo, un vero uomo. Ancora oggi, lo vedi in televisione è uno che va sempre in giro a testa alta”.

La tua “bestia nera”, forse, la Juve?

“Il Milan, quando noi del Napoli ci scontravamo con il Milan. Abbiamo vinto poche volte. Però, il Milan, all'èra di Sacchi, era molto forte. Quando allenava Sacchi, veramente, era una grande squadra il Milan”.

Quand'è che hai pianto di rabbia?

“Nel 1990, nella semifinale, giocata al “San Paolo”, Italia-Argentina. La nostra Nazionale azzurra era molto forte, era una squadra straordinaria: abbiamo subito un solo gol. Mi fece rabbia vedere che al “San Paolo” metà curva tifava Argentina. Trovammo proprio un ambiente, un pubblico diverso da Roma: c'erano parecchi italiani che tifavano Italia, ma trovammo una Curva intera che tifava Argentina”.

Non ti è mai venuta la voglia di lasciare il calcio?

“No, a me, Andrea, il calcio ha dato tanto. Sono andato via di casa a 16 anni, ho abbandonato la Scuola. Si vedeva che non ero bravo a scuola: sono stato fortunato in questo senso qui. All'inizio, magari a 15-16 anni non è che sia stato preso subito dopo i tanti provini sostenuti: a Napoli, a 15 anni, mi avevano scartato e poi mi sono ritrovato all'ombra del Vesuvio a vivere sei indimenticabili stagioni. Ci vuole anche un po' di fortuna nella vita”.

La tua famiglia era povera?

“Sì, mio padre non ce l'ho più; avevo due sorelle e mia madre che c'è ancora. Mio padre aveva un bar in un paese di duemila abitanti e non è che navigassi nell'oro. Anzi. Mio padre Benedetto faceva molti sacrifici”.

Quand'è che hai pianto l'ultima volta di dolore: quando è morto papà Benedetto?

“Sì, quando è morto il padre”.

Esiste la felicità nella vita e, se sì, in che cosa consiste?

“La felicità, per me, consiste nello stare bene; nello stare bene con le persone. Perdonare le persone: questo significa, per me, felicità. Sapere di avere pazienza e non arrabbiarsi tanto. Ed io sono una di quelle persone che non s'arrabbia molto e mi fa piacere questo”.

Per me, sei stato un quarto d'ora di felicità, di gioia a Diego Armando Maradona. Tu ed anche Ciro Ferrara.

“Grazie, Andrea”.

Tu credi in Dio?

“Anche se non frequento molto, però, ci credo”.

Quando, non possiamo prevedere né l'ora né il giorno, si spegnerà la luce, dove andremo a finire, Nando?

“Ah, questa è una bella domanda. Io, per farmi coraggio, non so se questo lo posso dire, dico sempre che vivrò un'altra vita, però, non so chi sono: lo dico per farmi coraggio. Non vorrei essere troppo così. Forse, ho paura della morte ed allora dico: vivrò, non so chi sono, sarà un'altra persona, però vivrò in un altro mondo”.

Non ti fa paura pensare che non ci sia più nulla nell'Aldilà?

“No, quelli che credono in Dio non la pensano così, assolutamente”.

Non sei ateo, secondo te, qualcosa c'è di là, o non esiste un bel niente?

“Non sono ateo, non sono ateo. Troverò, sono convinto che troverò mio papà, altrimenti la vita non avrebbe alcun senso, come dici tu, Andrea, ci ammazzeremmo tutti quanti quaggiù”.

Cos'è che ti dà fastidio, rabbia nella vita di tutti i giorni e cos'è invece che riesce ancora a colpirti nel cuore?

“Anche un film, se lo vedo per televisione. Mi commuovo facilmente io. A volte, mia moglie mi dice: “Mah, come mai, piangi per un film così?”. E io rispondo: “Sì”. E, questo avviene anche per un cartone animato, ma, credimi, non lo so, non so dirti perché. Eppoi, quello che mi fa rabbia, è la guerra, sentire sempre che le persone stanno in guerra, che s'uccidono. Non è una frase già fatta, ma una mia grande convinzione”.

Cosa ti trasmette, Nando, il dolore degli altri, un bambino affetto da cancro, un anziano parcheggiato e solo in un ospizio, perché si fa prima ad eludere il loro peso, pagando?

“Ah, un vuoto nello stomaco, un vuoto che non riesco a colmare, che non so come spiegare al momento, perché io ho avuto l'esperienza poco tempo fa, due anni fa in famiglia, ed allora, ho vissuto questo dramma, e sono cose che ti commuovono solo a raccontarle. Scusami, sono un po' emozionato...”.

La solitudine?

“No, quella mai, non vorrei. No, non mi piace affatto la solitudine: mi piace stare solo sul divano, che nessuno mi dia fastidio, però, la solitudine è brutta. Non bisogna mai essere soli: la solitudine è brutta, non mi piace. Ho paura di stare da solo. L'esperienza negli ospedali ti fa vedere persone che stanno da sole, che sono lasciate sole. Come fai a dire che è una cosa bella? No, non è una cosa bella”.

Cos'è che ti commuove, in senso gioioso?

“Mah, io vado molto a funghi, ed allora mi piace l'odore del terreno, che è naturale, mentre sono a caccia di funghi. Che, poi, è un odore che ti rimane impregnato perfino nelle mani, ah, quello mi piace molto”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 24 giugno 2011

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